Il Giro d’Italia non cancella l’occupazione israeliana

Il 4 maggio 2018 è partito da Gerusalemme il Giro d’Italia. Perché Gerusalemme? Anche un profano di ciclismo, come me, ricorderà la foto scattata durante il Tour de France 1952, che ritrae lo scambio di borraccia tra Fausto Coppi e Gino Bartali. Ecco, quest’ultimo è la ragione, ufficiale, dietro la scelta di far partire questa gara ciclistica dalla città santa. A Bartali, che già nel 2013 era stato riconosciuto come Giusto tra le Nazioni dallo stato di Israele, è stata conferita il 2 maggio 2018 la cittadinanza israeliana onoraria. La motivazione è che durante la seconda guerra mondiale, lui e la sua bicicletta, hanno salvato la vita a 800 ebrei, nascondendo nel sellino, nel telaio e nel manubrio, documenti falsi che permettessero loro di farsi una nuova identità e sfuggire alle persecuzioni naziste.

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La ragione ufficiosa è un diplomatico scambio di favori. Creare una piattaforma sulla quale Israele possa riconfermarsi come grande paese occidentale, e l’Italia possa consolidare la sua fama di meta turistica per eccellenza. Il ministro israeliano per lo Sport e la Cultura, Miri Regev, ha lavorato incessantemente assieme al ministro del Turismo, Yariv Levin, perché il Giro partisse da Gerusalemme. Tuttavia, non possiamo trattare questo evento scindendolo dal contesto nel quale hanno deciso di inserirlo.

Sapete cosa sta per succedere, stiamo per parlare di Palestina. Sfoghiamoci subito e togliamo di mezzo le polemiche.
*É un evento sportivo, basta con la politica. Si, ormai lo sappiamo tutti, Israele fa tante cose brutte, ma anche i palestinesi, perché dobbiamo mettere sempre di mezzo l’occupazione? Cosa c’entra? Possiamo parlare di Bartali e basta, per piacere!*. Bene, ora che ci siamo collettivamente lamentati, capiamo perché non si può parlare di un evento di questa portata, anche se sulla carta risulta “non politico”, senza parlare di Palestina.

La prima ragione è tanto ovvia da essere visibile a occhio nudo. Gerusalemme è divisa da un muro. L’esistenza di questo muro implica che c’è qualcosa da tenere fuori, o da tenere dentro. Il muro è la prova tangibile che Israele è scissa da un’altra entità, questa altra entità si chiama Palestina. Lo stesso governo israeliano ha minacciato di far saltare il Giro d’Italia quando, a novembre 2017, l’organizzazione dell’evento aveva scritto come nome della prima tappa “Gerusalemme Ovest”. L’aggiunta del punto cardinale ha fatto infuriare gli israeliani, a riprova del fatto che, loro per primi, non lasciano da parte la politica, neanche per il Giro d’Italia. E perché dovrebbero? Scrivere Gerusalemme Ovest implica che ci sia anche una parte Est, vuol dire quindi riconoscere l’esistenza dell’occupazione e smentire le parole del Governo, “Gerusalemme è la capitale di Israele, non vi sono Est e Ovest“. Affermazione abbastanza ridicola dato che i punti cardinali esistono a prescindere dalla loro volontà.

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Seconda ragione. Mentre la prima tappa del giro partiva, a soli 100 km di distanza, 1.110 palestinesi venivano feriti dall’esercito israeliano, 82 da proiettili veri, 800 intossicati dai gas lacrimogeni. Al confine con la striscia di Gaza è in atto una manifestazione partita il 30 marzo 2018, chiamata la Marcia del Ritorno. La striscia di Gaza è larga 360 km quadrati, un po’ meno di Venezia per intenderci, ma, a differenza di questa, è abitata da due milioni di persone. E’ stata definita la più grande prigione a cielo aperto, perché è da più di dieci anni che i gazawi, abitanti di Gaza, sono chiusi dentro senza poter uscire o ricevere aiuti. Per dare un’idea della situazione, le Nazioni Unite hanno coniato un termine specifico per Gaza, cioè “sotto-sottosviluppo”, un processo per cui su questo territorio, lo sviluppo non solo viene ostacolato, ma invertito. Le manifestazioni per la Marcia del Ritorno sono state indette dal 30 marzo 2018 al 15 maggio 2018, data in cui si ricorda la Nakba, il grande esodo del 1948 che vide più di 700.000 palestinesi espulsi dalle loro terre e dalle loro case senza possibilità di ritorno, dopo la fondazione dello stato di Israele.

Terza ragione. I cecchini.

Che la protesta abbia un certo grado di violenza, è innegabile. Che dietro ci sia Hamas, è certamente possibile. Sparare a distanza con un fucile di precisione a un uomo che sta pregando, è un crimine. Lo sarebbe in qualunque contesto, sotto qualsiasi bandiera. Il fatto che uno degli eserciti più potenti del mondo si senta autorizzato a usare i propri cecchini contro una folla che, anche se controllata in parte da Hamas, finora non ha usato armi da fuoco di alcun genere, non è scusabile.

Quarta ragione. In più di un’occasione Israele non ha fatto distinzione fra sport e politica. Più recentemente, il 30 marzo 2018 durante le manifestazioni lungo la striscia, sempre un cecchino israeliano ha ferito gravemente alle gambe Alaa Al-Daly, ciclista palestinese di 21 anni, il cui sogno era quello di pedalare per il suo paese ai giochi asiatici di Giacarta.  O i due calciatori di 19 e 17 anni, Jawhar Nasser Jawhar e Adam Abd al-Raouf Halabiya, anche loro feriti da soldati israeliani a un checkpoint mentre tornavano da un allenamento. I report medici dell’epoca, parliamo del 2014, riportavano 11 proiettili sparati ai piedi di Jawhar e due, uno per piede, per Halabiya.

Per tutte queste ragioni, decidere di far partire il Giro d’Italia da Gerusalemme è anche un atto politico e non può venire scisso dal contesto. L’occupazione israeliana nei territori palestinesi assume diverse forme e livelli di repressione, tuttavia, ciò di cui Israele ha bisogno, più di qualsiasi altra cosa, è la legittimazione. Motivo per cui eventi di questo genere, che a prima vista possono sembrare privi di significato politico, ne sono ancora più pregni. Israele non è uno stato pacifico e non è uno stato democratico, quindi quando la ministra Miri Regev dichiara che “il Giro d’Italia è tra i maggiori eventi sportivi tenuti in Israele [..] E’ un’operazione logistica senza precedenti“, per favore, non facciamo finta che si stia parlando solo di biciclette e che non ci sia dietro un significato politico di una certa portata. Bartali rischiò la propria vita per salvarne altre la cui unica colpa era quella di essere ebree. Per celebrarlo degnamente, il suo gesto coraggioso andrebbe replicato senza distinzione di credo, etnia o bandiera.

Sull’Autore

Scrivo da quando non sapevo leggere e inventavo scarabocchi sui fogli. Crescendo mi sono sempre affidata alle parole cartacee trovandole spesso più efficaci di quelle solo dette. Studio scienze politiche internazionali in Galles ma ho il cuore a Bologna. Viaggio per curiosità e per avventura perchè mi piace raccontare le storie del mondo. Niente batterà mai un piatto di tortellini.

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