La particolare strategia diplomatica di Kim Jong-un

Le decisioni intraprese dal dittatore nordcoreano Kim Jong-un sono, fin da subito, sembrate molto strane, ma in realtà hanno un filo logico molto interessante e comprensibile.

In politica internazionale è molto raro che vi siano eventi totalmente improvvisi e inaspettati, tali da stravolgere nell’arco di pochissimi giorni rapporti e crisi che perdurano da anni o addirittura decenni. Sicuramente Kim Jong-un è poco avvezzo a queste strategie ed ecco che in soli quattro mesi e mezzo ha praticamente stravolto, nel bene e nel male, anni e anni di rapporti internazionali.  L’analista Van Jackson, sull’Atlantic, ha definito il comportamento del leader nordcoreano “una virata di 180 gradi”, ma nessuno ha ben capito il perché o quasi. Tutto ebbe inizio con il famoso discorso di Capodanno, quando ha comunicato l’intenzione di riprendere il dialogo con la Corea del Sud e, nelle successive settimane, con gli Stati Uniti attraverso delle aperture diplomatiche. Nonostante questo, nonostante le dichiarazioni e gli incontri, la Corea del Nord non è cambiata. Continua ad essere uno dei Paesi più chiusi e autoritari al mondo, dove non esistono né diritti umani, né un’opposizione politica, con un’economia debolissima e oppressa dalle sanzioni internazionali imposte per il programma nucleare e missilistico del regime. A questo punto sorge spontanea una domanda: Kim ha stupefatto analisti ed esperti di politica internazionale con i suoi repentini cambiamenti di fronte, ma cosa vuole esattamente e perché proprio adesso?

Per provare a capire cosa voglia ottenere davvero Kim Jong-un si può partire dall’incontro storico che ha avuto con il presidente sudcoreano Moon Jae-in lo scorso 27 aprile. Innanzitutto simbolico è il luogo dell’incontro, ovvero il cosiddetto “villaggio della tregua”, al confine tra le due Coree, nella zona demilitarizzata situata nella parte più militarizzata al mondo come simbolo di un incontro di pace. Simbolico è stato anche il superamento del confine da parte del dittatore nordcoreano, come a voler indicare il passaggio dagli scontri militari e verbali ad una tregua duratura. Dopodiché, a riunione finita, è stato diffuso un comunicato in cui Kim si è impegnato a trasformare l’armistizio del 1953 in un vero e proprio trattato di pace con tanto di “completa denuclearizzazione della penisola coreana”. Tutto molto bello, ma una cosa ha subito fatto storcere il naso: non ha detto cosa vuole in cambio o cosa spera di ottenere una volta sedutosi ad un tavolo insieme a coloro i quali ha sempre considerato nemici. Per Mark Landler e Choe Sang-Hun, corrispondenti per il New York Times alla Casa Bianca e in Corea del Sud, molti dei funzionari e degli esperti a Washington credono che il dittatore nordcoreano voglia in tutti i modi consolidare lo status di paese nuclearizzato evitando, però, le sanzioni economiche imposte dalla comunità internazionale. A questo punto sorge un contraddittorio: non voleva denuclearizzare la Corea del Nord? Proprio in questi giorni, infatti, pare abbia distrutto il suo unico sito missilistico. Ma non è proprio così semplice la questione.

Bisogna andare un po’ indietro nel tempo, giungendo al lontano dicembre del 2011 anno in cui Kim Jong-un sale al potere della Corea del Nord prendendo il posto del padre, Kim Jong-il. Da quel momento il giovane Kim si è imposto quattro obiettivi, riportati anche da Jackson sull’Atlantic: intensificare il suo potere per scongiurare le minacce e le ribellioni interne (la prova è la lunga di lista di funzionari governativi uccisi soprattutto nei suoi primi anni di governo), ottenere e dimostrare al mondo intero di essere potente e pericoloso mostrando l’arsenale nucleare e dissuadere i nemici dall’attaccare il suo Paese, migliorare la qualità della vita del suo popolo quasi alla soglia della povertà assoluta e costringere gli altri stati a riconoscere lo “status nucleare” del Paese, un metodo ortodosso per chiedere e ottenere il rispetto dalla comunità internazionale. Al momento il dittatore ha raggiunto i primi due obiettivi e si accinge a perseguire gli altri due. Oggettivamente non esiste una regola che indichi ai governi come bisogna risollevare un’economia chiusa e bloccata per decenni e sottoposta a pressanti sanzioni internazionali, e tanto meno non esistono altrettante regole che stabiliscano quando uno Stato è pronto o meno ad entrare nella comunità internazionale. Anche il concetto stesso di “comunità internazionale” è estremamente vago poiché il Paese che ne vuole entrare dovrebbe accettare e rispettare alcune importanti norme condivise che delle volte non vengono rispettate nemmeno da chi è all’interno della comunità. L’idea di Kim è semplice nella sua complessità: evitare le sanzioni divenute troppo pesanti soprattutto dallo scorso novembre e mostrarsi benevolo all’esterno, in particolar modo riducendo se non abbattendo i problemi con la Corea del Sud, forte alleato dell’Occidente sia a livello militare che economico. In questo che sembra più un interrogatorio che un’analisi, sorge spontanea un’altra domanda: perché proprio adesso?

