Peacekeeping, pregi e difetti dell’intervento militare “giusto”

Nel secolo scorso, la guerra rappresentava il modo tradizionale di “risolvere” i conflitti tra Paesi. Fin dall’alba dell’umanità, la violenza è sempre esistita e ciò ha causato un numero incalcolabile di scontri e vittime. La guerra era considerata un “normale” strumento di politica degli Stati e un famoso generale prussiano, Carl von Clausewitz, disse che “la guerra è la continuazione della politica con altri strumenti”.

Questo punto di vista – condiviso da molti statisti del passato – è cambiato dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando tutti hanno visto che era possibile distruggere un intero paese con una sola arma: la bomba atomica. Tuttavia, già dalla fine della Grande Guerra, i governi europei e statunitensi volevano vietare l’uso della violenza, ma questo auspicio rimase sempre teorico.

Casco blu indiano durate la Missione ONU in Sud Sudan (UNMISS), a Pibor (6 marzo 2013/ United Nations Photo/ Flickr)

Ciò non significa che nessun Paese possa optare per la soluzione bellica, ma la comunità internazionale chiama queste decisioni “missioni di peace-keeping” o “interventi umanitari”. Nella Carta delle Nazioni Unite, infatti, possiamo leggere che lo scopo principale di ogni Stato membro è di “mantenere la pace e la sicurezza internazionali, adottare misure collettive efficaci per la prevenzione e la rimozione delle minacce alla pace e per la soppressione degli atti di aggressione o altre violazioni della pace, e di risolvere con mezzi pacifici, e in conformità con i principi di giustizia e diritto internazionale, regolazione o risoluzione di controversie internazionali o situazioni che potrebbero portare a una violazione della pace”.

Questo è il primo articolo dell’accordo, ma dalla fine degli anni ’40 il Consiglio di Sicurezza e l’Assemblea generale delle Nazioni Unite hanno votato per interventi militari in area di crisi: il primo è stato il Gruppo di osservatori militari delle Nazioni Unite in India e Pakistan (UNMOGIP) per fermare il conflitto nella regione del Kashmir tra India e Pakistan.

Lo scopo di questo tipo di missione era (ed è) prevenire gli attacchi di gruppi paramilitari ai danni dei civili o fermare gli scontri tra fazioni opposte; a volte, però, i belligeranti proseguono comunque nel conflitto o dirigono tutti gli attacchi contro i “caschi blu”. Questo accadde, per esempio, durante l’operazione delle Nazioni Unite in Somalia II (UNOSOM II) nei primi anni di guerra civile somala: 23 soldati pakistani furono uccisi dal signore della guerra di Mogadiscio, Aidid, mentre stavano pattugliando la città. D’altra parte, l’assenza di una presenza internazionale potrebbe consentire alle singole milizie di sottomettere i civili, nei casi in cui l’esercito nazionale è troppo debole: accadde in Afghanistan nel 1997, quando i talebani presero il potere uccidendo il Presidente Mohammad Najibullah e la shari’a diventò la nuova e unica legge del paese.

Quando la Seconda Guerra Mondiale terminò, nel 1945, molti paesi decisero di includere nelle proprie costituzioni il non-riconoscimento della guerra come una soluzione alle dispute internazionali. Tra questi ci fu anche l’Italia. Questo punto non è stato sufficiente per impedire al nostro governo di firmare il Patto del Nord Atlantico, diventando un membro della NATO, un’organizzazione militare. I partiti di sinistra in tutta Europa e i movimenti pacifisti erano contro quest’organizzazione, poiché sostenevano che gli stati non devono più cercare la guerra ma la pace: questa era l’idea del sociologo Johan Galtung, fondatore degli Studi sulla pace e sul conflitto. Seguendo l’insegnamento di Gandhi, le persone dovrebbero ricorrere alla non violenza in caso di ostilità.

