Cannibalismo contemporaneo. Quando l’homo homini lupus diventa virale

Homo homini lupus, e si sa.

La mia generazione (30/40enni, Anno Domini 2018) sicuramente ha impattato  con il tema del cannibalismo contemporaneo nello sguardo magnetico di Anthony Hopkins, quando gli “agnelli che urlavano” conquistarono il mondo del cinema e gli incubi di tutti noi fanciulli per i quali Hannibal Lecter rappresenta ancora oggi un richiamo a quando… “Tutti dormimmo a stento”.

Ci segnò fattivamente la fanciullezza il dover accettare l’esistenza di uomini che mangiano altri uomini. A onor del vero, bisogna ammettere che quell’entrata a gamba tesa di Anthony nelle nostre vite e quel suo sguardo oltremodo affascinante non andò decisamente a localizzarsi in quelle stanze della mente in cui mettiamo tutto ciò che rifiutiamo come “amenità oggettiva”. In effetti, Annibale il Cannibale è raccontato come una mente eccelsa, dotato di un acume decisamente superiore alla media, di un’intuizione unica e insindacabile. Una sorta di genio… che mangia gli uomini, però.

Per noi 30/40enni quindi è normale aver sviluppato – congiuntamente all’ingestibile sgomento di allora – una sorta di attrazione fatale verso il tema Cannibalismo. Lo associamo irrimediabilmente anche a una qualche forma di genialità… forse incomprensibile, ma indiscutibile.

Cannibalismo

Non nego di provare da sempre una curiosità piuttosto marcata verso la psicologia criminale in generale, ma quanto accadde nella Società in relazione al Cannibale di Parigi è fenomeno antropologico oltremodo peculiare. Persino per me.

Chi è il cannibale di Parigi?

All’anagrafe Issei Sagawa, nasce a Tokio l’11 giugno del 1949 da una prominente famiglia giapponese. Non tarda a manifestare, sin da fanciullo, una serie di disturbi mentali capeggiati da quel peculiare e manifesto desiderio di mangiare carne umana. In piena adolescenza fa irruzione nella stanza di una sua compagna di classe coprendosi il volto con la maschera di Frankenstein e brandendo un ombrello in mano.

Ciò che voleva compiere non era un innocente scherzo fra amici adolescenti, ma mordere le natiche della malcapitata mentre dormiva. Destatasi di soprassalto, riuscì ad accorgersi di lui e a deviare il corso degli eventi, mettendolo in fuga. Il facoltoso padre Akira non poteva di certo permettersi di avere in famiglia un simile deviato, e così – forte del suo potere – riuscì ad insabbiare l’accaduto e a smorzarne l’altrimenti inevitabile eco.

Come tutti i genitori che spesso avallano o coprono gli errori dei figli in nome di una qualsivoglia “immagine da rispettare”, al povero Akira la vita non tardò a presentare una cambiale piuttosto onerosa.

Siamo nel 1981, una decina d’anni prima che gli “agnelli che urlano” facessero il loro ingresso nei cinema di tutto il mondo. Durante gli anni a seguire Issei sembra aver sviluppato un interesse ossessivo verso le donne occidentali – qualcuno dice modello Grace Kelly, qualcuno dice “modello tutte” – e la vittima che comprovò ciò che durante la fanciullezza fu volontariamente ignorato dalla sua famiglia, fu una di queste.

Cannibale

A 32 anni, ormai studente dell’eccellente realtà universitaria della Sorbona, soleva accompagnarsi a una donna di cui si presume fosse innamoratissimo, Renée Hartevelt, 25 anni. Una splendida Olandese.
Come spesso si fa all’Università, i due amici decidono di incontrarsi per ripassare il programma di un esame di Letteratura imminente. É il 12 giugno del 1981. Senza un apparente motivo, Issei spara alla nuca della sventurata amica inconsapevole. E comincia il suo show.

Ciao, sono Issei Sagawa. Mangio gli uomini.

