Peppino Impastato, in memoriam

Quando si pensa alle maggiori figure dell’antimafia, quella di Peppino Impastato è molto probabilmente, dopo i giudici Falcone e Borsellino, una delle più richiamate, citate e ricordate.

Ciò è comprensibile per l’eterogeneità ed unicità della sua persona: non era solamente uno strenuo ideologo della lotta alla mafia, ma anche un militante della sinistra extraparlamentare, ex sessantottino, in prima linea per le battaglie e i diritti dei lavoratori siciliani; in questo senso, l’altro famoso precedente storico è quello di Pio La Torre. Non ultima la sua giovane età, che lo ha fatto diventare un modello per quei ragazzi e adolescenti che si avvicinano all’attivismo politico-studentesco con un occhio di riguardo ai temi dell’antimafia. Sono proprio i giovani ad averlo reso un loro punto di riferimento, sono proprio loro che spesso lo ricordano e lo celebrano.

Cinema, canzoni, attività culturali, e il Centro Siciliano di Documentazione intitolato a suo nome, faranno il resto nel rendere giustizia alla memoria del giovane ragazzo di Cinisi, ucciso a trent’anni il 9 maggio 1978 dalla feroce mafia del palermitano.

Questo sarà, in breve, il racconto della sua vita e del suo ruolo nella storia della Sicilia.

giuseppe impastato

Giuseppe “Peppino” Impastato

Chi era
Nato a Cinisi il 5 gennaio del 1948, Giuseppe Impastato, soprannominato Peppino in seguito, ebbe la fortuna o sfortuna di nascere proprio in una famiglia di mafia. Suo padre Luigi Impastato era infatti un uomo d’onore, membro della cosca di Cinisi guidata dal boss Gaetano Badalamenti. Da piccolo, Giuseppe era a stretto contatto con gli altri uomini d’onore: conosceva infatti tutti i principali mafiosi del paese, e suo padre lo aveva destinato a diventare membro di Cosa Nostra.

La decisione di schierarsi contro quella mafia che aveva sempre respirato fin dalla nascita la prenderà in seguito all’uccisione, nel 1963, del capomafia Cesare Manzella, con il quale Giuseppe era anche imparentato e la cui morte lo segnerà. Secondo la testimonianza della madre, Felicia Bartolotta (che, insieme al fratello di Peppino, Giovanni, saranno attivi negli anni a venire per commemorarne e perpetuarne la memoria), la morte di Manzella, avvenuta con quel metodo così efferato, lo aveva traumatizzato.

È rimasta memoria della sua frase, a commento dell’attentato a Manzella: “se questa è la mafia allora io la combatterò per il resto della mia vita“. È a questo punto che Peppino inizia il percorso ideologico che lo porterà a diventare una delle figure di spicco del movimento antimafia, allora ancora acerbo.

L’attivismo politico e l’impegno nell’antimafia
La politicizzazione di Giuseppe era già iniziata, e lo porterà a scontrarsi col padre Luigi, che avversava le idee politiche del figlio e che, dopo ulteriori litigi dovuti anche alla contrarietà di Giuseppe alla mafia, finirà per cacciarlo di casa.

Giuseppe era entrato nei gruppi della sinistra extraparlamentare a diciotto anni, nel 1965(era infatti militante del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, i Democrazia Proletaria). L’esperienza politica lo portò a vivere i fermenti sessantottini siciliani, interessandosi alla causa studentesca e operaia; porterà il suo sostegno anche ai contadini, specialmente quando li supporterà per cercare di impedire gli espropri di terreni destinati alla costruzione di una nuova pista di atterraggio dell’aeroporto di Punta Raisi (Palermo), lavori per i quali gli appalti erano stati inquinati, fra l’altro, proprio da infiltrazioni della mafia.

Insieme ad amici e altri compagni, Giuseppe aveva anche iniziato l’attività di speaker radiofonico presso una radio locale privata da loro fondata, Radio Aut, attraverso la quale, nel programma Onda pazza, denunciavano la mafia e le attività illecite del clan Badalamenti, come il traffico di droga e le infiltrazioni negli appalti dell’aeroporto di cui sopra, senza lesinare nemmeno sui rapporti tra mafiosi e amministratori locali.