Kim Jong-un incontra il Presidente della Corea del Sud Moon Jae-in

L’idea di diversi analisti è che tutto sia partito dall’impeachment nei confronti dell’ex presidente sudcoreana Park Geun-hye nel dicembre del 2016 a causa di uno scandalo che riguardava sia lei che il colosso della tecnologia sudcoreano Samsung. Nel maggio del 2017 è stato eletto Moon Jae-in, politicamente più aperto al dialogo con i nordcoreani. Kim, forte del cambiamento di fronte in Corea del Sud, ha immediatamente posto le basi per attuare gli ultimi due obiettivi sopracitati quali il miglioramento economico e il riconoscimento dello status di “Paese nucleare”. Prima, però, doveva dimostrare di essere davvero potente e pericoloso militarmente completando i test sui missili balistici intercontinentali che furono, comunque, un mezzo fiasco. Nonostante questo rappresentarono una cartolina molto importante perché per la prima volta, tra tutti i test effettuati, la Corea del Nord aveva testato con successo un missile che se lanciato dal territorio nordcoreano avrebbe potuto raggiungere facilmente gli Stati Uniti. Quello fu la sua luce di salvezza, per la prima volta gli Stati Uniti e tutta l’intera comunità internazionale dovevano avere paura di lui. Questo, ovviamente, non fu l’unico motivo che spinse Kim ad aprirsi. Non bisogna dimenticare che Donald Trump si è sempre dimostrato fortemente bellicoso nei confronti della Corea del Nord ipotizzando più volte attacchi militari anche con metodi poco ortodossi quale l’uso di Twitter, il che ha fatto preoccupare non poco Kim e compagni. Oltre a questo pare che anche i test nucleari non siano andati benissimo; a fine aprile, infatti, secondo fonti cinesi, sarebbe collassato il principale sito nucleare a causa delle innumerevoli esplosioni causate dai test. Questo avrebbe reso molto più difficile le volontà di potere di Kim Jong-un costringendolo a seguire una via più diplomatica.

Quindi ecco l’avvicinamento non solo alla Corea del Sud, ma soprattutto agli Stati Uniti e la richiesta di avvicinamento di quest’ultimi con la Cina. Il 12 giugno vi dovrebbe essere un importante summit tra Kim Jon-un e Donald Trump, sempre se il Presidente degli Stati Uniti non si rifiuti all’ultimo. I motivi di un possibile rifiuto sarebbero la mancanza di fiducia nei confronti del dittatore nordcoreano riguardo proprio al tema “nucleare”. Trump spererebbe in una totale e definitiva denuclearizzazione della Corea del Nord, ma Kim sembra accettare solo a parole e con video dalla dubbia veridicità. Vipin Narang, esperto di proliferazione nucleare, è sicuro che al di fuori dalla Casa Bianca, nessuno crede che la Corea del Nord possa abbandonare un progetto nucleare. È fin troppo importante per una politica estera e interna che si basa sull’aggressività e la paura e la richiesta di denuclearizzazione diviene ancora più assurda se si pensa a ciò che accadde nel 2004 in Libia quando si chiese il disarmo a Muammar Gheddafi. La differenza sostanziale tra i due sta però in quanto detto sopra: Gheddafi non aveva il nucleare ed è stato fatto fuori durane una guerra civile dopo l’intervento di alcuni Paesi tra cui gli stessi Stati Uniti. È stato l’Occidente a minacciare fin da subito Gheddafi attraverso missili e armi nucleari conservate in Sicilia, ma è alquanto evidente che se fosse accaduto il contrario, la storia si sarebbe evoluta in modo totalmente diverso. La diffidenza nei confronti del governo nordcoreano è alta, sono molti gli analisti e gli studiosi che vedono il comportamento di Kim Jong-un come un mero specchietto delle allodole, ma in questo pazzo mondo e in questa folle politica anche una totale riconversione può essere possibile. Mai dimenticare che uno dei più grandi amici della Corea del Nord è proprio la Cina, un fulcro nascosto, ma importante in questa tanto complessa quanto intrigante vicenda. Se la Cina dovesse confermare l’apertura al dialogo, allora le strade si apriranno a qualcosa di quasi salvifico.

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