Quel colpo di pistola l’aveva premeditato ad arte, Issei (esistono oggi finanche file audio a supporto). Nessun impulso criminale improvviso, nessuna attenuante di carattere neuronale. Solo quel folle desiderio latente che lo inseguiva da sempre. I suoi atomi avevano forse atteso fin troppo per manifestarsi nella loro forma più autentica. Tutto già scritto, forse nel suo codice genetico… da sempre.

Con quel colpo di carabina, nel suo appartamento nel cuore della romantica Parigi, Issei dimostra il suo grande amore consumando dapprima un rapporto sessuale con il cadavere della bella olandese, per poi approdare alla sua personalissima versione di… banchetto nuziale (mi si passi la macabra metafora). Le sega le gambe con un coltello, avendo cura di conservare alcuni lembi di carne da consumare in un secondo momento. Dopo aver iniziato a mangiarla, forse sommariamente satollo, fa una pausa consumando un nuovo rapporto sessuale con quel che resta del corpo. Amputa poi seno e lingua con il fedele coltellino elettrico, compagno inconsapevole degli intenti del “guerriero” gaudente.

Scatta fotografie, grida di un’incontenibile gioia (come testimoniato dai vicini ignari). Un ego smisurato e inappagato lo porta a continuare sino al giorno successivo quell’inenarrabile scempio. E siamo al 13 giugno 1981. Decide finalmente che può bastare e prepara due belle valigie, come quando si parte per un agognato viaggio. Grondanti di sangue, le deposita sul retro del ristornate Chalet Des Les, in Bois de Boulogne.

Homo homini lupus. Ma il giochetto è finito, per il giovane Issei. Una coppia cliente del ristorante, così come il tassista che lo aveva prelevato con i suoi esecrabili bagagli, lo inchiodano alla realtà che la sua mente malata gli celava con ingannevole ferocia. Tutti lo riconoscono, è finita. Issei si abbandona senza opporre la minima resistenza, forse ancora fiero d’aver finalmente conosciuto se stesso.

Il Mostro di Parigi è stato quindi battezzato, ma il tribunale lo giudica incapace di intendere e di volere, destinandolo all’ospedale psichiatrico di Henri Collin di Villejuif  (da profana totale di terminologia legulea, mi sono sempre chiesta: ma chi ammazza in libero arbitrio non è forse – nell’atto in sé – sempre e comunque incapace di intendere e di volere? #thinking).

La potente paternità orientale, nella persona del buon vecchio Akira (lo stesso che ignorò il peculiare attacco del figlio alle natiche della giovane compagna di classe… #remember), interviene in tutta la sua potenza, ottenendo per il figlio l’estradizione e per se stesso le ire incontenibili della famiglia della vittima.

Siamo al 22 maggio 1984, e prima che finisca l’anno, Issei si ritrova di già nel suo oltremodo protettivo grembo materno, sotto il regime legale natìo. Nel 1985 Issei esce definitivamente dall’ospedale psichiatrico giapponese di Matsuzawa, dove deve aver dato chiara riprova di eterna saggezza – considerato che sono passati appena cinque anni dall’invereconda cena e lui è già libero.

La tua carne, la mia fortuna.

Homo homini lupus, ancora. Ammettendo che l’abile scorciatoia legale posta in essere dall’insensibile padre non può sicuramente essere la causa di ciò che accadde poi, la sventurata famiglia olandese deve ora assistere a un ennesimo scempio. Il successo – senza precedenti nel campo – del Mostro di Parigi. Il suo libro, in cui decide di narrare le sue nobili gesta, vende 200.000 copie. Diviene un’icona. Di malvagità, ma pur sempre un’icona. Viene acclamato (N.B. da libero cittadino!) dal mondo del cinema e ama portare spesso i suoi racconti sul piccolo schermo in vari talk show in qualità di giornalista e… mostro cannibale. Nel 1997 arriva a ergersi senza fatica finanche a criminologo pubblicando un testo in cui analizza con capillarità la psiche del serial killer quattordicenne di Kōbe – colpevole del massacro di 5 fanciulli. Del resto, chi meglio di lui…

L’opinione pubblica viene travolta da una curiosità spasmodica per quella mente perversa, quasi volendo cogliere un qualcosa di altrimenti irraggiungibile. Come quei treni che passano di rado nella vita, tutti provarono a salirci a bordo.
E quindi, Hannibal esiste davvero. Da Mostro Cannibale a libero e benestante cittadino, portatore insano di “saperi” inarrivabili.

