Noi, i siriani. La proposta di pace che gira l’Europa

Domenica 12 maggio 2018, durante il Festival di Cannes, c’è stata una bellissima conferenza stampa con Jean-Luc Godard, ottantenario maestro del cinema, per la presentazione del suo ultimo film in concorso. Tuttavia, la prima domanda che gli è stata posta non riguardava il cinema, ma il massacro in atto a Gaza. La sua risposta è stata “trovo che nel mondo ci sia molta pietà e poca intelligenza“. La lunga serie di hashtag prayfor[inserire città a caso], e jesuis[inserire ingiustizia a caso], ne sono un esempio.

Nel bombardamento, letterale e figurato, di informazioni che riceviamo tutti i giorni, ci riesce sempre più difficile interessarci veramente di qualcosa, perché nel momento in cui viene lanciato un missile sulla Siria, a Gaza vengono sterminati centinaia di palestinesi, in Libia incarcerano e torturano i migranti e la lista continua. Così confondiamo le cose e pensiamo che il semplice moto di indignazione e pietà che ci spinge a condividere un post, basti a compensare la mancanza di intelligenza con cui l’essere umano sta trattando se stesso.

  • Una soluzione non violenta

Nel 1992, un anno dopo l’inizio delle guerre balcaniche, un gruppo di volontari, obiettori di coscienza italiani decise di prendere una macchina, attraversare il confine e dirigersi verso una guerra così vicina e di cui in Italia si sapeva poco. L’intento era vivere concretamente la nonviolenza in zone di conflitto, condividere con chi soffriva questa violenza (in)umana che è la guerra. Questo piccolo viaggio ha dato il via a centinaia e migliaia che sono seguiti. Volontari di tutte le età hanno iniziato a percorrere quella rotta, passando le loro vacanze prima nei campi profughi croati e poi, vista la necessità di una presenza continuativa, allargando la condivisione con la parte serba e la parte bosniaca.

Giochi nel campo profughi di Tel Abbas. Credits to Operazione Colomba

La più grande scoperta, raccontata da chi era lì, è stato capire che dolore, paura, angoscia, non hanno bandiera, che si può condividere il peso di una violenza trovando insieme un modo nonviolento di reagire. Da quella scoperta è nata Operazione Colomba. Ventisei anni dopo, le colombe sono attive in Albania, dove lavorano con famiglie in vendetta di sangue, in Palestina, nella zona C della cisgiordania, in Colombia, nella comunità di Pace di San José de Apartadò, e, nel campo profughi di Tel Abbas, in Libano al confine con la Siria.

  • I Siriani

A Tel Abbas si vive come si può, accampati senza possibilità di uscita, perché il Libano non riconosce lo status di rifugiato, previsto dalla convenzione di Ginevra. Il campo è un limbo, preghi tutti i giorni che non succeda niente che ti costringa a uscire, come un incidente o una malattia, perché chi esce viene arrestato. Allo stesso tempo daresti qualsiasi cosa per potertene andare e tornare a casa, in Siria. A pochi passi da lì c’è il confine, puoi sentire la stessa aria che poco prima passava tra le macerie di casa tua, accarezzarti la faccia. Quel confine dove è stata sepolta Umm Suleiman, morta a soli 45 anni di infarto, dopo aver passato gli ultimi anni della sua vita a coltivare quelle terre per pochi dollari al giorno, scappando da una guerra che le ha chiesto troppo sangue. Un nome che per tanti non significa niente, come le centinaia di nomi silenziosi persi tra i proiettili di questa o quella fazione. È la regola dei conflitti che erigono statue ai militi ignoti, scordando quelli che avrebbero preferito tenersi i loro nomi da vivi.

Cena tutti insieme al campo. Credits to Operazione Colomba

Le barche sono un’opzione, se così può essere definita, per uscire da questa prigione di tende. I corridoi umanitari sono stati pensati proprio per trovare un’alternativa a questa prima “opzione”. Una terza, coraggiosa proposta viene da loro, i siriani. È una proposta di pace scritta e pensata dalle famiglie conosciute a Tel Abbas che, caparbiamente, non si vogliono rassegnare all’idea che questa guerra possa continuare a loro spese senza che nessuno li interpelli. Abu Rabia, uno degli uomini arrivati a Trento con i corridoi umanitari, si domanda “perché al tavolo dei negoziati siedono solo rappresentanti di chi partecipa alla distruzione del nostro Paese? Perché noi abbiamo solo la possibilità di scappare e non di mettere le nostre vite, le nostre idee, le nostre forze e speranze per fare una proposta di pace?

    • La proposta di Pace

Da questa semplice domanda sono nate le richieste di queste famiglie. Con l’aiuto di Operazione Colomba ora la proposta di pace viaggia per l’Europa. A inizio mese, Sheik Abdo, maestro elementare e portavoce di questo documento, profugo anche lui a Tel Abbas ma che in Libano ha scelto di rimanere, è venuto in Italia e con le colombe ha girato nelle sedi del potere europee per chiedere che la voce dei siriani venga ascoltata. Il 3 maggio erano all’Europarlamento, il 4 maggio parlavano al consigliere del ministro degli esteri francese, il 7 erano a Ginevra a discutere all’ONU con Steffan De Mistura, e poi ancora a Roma, a Milano, a Torino. Cosa chiedono i siriani all’Europa?

  1. La creazione di zone umanitarie in Siria
  2. Che si fermi la guerra
  3. Assistenza alle vittime
  4. Che si combatta ogni forma di terrorismo ed estremismo
  5. Che si raggiunga una soluzione politica e che ai negoziati di Ginevra siano rappresentati i civili che hanno rifiutato la guerra
  6. La creazione di un Governo di consenso nazionale che rappresenti tutti i siriani nelle loro diversità e ne rispetti la dignità e i diritti

La risposta delle autorità europee è stato di generale supporto, sebbene con alcuni “no”, sopratutto per quel che riguarda la creazione di zone umanitarie per il rientro dei profughi siriani. Una risposta prevedibile, come racconta Alberto Capannini, referente del progetto per Operazione Colomba, che ha attraversato il confine poco tempo fa per andare a Homs, per trovarci solo macerie e condizioni insostenibili. Nonostante ciò, gli ideatori della proposta non sono scoraggiati. Gli incontri con i governi e con le singole agenzie continueranno, diversi eventi sono programmati in tutta Italia e i volontari di Operazione Colomba continuano a condividere la vita del campo. La voce del popolo siriano ha una soluzione non violenta al conflitto, se i governi saranno abbastanza intelligenti da ascoltarli, potremo finalmente smetterla di usare la pietà come balsamo per nascondere le nostre responsabilità in questa guerra assurda.

 

 

Sull’Autore

Scrivo da quando non sapevo leggere e inventavo scarabocchi sui fogli. Crescendo mi sono sempre affidata alle parole cartacee trovandole spesso più efficaci di quelle solo dette. Studio scienze politiche internazionali in Galles ma ho il cuore a Bologna. Viaggio per curiosità e per avventura perchè mi piace raccontare le storie del mondo. Niente batterà mai un piatto di tortellini.

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