Casco blu sorveglia il campo profughi di Zam Zam, Darfur (16 marzo 2015/ Hamid Abdulsalam, UNAMID/ Flickr)

Questo punto di vista può essere condivisibile, ma ci sono situazioni nella vita reale in cui non si può permettere a qualcuno di controllare un intero paese usando il terrore e la brutalità contro uomini, donne e bambini. Nella prima metà degli anni ’90, in Ruanda si verificò un orribile genocidio contro un’intera popolazione, durante la guerra civile. Nel 1993 l’ONU approvò la Missione di osservatori delle Nazioni Unite Uganda-Rwanda (UNOMUR), per capire cosa stesse succedendo in quella regione dell’Africa; nello stesso anno iniziò la Missione di Assistenza delle Nazioni Unite per il Ruanda (UNAMIR), con i Caschi Blu inviati per fermare le violenze. Lentamente, la guerra civile finì e lo stato africano iniziò un percorso di riconciliazione.

La verità è anche che in diverse situazioni le forze ONU non intervennero, come durante il massacro di Srebrenica nel 1995, quando i paramilitari serbi uccisero circa 8.000 persone musulmane. I soldati olandesi inviati dalla comunità internazionale erano vicini alla città ma rimasero nel loro quartier generale, come in un giorno qualsiasi.

Al giorno d’oggi è quasi impossibile che scoppi una guerra in Europa occidentale: dopo i problemi seguiti alla morte di Salazar in Portogallo e Franco in Spagna, l’Europa non ha mai visto un “vero” conflitto armato nella propria casa. Ma gli eserciti degli stati membri dell’UE sono sempre impegnati in missioni in tutto il mondo: per esempio, perché un soldato italiano deve andare in Afghanistan? In generale, la risposta è che andiamo a “risolvere” i conflitti in alcune aree, perché abbiamo bisogno di materie prime provenienti da lì come petrolio e gas. Qualcuno chiama questo punto di vista “neocolonialismo”.

Casco blu indiano a Damasco, Siria (27 gennaio 2008/ Elisa/ Flickr)

Difendere la sovranità di un paese è però un dovere della comunità internazionale: nel 1999, ad esempio, l’ONU decise di fermare la guerra tra Indonesia e Timor Est. A questo scopo fu condotta una consultazione popolare per verificare se il popolo dell’ex colonia olandese accettasse la proposta di un nuovo quadro costituzionale, riguardante un’autonomia speciale per il proprio paese all’interno della Repubblica unitaria di Indonesia, o se volesse la separazione di Timor Est dall’Indonesia. Alla fine, nel 2002 il piccolo paese asiatico divenne indipendente. Inoltre, ci sono ancora oggi casi in cui solo la presenza delle Nazioni Unite consente di mantenere la pace: ad esempio, dal 1999 in Kosovo è presente la Missione di amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite in Kosovo (UNMIK), che impedisce il ritorno allo scontro aperto tra Pristina e Belgrado.

In conclusione, l’uso delle missioni di peace-keeping è un qualcosa di necessario al giorno d’oggi. Vi sono pessimi esempi di interventi umanitari nella storia, ma la sfida globale del terrorismo e l’aumento dei conflitti locali in alcune aree del mondo costringono l’ONU a trovare una soluzione. Ogni stato deve assumersi la responsabilità e aiutare gli altri membri della comunità internazionale. In futuro, questa dovrà decidere come fronteggiare nuovi pericoli, migliorando il coordinamento militare per rispondere più fermamente alle minacce che incombono da fattori diversi.

Sull’Autore

Nato in Friuli nel 1995, vivo e studio a Gorizia, dove seguo il corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università di Trieste. La passione per il giornalismo nasce al liceo, subito dopo quella per il calcio mi porta a diventare arbitro. Collaboro anche con Sconfinare e Messaggero Veneto, per MdC sono il Caporedattore della sezione Società e Diritti. Su Effe Radio co-conduco "La Repubblica delle Banane".

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