Non abbandonate il partigiano, lettera aperta a Mario Di Maio

Il 25 aprile è da sempre una data controversa. Da quando il nostro Paese è nato come democrazia, la ricorrenza che ricorda la liberazione dall’occupazione nazifascista e l’inizio di una nuova era per l’Italia è oggetto di battaglie e discordie, tra chi vorrebbe abolirla, chi ne sabota le iniziative, chi più o meno coscientemente se ne frega. Quello che è accaduto a Roma, questo 25 aprile, ha dell’incredibile: il Comune aveva invitato il partigiano Mario Di Maio a parlare alla cittadinanza e agli studenti della sua esperienza nella Resistenza. Arrivato nel luogo deputato all’evento, si è trovato di fronte una platea deserta. Il signor Mario, con enorme dignità, si è comunque seduto al suo posto, ha chiuso gli occhi, e ha recitato una sua poesia scritta in occasione del bombardamento di San Lorenzo:

Sonano le sirene, che dolore / Ognuno s’arifugia in un portone / Tra qualche istante senti già sparare / E qualche bomba cade a precisione / Dopo tre ore di bombardamento da quegli infami degli americani / Uscimo tutti quanti dalle tane e verso casa corremo a guardà / Dio, che macello / Quando arrivo a San Lorenzo bello / Non c’era più un palazzo pe guardallo / Tra le rovine tutta la gente grida / Chi cerca il padre e il figlio / Chi cerca la famiglia.

Un avvenimento del genere indica sicuramente un’imperdonabile noncuranza da parte del Comune di Roma nel fare un’adeguata pubblicità all’evento. Ma potrebbe indicare anche una malafede nel cittadino medio, che ha dimenticato su quali basi si fonda la sua libertà, e che ritiene superfluo e inutile partecipare a questi eventi e spendere una riflessione sugli avvenimenti che hanno caratterizzato la Resistenza? Non ci proponiamo di dare risposte: ognuno sa, dentro di sé, cosa significa il 25 aprile per lui. Vogliamo solo lanciare un messaggio di solidarietà al signor Mario, affinché questi episodi non capitino ancora. Un episodio del genere ferisce come persona e come cittadino ognuno di noi: mi sono permessa di mettere nero su bianco le mie impressioni, sperando che, in qualche modo, le mie parole possano arrivare al signor Mario e a chi, come me, ha provato vergogna in questo 25 aprile.

25 aprile

Egregio signor Mario,

mi chiamo Giulia Zennaro, ho 28 anni e le scrivo da un paese in provincia di Venezia. Ho letto sui giornali di oggi l’incresciosa vicenda a Lei capitata in occasione delle celebrazioni del 25 aprile a Roma; mi riferisco al fatto che, invitato dal Comune a parlare della Sua testimonianza di partigiano durante la Resistenza agli studenti e alla cittadinanza, si sia presentato per trovare una sala completamente vuota. Non riesco a comprendere le motivazioni di una simile negligenza da parte del Comune nel pubblicizzare adeguatamente questo importante evento, e voglio sperare che, con le adeguate modalità di informazione, si sarebbero presentate numerose persone.

Non voglio e non posso permettermi di pensare che, nel 2018, in un Paese come il nostro e in una città come Roma, nessun cittadino, anche adeguatamente informato, abbia sentito l’interesse e il dovere civico di presentarsi e ascoltare quello che Lei aveva da dire. Le faccio i miei complimenti per la grande dignità e lo stile che Lei ha dimostrato, presentandosi ugualmente dinanzi a una platea deserta, per recitare la Sua poesia, dando a tutti, anche a chi come me ha saputo di questo avvenimento dalle pagine di un giornale, una lezione di umanità.

Io sono nipote di un prigioniero dei campi di concentramento, un suo coetaneo: mio nonno, se fosse ancora vivo, avrebbe all’incirca la Sua età. Sono cresciuta ascoltando le sue storie sulla guerra, sulla fame, sulla povertà e sulle indicibili sofferenze che hanno passato quelli che, come Lei, fanno parte di una generazione che ha vissuto sulla propria pelle un orrore che noi giovani non possiamo neanche immaginare. Non so cosa darei per poter ascoltare ancora i suoi racconti; e come me anche molti ragazzi della mia età condividono nella loro famiglia queste storie di coraggio e sofferenza. Mi sono sentita ferita, come giovane e come cittadina italiana, dalla vicenda che Le è capitata.

25 aprile

Ho sentito il bisogno di scriverLe questa lettera per scusarmi con Lei a nome di coloro che hanno dimenticato ormai chi siamo, da dove veniamo, dove dobbiamo andare e quale direzione non dobbiamo assolutamente prendere: quella della dimenticanza, della noncuranza, del disprezzo verso quei valori che Lei e le altre persone che hanno vissuto in quegli anni hanno condiviso, e che hanno contribuito a forgiare il Paese che conosciamo ora. Le scrivo per scusarmi a nome di tutte le sedie vuote con le quali ha dovuto confrontarsi, a nome di chi ha girato la testa dall’altra parte, a nome di chi aveva cose più importanti da fare in questa giornata, più importanti di venire ad ascoltare una storia che, insieme a tante altre, ha fatto sì che la libertà, in Italia, non fosse un concetto astratto, ma un valore reale, qualcosa per cui ragazzi e ragazze più giovani di me hanno lottato.

Noi giovani manchiamo di guide, di punti di riferimento: Lei, come altre figure in Italia, siete tra i pochi, a mio parere, a poterci insegnare veramente qualcosa. Per questo ciò che Le è successo è imperdonabile; ma spero che Le sia in qualche modo di conforto sapere che esistono tante persone che credono nei valori per cui voi avete lottato, e che cercano, ogni giorno, nonostante le difficoltà, di praticarli e di tenerli sempre a mente, come un timone che orienta la nostra vita e che non ci fa cadere nell’ignoranza e nella dimenticanza. In questi tempi impietosi per la mia generazione, abbiamo bisogno più che mai di non dimenticare chi siamo: per questo persone come Lei sono così importanti.

Ho voluto scriverLe per farLe sapere che mi addolora molto quello che Le è capitato; ma questa lettera serve anche a me, per mettere nero su bianco le speranze che ho ancora per la mia generazione e per questo Paese, perché ciò che è successo a Lei non si ripeta, e perché la memoria storica non cada nell’oblio. Ci voglio credere, e spero che questa lettera Le faccia piacere.

La ringrazio e le stringo calorosamente, anche se solo virtualmente, la mano.

Un saluto da Venezia,

Giulia Zennaro

Sull’Autore

Laureata in Istituzioni di Regia, vivo a Venezia. Per vivere gestisco i soldi della gente, scrivo, ballo e mi occupo di pubbliche relazioni pur mantenendo alta la mia misantropia. Preferisco un'ora di bingewatching ad un'ora d'amore e quando ho bisogno di stare da sola vado a ballare.

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