Il boss Gaetano Badalamenti non perdonerà il fastidio arrecato da Giuseppe alla sua persona e alla sua attività, decretandone la morte. Giuseppe verrà rapito la notte tra l’8 e il 9 maggio 1978, stordito e legato insieme ad una carica di tritolo sulle rotaie della linea Trapani-Palermo. Il tritolo verrà fatto esplodere, dilaniando il corpo di Giuseppe e spargendone i resti tutt’intorno.

Gaetano Badalamenti

Gaetano Badalamenti

Bisognerà aspettare il 2002 affinchè Gaetano Badalamenti, allora detenuto nelle carceri degli Stati Uniti, venisse definitivamente condannato per l’omicidio, dopo che l’inchiesta sul caso venne chiusa e riaperta più volte. È curioso che, all’indomani della morte di Giuseppe, le forze dell’ordine avevano ipotizzato un suicidio, che già allora appariva estremamente improbabile vista la dinamica dell’accaduto. Solo qualche anno prima la condanna di Badalamenti, nel 1998, venne costituito presso la Commissione parlamentare antimafia un comitato in merito al depistaggio sulle indagini dell’omicidio.

Perchè Giuseppe è diventato Peppino
Ricollegandoci a quanto detto all’inizio dell’articolo, l’importanza della figura di Giuseppe Impastato nella storia della mafia e dell’antimafia è stata il suo collocarsi in un periodo di transizione tra passato e futuro. Giuseppe aveva ereditato le istanze dei contadini che prima e immediatamente dopo le due guerre mondiali protestavano e lottavano per gli sfruttamenti a cui erano sottoposti lavorando sotto il sistema latifondistico, in cui i grandi proprietari terrieri erano in combutta coi mafiosi (che dei latifondisti erano il braccio armato, quando non loro stessi proprietari delle terre).

Egli soprattutto, aveva inaugurato un nuovo modo di combattere la mafia, utilizzando attività culturali come percorsi di sensibilizzazione sul tema, e mezzi e media come giornali e soprattutto la radio. In questo senso, aveva dunque anticipato le modalità operative proprie dell’attuale antimafia culturale e sociale. Proprio attraverso Radio Aut, Giuseppe era autore di violenti e pungenti attacchi satirici al potere mafioso: principale “vittima” era Don Tano Seduto, epiteto col quale definiva il boss Gaetano Badalamenti, per il quale lo sberleffo del giovane attivista era un delitto di lesa maestà da pagare col sangue. Era la primissima volta che veniva utilizzata la satira contro la mafia.

Tutto ciò poneva Giuseppe sulla strada di una di una “Radicalità che caratterizza tutta la sua vita, dalla rottura con il padre all’attacco senza mezzi termini e senza compromessi alla mafia e ai suoi complici” (Umberto Santino, Storia del movimento antimafia, Editori Riuniti, 2009).

Nel tramandare l’operato di Giuseppe ai posteri, sarà fondamentale il contributo della madre Felicia e del fratello Giovanni, che romperanno definitivamente con l’ambiente mafioso, collaboreranno con la giustizia e faranno propria quella battaglia che già Peppino aveva fatto sua in vita, e per la quale è stato costretto a pagare con la vita. Il film di Marco Tullio Giordana del 2000, I cento passi, e poi l’omonima canzone dei Modena City Ramblers, ne hanno infine consacrato l’icona.

lapide impastato

 

Per ulteriori approfondimenti:
Umberto Santino, “Storia del movimento antimafia”, Editori Riuniti, 2009;
Felicia Bartolotta Impastato (a cura di Anna Puglisi e Umberto Santino), “La mafia in casa mia”, Palermo, La Luna, 2003;
Giovanni Impastato (a cura di Umberto Santino), “Lunga è la notte”, Centro Impastato, Palermo, 2002-2008;
“Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio”, relazione della Commissione parlamentare antimafia presentata da Giovanni Spena Russo, Editori Riuniti, Roma, 2001;

“I cento passi” (film), regia di Marco Tullio Giordana, 2000.

Sull’Autore

Trapanese d'origine, studio all'Università di Bologna dal 2014. Laureato in Lettere Moderne, attualmente studio Scienze Storiche. Da appassionato di storia e fatti relativi a mafia e criminalità organizzata, ve ne racconterò nei miei articoli, oltre a tutto il resto di cui mi interesso nel tempo libero.

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