Le Breton e la riappropriazione dei corpi

All’inizio c’è il corpo. È ciò che siamo e abbiamo dalla nascita.
Ma come gestire il proprio corpo in una società che ha sempre meno bisogno di lavoro e attività fisiche ma che, al contempo, esige un corpo sano e giovane e disprezza il corpo malato, debole, diverso e cerca di relegarlo fuori dai suoi confini?

Certi corpi fanno repulsione perché considerati non utili e poiché malattia, povertà e morte non assecondano l’illusione positivista del capitalismo e del suo progresso senza fine. Oltre che nascosti, alcuni vengono rinchiusi in oasi artificiali (le “istituzioni totali” di cui scrisse E. Goffman) per controllarli e neutralizzare la loro pericolosità potenziale. Il rischio della libertà e del considerare il diverso come soggetto quale è (e non oggetto da tenere sotto controllo) minaccia una società che teme di scoprire la propria impotenza. L’istituzione totale guarisce se stessa, non il malato. Neutralizzando la differenza, cura se stessa e annulla la paura che qualcuno possa distruggere le sue false razionalità. Già l’avanzare dell’età e la realizzazione della mortalità umana mette in crisi l’uomo contemporaneo. L’antropologo David Le Breton (1953-) scrive che la vecchiaia “costituisce un momento in cui la rimozione del corpo non è più possibile, il momento in cui il corpo si espone allo sguardo degli altri in una luce che non gli è più favorevole”, il corpo vecchio non è più desiderabile e la persona anziana non è più vista come soggetto di esperienze e memorie ma come oggetto neutro, curato solamente per garantirgli sopravvivenza e per far sì che dia meno disturbo possibile.

La stessa tecnologia e la nascita di macchinari robotici ha de-centralizzato il corpo umano per un “corpo” nuovo, più utile, più duraturo, più obbediente, più veloce. La tecnologia è un’estensione in potenza e efficacia del corpo umano e dei suoi cinque sensi. È sempre più evidente quanto le città siano sempre meno a misura d’uomo, meno ospitali per i pedoni, tra i mille stimoli e gli schermi attraverso cui vediamo la vita (non solo tecnologici come il televisore e computer ma anche quelli dei mezzi di trasporto, macchine, treni). L’effetto è la perdita del contatto con il corpo in queste velocità sempre crescenti. Un mondo senza punti fermi e pause, descritto ferocemente dal Manifesto Futurista del 1909 firmato da Filippo T. Marinetti, in cui “tutto si muove, tutto corre, tutto volge rapido” e che è carica di esaltazione “per tutto ciò che è nuovo, giovane e palpitante di vita”.
Lo studioso G. Simmel (1858-1918) scrisse di quanto lo sguardo sia il senso egemonico della modernità poiché in  città l’uomo è costretto perennemente a osservare (numerosi gli stimoli e i pericoli) e a essere osservato. La vista ha assunto anche connotazioni tattili per il contatto a distanza con altre persone, tanto che il filosofo la denomina “palpazione visiva”.

Giacomo Balla, Velocità di Motocicletta, 1913

Scrive David Le Breton in Antropologia del corpo e modernità: “Nella vita sociale, il corpo è più spesso vissuto come ingombro, ostacolo, fonte di nervosismo e di fatica che come piacere“, infatti ormai le nostre attività quotidiane “consumano più energia nervosa che corporea“. L’uomo, immerso in questa società dispersiva e spesso indecifrabile, si protegge con la routine quotidiana. Le abitudini sono il rifugio e il luogo in cui si smorzano gli effetti della società e in cui si sente protetto. Questo senso di sicurezza necessita però di un sacrificio: la perdita progressiva dei sensi e della coscienza del corpo in movimenti meccanici e rituali che lo rendono impercepibile. La percezione del corpo ritorna a galla quando la routine si rompe, quando entrano nelle nostre vite ciò che la società cerca di eliminare dalla vita: malattia, fatica, dolore. Essi producono in noi un senso di estraneità in situazioni limite e il corpo prende il sopravvento.

Allora chiunque voglia ritrovare se stesso e definire la propria identità parte proprio dal corpo, àncora e valore concreto su cui si può intervenire, su cui si può avere qualche certezza. La sfera sociale e collettiva nell’era contemporanea perde progressivamente di senso a favore di una ricerca di esperienze personali sincere.
“Le società occidentali, confrontate a una de-simbolizzazione del loro rapporto al mondo, in cui le relazioni formali hanno sempre la meglio sulle relazioni dei significati, danno vita a delle forme inedite di socializzazione che privilegiano il corpo edulcorato dei segni effimeri.” Mentre la società diviene sempre più “un quadro comodo ma poco considerato, parzialmente vuotato di senso” si ricerca l’autenticità nel corpo e nella sfera intima, individuale.

Tutto questo porta verso un processo di ri-appropriazione del proprio corpo e dei propri sensi, in cui i corpi vengono modificati dal soggetto, vengono rivendicati diritti su di esso e nuove libertà nascono, i ruoli del maschile e femminile tendono a fondersi, “il corpo non è più un destino cui ci si abbandona, è un oggetto che si confeziona secondo la propria volontà“. Modifiche profonde invadono la relazione tra soggetto e il suo corpo: paradossalmente, per ridare importanza alla corporalità e alla concretezza dei sensi, si subordina il corpo alla volontà rendendo il primo un oggetto deciso dalla seconda.

