Il caso del dottor Robinson e mister Cosby

All’inizio fu Bill Cosby. Poi Dio creò Harvey Weinstein, produttore e fondatore di un grande impero cinematografico dedicato all’intrattenimento delle masse. Dio vide che era una cosa buona e fu felice. Purtroppo quella felicità non durò molto, Dio iniziò ad accorgersi di alcune falle nella sua grande creazione. I suoi beniamini si ribellavano, iniziavano a mostrare una doppia natura. Quelli che sembravano geniali intrattenitori avevano in realtà l’animo corrotto dal germe del Male. Dio era incredulo, non riusciva a capacitarsi che qualcosa di così perfetto fosse anche intrinsecamente fallace. Dubitò di se stesso, scagliò fulmini d’ira, chiese consiglio al suo predecessore, il sommo Zeus, per capire se lui si fosse mai trovato a dover gestire una simile situazione. Zeus era impegnato in una tre giorni di baccanali e non gli seppe dare consiglio, così Dio giunse alla conclusione che forse era meglio non immischiarsi e lasciare che l’umanità se la sbrigasse da sola.

Photo: Mark Makela/Getty Images

Il 26 aprile 2018, Bill Cosby, attore, comico e creatore di serie TV come I Robinson, è stato dichiarato colpevole per tutti e tre i capi di imputazione e condannato a 10 anni per ciascuno, per un totale di 30 anni. Il primo capo lo accusava di aver aggredito sessualmente Andrea Constand nella sua casa di periferia di Filadelfia, nel 2004. Il secondo capo aggiungeva che, al momento dell’aggressione, Constand era in uno stato di incoscienza o semi incoscienza. Infine, il terzo capo accusava Cosby di aver dato a Constand un intossicante che le ha impedito di poter dare il proprio consenso. Il fatto di aver usato una droga secondo le leggi della Pennsylvania, stato dove si è svolto il processo, classifica il crimine come “aggravated indecent assault“. La Pennsylvania, infatti, distingue giuridicamente in base a quale fosse lo stato della vittima al momento dell’aggressione, se fosse in grado o meno di dare il suo consenso, e, nel caso vengano usate sostanze intossicanti, il reato viene classificato come indecent.

Photo: People magazine

Chi è Andrea Constand? Ex cestista canadese, nel 2004 Constand era impiegata all’interno della squadra femminile di basket della Temple University, dove Cosby era membro del consiglio di amministrazione. Constand accusò Cosby già nel 2005 per aggressione sessuale, ma la cosa venne risolta con un accordo di $3.38 milioni che quest’ultimo pagò come indennizzo. Nel frattempo, Constand ha dovuto affrontare un linciaggio mediatico, continuato fino ad ora, dove è stata chiamata a più riprese “un’arrampicatrice sociale” e “una bugiarda”. Questa linea è stata mantenuta anche dalla difesa, infatti all’apertura del secondo processo gli avvocati di Cosby hanno dichiarato che “la cosiddetta vittima” sarebbe stata solo una truffatrice che puntava al denaro del loro cliente. Quando Constand si fece avanti con le accuse, l’America, e il mondo, non erano pronti ad ascoltare. Cosby era papà Robinson, impossibile immaginarlo nel ruolo dello stupratore seriale. Non solo, Cosby è stato il primo afroamericano a vincere un Emmy Awards per Le Spie, nel 1968. Nel 1968! La portata della sua influenza nel mondo dell’intrattenimento è comprensibile solo se paragonata all’influenza che ha avuto a livello sociale. Il suo successo ha fatto da apripista agli artisti che gli sono seguiti e ha preparato l’America all’integrazione. Come ha raccontato Dave Chappelle, nel suo ultimo speciale su Netflix, “non sapete cosa significhi pensare che il tuo eroe possa aver fatto qualcosa di così atroce. È come scoprire che il gelato al cioccolato in persona ha stuprato 54 persone“.

 

Le stesse vittime hanno sentito questo conflitto nel dover smascherare un’icona che rappresentava così nettamente una possibilità di riscatto. Jewel Allison, una di loro, ha spiegato il perché di anni di silenzio prima della sua testimonianza “ho avuto un paio di momenti dove ho cercato di farmi avanti, ma ero troppo spaventata. In più avevo addosso il peso extra di non volere davvero essere responsabile della caduta di un afroamericano“. Per capire che ruolo abbia giocato l’etnia, basta guardare una delle narrative proposte, che è stata quella del razzismo alla Emmett Till: donne bianche che accusano, senza che ci sia reato, un uomo nero solo in quanto nero e lo fanno linciare a morte. Nel caso di Emmett Till, letteralmente. Nel caso di Bill Cosby si sarebbe trattato di linciaggio morale, oltre alla perdita del suo status. Credere, anche solo per un secondo, che papà Robinson potesse essere responsabile di un atto così violento e disgustoso, avrebbe danneggiato severamente la sua eredità artistica e politica. Più facile credere a un complotto razzista a fini di lucro. Se dall’altra parte c’è una donna è ancora più facile.

 

credits to: New York magazine

La prima testimonianza è arrivata, e non è stata creduta. Poi la seconda, la terza e la quarta. Al primo processo Constand, era l’unica a testimoniare, nonostante nel frattempo il numero di donne che avevano portato avanti le loro storie fosse arrivato a 60. La giuria ha deliberato per sei giorni senza riuscire a raggiungere un verdetto. Nell’eterno gioco, sadico e disgustoso, di chi l’ha più dura tra una donna e un nero, è arrivato il caso Weinstein a portare una battuta d’arresto. A solo un anno da quella sentenza mancata, si è svolto un secondo processo, questa volta con il supporto di altre cinque donne a testimoniare, oltre a Constand. Il movimento #MeToo, partito con le rivelazioni su Harvey Weinstein, ha sicuramente cambiato il clima e aperto una nuova conversazione. Due giorni dopo l’inizio del processo, la giuria ha raggiunto un verdetto, colpevole.

Molto probabilmente Cosby, che di anni ne ha ormai 81 ed è stato dichiarato legalmente cieco, non sconterà neanche la metà della pena. Probabilmente non vedrà l’interno di una prigione. Ma, forse, non è importante. Non esiste una pena in grado di ripagare “400 ore di stupri”, come ha calcolato Dave Chappelle. La vera vittoria in questa sentenza è stata che le vittime sono state ascoltate e prese sul serio. È molto difficile scindere questo processo da un discorso generico di razzismo e sessismo, ma a un certo punto sarà un passo fondamentale da compiere, sopratutto per il movimento #MeToo, perché queste violenze vanno inquadrate in un discorso di potere che finora è stato toccato per vie traverse e con molta esitazione, ma che andrebbe portato al centro del problema. Storie come quella di Cosby o di Weinstein, venendo poste solo come “battaglie per l’uguaglianza di genere”, rischiano di ottenere l’effetto contrario e solidificare una contrapposizione. Se è vero che il movimento ha influenzato così radicalmente la sentenza, dobbiamo essere molto cauti, nell’osservare il procedere della situazione, a non scivolare in una caccia al capro espiatorio. Sia Cosby che Weinstein sono un sintomo, non il problema.

 

Sull’Autore

Scrivo da quando non sapevo leggere e inventavo scarabocchi sui fogli. Crescendo mi sono sempre affidata alle parole cartacee trovandole spesso più efficaci di quelle solo dette. Studio scienze politiche internazionali in Galles ma ho il cuore a Bologna. Viaggio per curiosità e per avventura perchè mi piace raccontare le storie del mondo. Niente batterà mai un piatto di tortellini.

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