Cannibalismo in Occidente. “Mangiamo carne” da sempre.

Noi occidentali siamo abituati a guardare all’antropofagia (così la scienza definisce il cannibalismo) da lontano, come a una di quelle cose di cui ammettiamo l’esistenza, ma non la vicinanza. Per noi, è terreno franco che siano “gli altri” a porre in essere davvero questa pratica che definiamo riprovevole, ma che – contro ogni previsione – ci affascina anche oltremodo.

Studiamo da sempre di popoli distanti e decisamente differenti da noi, di come questi siano soliti mangiare i propri simili come da prassi religiosa o culturale. Leggiamo di cannibalismo fin dagli scritti di Marco Polo, nel racconto dei suoi viaggi lontani, lasciandoci trasportare da quella forza persuasiva che solo un “abominio distante” può concretamente far convergere in un rifiuto, sì, ma misto ad attrazione fatale – sostituendo in toto ciò che altrimenti sarebbe nient’altro che un rifiuto e basta (banalmente per paura, ove ci riguardasse davvero da vicino).

Definiamo – senza preoccuparci troppo del giudizio che diamo – “barbari” o “ selvaggi” quei popoli che lo praticano perché è così che giungono a noi dai libri di storia – nonostante il fascino nascosto che, come detto, tendiamo a non ammettere. Giustifichiamo da sempre il Dantesco Conte Ugolino, per cui è risaputo che “più che ‘l dolor potè il digiuno”, poiché egli ci giunge come null’altro che una produzione geniale di una mente superiore (quella di Dante Alighieri) che lo vide in vita fagocitare ben altro e che decide poi di “punirlo” geolocalizzandolo all’Inferno.

Cannibalismo 3

La verità è che il cannibalismo ci interessa. Interessa i nostri letterati, i nostri storici. Da sempre. Quest’oscuro abominio cattura la nostra attenzione come fosse miele per api. Effettivamente, su un piano meramente immateriale e metaforico, i conti tornano. Homo homini lupus, e bisogna ammettere che la Razza Umana non ha davvero rivali su questo campo da gioco. Siamo in assoluto gli esseri viventi che hanno inventato i modi più disparati e creativi per distruggersi a vicenda.

Forse anche non considerando appieno, nella programmazione capillare che taluni pongono in essere per raggiungere il malevolo obiettivo – l’inaspettato insorgere di un’altra distruzione: l’autodistruzione. Già, perché perseguendo – consapevolmente o inconsapevolmente – un dato “piano di fine” per il prossimo, non è che si inneschi propriamente un circolo virtuoso di nobile crescita, negli animi dei soggetti agenti… che sia per la machiavellica conquista della vetta del potere o per una prelibata cena a base di carne umana, il risultato finale sembra non cambiare poi di molto.

Tuttavia, ahinoi, è a questo che l’Uomo tende per natura. É contro questo che deve quotidianamente combattere. Fuori dalle metafore, quindi, l’interesse mediatico esponenziale generato dalla figura di Issei ha raggiunto persino i “combattenti del male” più convinti. Al netto dello scandalo e dell’interesse scientifico che la mera esistenza di una mente come quella del Mostro di Parigi avrebbe irrimediabilmente generato a prescindere, bisogna ammettere che il caso Sagawa ha palesato chiaramente come il fascino di certi assunti sia inarrestabile e catturi indistintamente un po’ tutti…

Più che ‘l dolor potè il digiuno, pare, anche per noi comuni mortali. Finanche per quei mortali non comuni, che magari lottano invece da sempre contro l’ “homo homini lupus” di turno…
Non mi resta che presentarvi il buon Issei… Handle with care, come da YouTube regulation.

Sull’Autore

Interprete, traduttrice, autrice. Sognatrice patologica e dipendente da ogni forma di creatività. Credo nella 'diversity' come forma naturale di crescita personale. Scrivo per bisogno primario, esattamente come respiro, bevo, mangio. Credo nel gioco vitale delle parole, e spero ancora che possano salvare il mondo.