Apokolokyntosis del Presidente Mattarella

È del 27 maggio la notizia dell’abbandono dell’incarico di Presidente del Consiglio da parte di Giuseppe Conte dopo l’incontro con il Presidente Mattarella nel pomeriggio: il governo è saltato sul nome di Savona; il braccio di ferro tra Conte e il Colle ha visto prevalere quest’ultimo.

Brevissimamente: Paolo Savona è un economista e professore di rinomata esperienza; nel corso di numerosi incarichi pubblici e privati ha maturato il suo parere accademico ascrivibile alla categoria dei critici di questa Europa e, parimenti alla convocazione ricevuta dal Movimento e soprattutto dalla Lega, avrebbe elaborato un “piano B” per l’uscita dalla moneta unica come possibile strumento da utilizzare per aumentare il potere contrattuale con Bruxelles in termini di coperture economiche per l’ambizioso contratto di governo.

© Marco Merlini / LaPresse/2010 Roma L’economista sardo Paolo Savona, oggi 82 anni

Dopo una prima perplessità espressa alcuni giorni fa da Mattarella è arrivato lo scudo della Lega, del Movimento e persino di FdI su Savona per l’economia; neppure la possibilità di inserire il vice-segretario della Lega Giorgetti o di far assumere a Conte il ministero ad interim è servito per smuovere i due partiti; d’altronde la candidatura di Savona era pensata proprio in virtù del suo nome e della sua fama in ambienti internazionali; l’effetto rottura, insomma, era fortemente voluto dal nascituro governo giallo-verde e non sarebbe stato reso ugualmente da nessuno di questi personaggi sostitutivi.

Il discorso di Mattarella di ieri sera – in cui si spiegano le motivazioni del rifiuto di “garanzia” su Savona – ha scatenato reazioni politiche ampie e divergenti: i leader politici grillini parlano di golpe e di “impeachment”, la Lega si mostra critica e vuole un ritorno alle urne, il Pd e Forza Italia sono invece in linea con la decisione di Mattarella. In particolare Di Maio e la Meloni hanno annunciato che chiederanno la messa in stato d’accusa per il Presidente anche se la questione sembra per ora sospesa all’interno del dibattito politico vista la renitenza della Lega.

In una diretta Facebook, Luigi Di Maio attacca aspramente la decisione del Presidente Mattarella accusandolo di “impeachment”

Proviamo però a stoppare un attimo questo flusso di pareri politici. Proviamo anche a ignorare il flusso d’incoscienza che probabilmente avrete, come me, rilevato su numerosi social networks.

L’azione di Mattarella, infatti, è pienamente nelle sue possibilità istituzionali. Il Presidente può bloccare la nomina di un ministro, ma solo nel caso in cui vengano a mancare i presupposti “morali e di dignità” del candidato in questione. Interessante è questo articolo, dove si spiega perché Mattarella semplicemente non avrebbe dovuto fare quello che ha fatto.

Persino il ricorso alla Storia – che ogni tanto ricompare come a legittimare qualche impostore a cui piace tanto scomodarla – è fallimentare: dei precedenti casi in cui il Presidente ha bloccato una nomina ministeriale in nessuno vi era una motivazione politica o economica, semmai di limpidezza istituzionale – il caso di Gratteri che nel 2014 era ancora in servizio come magistrato – o personale – come Previti nel 1994 condannato in primo grado a 11 anni di reclusione per corruzione in atti giudiziari (e presentato da Berlusconi proprio per la Giustizia).

A sinistra l’avvocato Cesare Previti, bocciato per la Giustizia ma poi accettato nella Difesa del governo Berlusconi I; a destra il magistrato Nicola Gratteri, bloccato da Napolitano e poi sostituito con Andrea Orlando sempre alla Giustizia.

Mattarella non esita a dirlo con chiarezza:

“La designazione del ministro dell’Economia costituisce sempre un messaggio immediato, di fiducia o di allarme, per gli operatori economici e finanziari.”

E poi riprende:

“L’incertezza sulla nostra posizione nell’euro ha posto in allarme gli investitori e i risparmiatori, italiani e stranieri, che hanno investito nei nostri titoli di Stato e nelle nostre aziende. L’impennata dello spread, giorno dopo giorno, aumenta il nostro debito pubblico […]
Le perdite in borsa, giorno dopo giorno, bruciano risorse e risparmi delle nostre aziende e di chi vi ha investito.”

Insomma, il guaio per Di Maio, Conte e Salvini è l’aver scelto una figura che è vista:

“come sostenitore di una linea, più volte manifestata, che potrebbe provocare, probabilmente, o, addirittura, inevitabilmente, la fuoruscita dell’Italia dall’euro.”

Non ho nulla da rimproverare al Presidente Mattarella. Tutti abbiamo gradito la sua limpidezza e chiarezza nel comunicare le scelte e le motivazioni connesse. Però…

Esiste un però.

Superato lo scoglio politico – è comunque stato votato dal PD di Renzi e in parte ne riflette gli orientamenti – ed assolto completamente da ogni tipo di condanna personale – che invece si tramuta in onorificenza e rispetto verso un uomo capace di reggere uno stress una pressione politica e sociale fortissima e tutto da solo – resta, indistruttibile, la mia fermissima convinzione di uno sbaglio madornale compiuto dal Presidente.

Dopo le dimissioni di Conte, Mattarella spiega il perchè del suo rifiuto e affida l’incarico al tecnico Cottarelli per guidare la delicata fase politica.

Egli, infatti, al giorno d’oggi, non è più simbolo dell’unità della Nazione, quanto della sua divisione.

Nella maniera più forte possibile si sta consumando, in questi giorni, una frattura epocale che non riguarda solo le dinamiche istituzionali o costituzionali della sua figura e che rischia di rimanere sotterrata se non abbondantemente discussa. Parlo delle discussioni malsane e velenose che si sono create nel nostro Paese sul tema dell’europeismo.

Mattarella fa infatti parte di quella leva vecchio stampo – e nemmeno troppo vecchio – di politici nati e cresciuti nella convinzione che l’unità europea sia una necessità, un sogno e un dovere al tempo stesso. Accomuno a tale gruppo di opinione pubblica anche le sue attuali propaggini parlamentari, come il PD e Forza Italia, impegnate negli anni passati come negli attuali in una difesa a oltranza non tanto delle istituzioni europee quanto dell’ideologia europeista – e parlo fuori da ogni giudizio personale di valore sull’europeismo. Tutti gli atteggiamenti che non spingono, infatti, verso tale obiettivo diventano perciò ai loro occhi devianti, malsani, di parte, squilibrati – pensate all’opera di delegittimazione avvenuta sui canali RAI dopo i risultati della Brexit.

È su questa scia che si è mosso Mattarella; l’assunto maggiore logico del suo commento, infatti, è che ci sono delle istituzioni economiche che neppure in democrazia si possono obiettare;ci sono dei beni a-prioristicamente giusti e indubitabilmente giusti che, pertanto, vanno difesi e garantiti. E questo è fuori da ogni discussione.

Il futuro che ci aspetta potrà avere solo due strade, dunque: europeismo o nazionalismo, di reazione.

La terza via del ragionamento critico non sembra appartenere al nostro mondo.

 

 

Sull’Autore

Sono il classico studente fuori-sede meridionale laureando in Storia presso la (S)Alma Mater di Bologna. Vent'anni di acume, cinismo, volgarità, schiettezza, presunzione, patriottismo e "trogloditismo". Ma ho anche dei difetti.

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