“Loro”: il mondo vuoto di Silvio Berlusconi

Loro è l’ultimo lungometraggio realizzato da Paolo Sorrentino. Sono due le ragioni per cui il film tocca nervi scoperti dell’opinione pubblica.

Innanzitutto l’autore. Sorrentino pare essere portato per lo scandalo cinematografico. La vittoria dell’Oscar de La Grande Bellezza ha attirato grande attenzione sul suo cinema magniloquente, barocco, a volte esagerato. Anche per questo il cinema di Sorrentino si presta molto facilmente a dare materiale di discussione ai media, nuovi o tradizionali che siano.

Secondo: il soggetto. Loro è dichiaratamente un film su Silvio Berlusconi e su quanto Berlusconi sia in grado di dividere l’opinione pubblica italiana non è necessario aggiungere altro.

Per questo motivo è necessario mettere da parte i propri preconcetti e le proprie idee politiche e cinematografiche per poter comprendere il film. Vorrei portare all’attenzione tre distinti punti su cui è bene soffermarsi.

Per prima cosa tengo a sottolineare l’unicità e l’organicità del film. Il periodo in cui viviamo sta vedendo l’esplosione di formati audiovisivi in cui il principale elemento attrattivo è la serialità. Mi riferisco al proliferare delle serie TV, di cui si è occupato lo stesso Sorrentino, ma anche delle saghe cinematografiche, con numerosi sequel, prequel e quant’altro.

Loro obbedisce solo apparentemente a questa logica. La divisione in due diversi episodi risponde a motivi commerciali, non artistici o stilistici. Non c’è alcun arco narrativo in grado di supportare e rendere pur minimamente autonomi i due episodi, che sono letteralmente due metà di un film, non un film indipendente col suo sequel. Per quanto riguarda Loro 1 e Loro 2 più che del tempo che siamo costretti ad aspettare tra una puntata e l’altra di una serie TV, sarebbe meglio parlare di un lungo intervallo tra primo e secondo tempo.

Da questo punto di vista, Sorrentino si orienta nella direzione opposta a quella della serialità e della velocità di fruizione, girando un film della non indifferente durata totale di 204 minuti.

Il secondo aspetto che voglio mettere in luce sono le scelte stilistiche che ricorrono nel film. Ciò che salta all’occhio anche dello spettatore meno attento è la vicinanza di certi momenti del film allo stile dei music-video più pop. Questo accostamento non è del tutto sbagliato, ma non deve essere esteso all’intero film. È vero che ci sono momenti di montaggio vertiginoso, di luci invasive e di uso massiccio di oggettive irreali (inquadrature da angolazioni impossibili, o con movimenti di macchina fortemente accentuati), ma è anche vero che non tutto il film è così.

La cifra stilistica fondamentale del lungometraggio risiede proprio nel netto contrasto tra i momenti da music-video – i più immediati, i più riconoscibili – e le lunghe inquadrature malinconiche che ricorrono solitamente alla fine delle sequenze di festa.

Il terzo punto riguarda il contenuto del film. Non si tratta di un film schierato ideologicamente, né da un lato né dall’altro. Non è nemmeno un vero e proprio film biografico, perché l’aspetto documentario è totalmente assente. Il vero nucleo tematico attorno al quale il film nasce e si costruisce è il motivo pirandelliano della maschera. Così come ne La grande Bellezza Sorrentino aveva condannato i costumi e la moralità dell’alta borghesia romana, ora si dedica a mostrare il meccanismo umano che coinvolge gli ambienti vicini a Berlusconi.

Per gran parte della prima sezione del film Berlusconi addirittura non compare. Lo spettatore è guidato a lui tramite i sotterfugi e le falsità messe in atto da chiunque abbia costruito la sua fortuna proprio grazie a lui e ne è ormai diventato dipendente. Chiunque venga coinvolto in questo meccanismo è portato inevitabilmente a perdere se stesso, a recitare il ruolo del servo e del ruffiano. La forza di tale meccanismo è così travolgente che spesso i personaggi non hanno alcun vero motivo per comportarsi così, sono semplicemente sopraffatti dalla maschera che portano, dal ruolo che devono ricoprire.

Lo stesso Berlusconi non ne è immune. Alla fine delle feste, dopo un rifiuto di una ragazza o dopo i litigi con Veronica non può fare altro se non confrontarsi con se stesso. Da tale confronto non esce mai bene. Riflettere sui motivi profondi delle proprie azioni porta a riflettere su noi stessi. E Berlusconi – il Berlusconi di Sorrentino – altro non può fare se non constatare l’enorme vuoto nascosto dietro alla sua maschera sorridente.

Due elementi costanti nell’intero film sono il segno di ciò. Per prima la giostra nel giardino della villa sarda, che Berlusconi mostra sempre orgoglioso, parente stretta della giostra umana che mettono in vita i personaggi che gli ruotano attorno. Infine la recitazione di Toni Servillo, che mostra chiaramente quanto sia grottesco e vuoto il mondo costruito attorno a sé da Silvio Berlusconi.

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