Nell’intervista Se il corpo si scrive al periodico Vita, De Breton racconta della sua ricerca sul mondo della body art (piercing, tatuaggi, scarnificazioni) fino alla chirurgia estetica che ha portato alla pubblicazione del volume Segni d’identità nel 2002. L’antropologo spiega come al giorno d’oggi il corpo sia considerato “materia grezza, accessorio malleabile e revocabile“. Sono, quindi, i cambiamenti che noi imponiamo al nostro corpo che lo rendono veramente “nostro” e che ci permettono di possederlo. In questo desiderio di cambiare pelle, l’autore scorge un rifiuto verso l’origine, verso il fatto di essere stati creati e il desiderio di “farsi da sé”. Ci si segna per cambiare vita e affermare la propria presenza, uscendo dall’anonimato e dall’indifferenza in cui la società relega. Un altro aspetto che rende questa trasformazione importante e significativa è l’esperienza del dolore che porta la modificazione del corpo e che spesso è vissuta come una prova dell’importanza dell’evento. Queste “protesi identitarie” rendono il corpo una sorta d’archivio di vita, pieno di tracce simboliche e di codici personali.

Un nuovo alfabeto, senza bisogno di parole, viene a crearsi e il corpo ne è solo la base, la pagina bianca.

I tatuaggi se precedentemente nacquero per comunicare all’altro il proprio rango e l’appartenenza a una determinata comunità (marinai, criminali) ora divengono rito di passaggio personale che non deve obbligatoriamente essere decifrato dalla società o rimandare a chiari significati. David Cronenberg, registra che ha da sempre come tema centrale dei suoi film il corpo e le sue mutazioni, racconta del suo studio sul tatuaggio e il suo significato nelle carceri russe per il film Eastern Promises (2007). Nelle prigioni russe, specialmente fino a qualche anno fa, una persona non esiste se non ha tatuaggi, tutta la sua storia di vita è scritta sul suo corpo. Non sei creduto se la tua storia non può essere letta dagli altri criminali. Il tatuaggio è quindi, principalmente, elemento che inserisce in una comunità specifica, che determina la persona, il suo rango e i suoi valori all’altro. Per questo, certi tatuaggi con significati specifici nel mondo criminale non potevano essere fatti a discrezione del singolo, ma dovevano essere approvati da un capo, da qualcuno gerarchicamente superiore. Il tatuaggio era spesso un segno di merito o di punizione sociale e, essendo indelebile e facilmente visibile, obbligava la persona a dire la verità sulla sua personalità.

We are marked for life and our stories tell the truth” (Vor V Zakone)

Viggo Mortensen in una scena di “Eastern Promises”

In Segni d’identità si trova scritto: “La pelle è prova di presenza nel mondo. Ci consente di essere riconosciuti, nominati, identificati. Avvolge e incarna la persona (..). La sua textura, il suo colore, i suoi tratti particolati configurano un paesaggio unico. Il segno della pelle conferisce identità, ancora di più quando viene scelto”.

Queste osservazioni ci portano all’idea contemporanea di avere un corpo più che essere il proprio corpo. Decidendolo, il corpo diviene qualcosa che si possiede, un attributo, uno strumento, “uno spazio neutro da modificare, ri-costruire, espandere o, anche, negare“. In una società liquida e senza certezze il corpo viene percepito come proprietà, come rifugio dove esprimere se stessi e su cui si ha il diritto di intervenire. La persona trova “rifugio nella certezza della carne” (Le Breton, 2007)

È grazie alla distanza che interpongo tra “me” come soggetto e il mio corpo che riesco a riappropriarmi di quest’ultimo, grazie a questa separazione che posso pensare a come rendere la mia carne maggiormente “mia”. La volontà del singolo che si impone sul proprio corpo diminuisce la “gravità del proprio radicamento corporeo“. Se, Costantino nel 325 d.C. proibì le incisioni sul volto perché “deturpavano ciò che era stato fatto nell’immagine di Dio”, ora invece quello che si cerca sempre maggiormente di fare è nascondere, rendere parziale la nostra origine biologica e promuovere un corpo che non nasce con me ma da me. Il corpo diviene strumento di valorizzazione tanto che Jean Baudrillard (1929-2007) scrive di una nuova forma di narcisismo, quello “moderno”, un’ideologia del corpo incentrata sul valore, diversamente dalla definizione di narcisismo tradizionale. Il sociologo scrive che la sua forma moderna “è un’esaltazione diretta e funzionale della bellezza a titolo di valorizzatore e dei segni” (da: Lo scambio simbolico e la morte). Questo narcisismo moderno è frutto di reale lavoro sul sé e sulla propria personalizzazione tramite l’uso di segni fisici. Esso è definito una “enunciazione in prima persona del racconto mitologico”, amplia De Breton. Il sociologo Richard Sennett (1943,-) arriva a sostenere che esso è “l’etica protestante dei tempi moderni”

David Cronenberg parlò del concetto attuale di identità come “non qualcosa con cui si nasce bensì qualcosa che l’uomo crea, un atto creativo”, qualcosa che richiede lavoro per essere conservata, per essere ricomposta o tenuta coesa. Anche se sicuramente non libera dalla sottomissione ai mercati e dalle influenze della società, molti modi per definirsi come una “nuova identità” passano attraverso la modificazione del corpo, confermando il poeta Paul Valery (1871-1945) quando scrisse che “la profondità dell’uomo è la sua pelle”

 

 

Bibliografia:
De Breton, Antropologia del corpo e modernità
Sitografia:
http://www.vita.it/it/article/2015/09/22/se-il-corpo-si-scrive-dialogo-con-david-le-breton/136619/

Sull’Autore

Sono una ragazza romagnola di vent'anni, frequentai in ancor più giovane età il Liceo delle Scienze Umane, lì è nata la mia passione per l'antropologia e la pedagogia. Mi sono trasferita a Budapest questo settembre per (in)seguire un'altra mia passione: il teatro.

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