Signor Presidente, le scrivo

Signor Presidente,

Cos’è la democrazia? Cos’è l’espressione della volontà popolare? Che cosa significa ricevere l’incarico e il mandato di governare questo Paese?

Seguo attonito i recenti avvenimenti legati alle difficoltà nel formare un nuovo Governo. Attonito non perché sorpreso dalla situazione, ma perché incapace di comprendere come si possa applicare una semplice “logica dei numeri”.
Signor Presidente, le elezioni del 4 marzo hanno dato risultati chiari. La coalizione di Destra è risultata vincitrice, ottenendo un numero di voti superiore a tutti gli altri partiti; il Movimento 5 Stelle, pur risultando primo partito in Italia, ha ottenuto un numero di voti inferiore; infine, il Partito Democratico, con il suo 18%, ha ricevuto una chiara e netta “mozione di sfiducia” da parte dell’elettorato con quest’ultimo che risulta ormai distante e disaffezionato da quel partito che, nelle Europee del 2014, aveva ottenuto il 40% dei consensi.
Comprendo perfettamente, Signor Presidente, che le difficoltà per la formazione di un nuovo Governo derivano, essenzialmente, dalla distanza ideologica – più che programmatica – tra le due forze maggiori (Centro Destra e Movimento 5 Stelle). Non spetta a nessuno di noi criticare o osannare le scelte che i due leader – Di Maio e Salvini – hanno deciso di prendere, ma occorre fare attenzione che, nell’alternativa sulla quale si sta puntando (l’alleanza 5Stelle-PD), la volontà popolare non venga stravolta.

Signor Presidente, abbiamo avuto 18 legislature e un numero impressionante di Governi; la stabilità politica non è l’elemento portante del nostro sistema e certamente occorre risolvere, o arginare, questo nostro difetto con una legge elettorale che sapientemente vada ad equilibrare il principio di rappresentatività con quello di governabilità, ma guardare al nostro passato può essere utile per capire la gravità della situazione in cui ci troviamo.
Dicevo delle 18 legislature, Signor Presidente. Occorre partire dall’analisi dei risultati elettorali che hanno portato alla formazione di questi Parlamenti e, soprattutto, dobbiamo chiarire, con onestà, chi ricevette, per ogni legislatura e per ogni Governo in questa, la nomina di Primo Ministro. I risultati parlano chiaro: vi è sempre stata la logica per la quale il partito – o la coalizione – uscente vincitore dalle elezioni andava al Governo, il più delle volte esprimendo anche il Primo Ministro, altre volte limitandosi a far parte della “squadra” di Governo.
Si guardi, ad esempio, a due esperienze che oggi devono essere il faro di ogni nostra riflessione: i Governi Spadolini e i Governi Craxi. Nel primo caso, il Partito Repubblicano Italiano era sicuramente una forza minoritaria in Parlamento, ma quando venne affidato l’incarico a Spadolini, prontamente egli si assicurò il sostegno del partito che aveva, allora, la maggioranza relativa dei seggi: la Democrazia Cristiana. Nel caso di Craxi, si noti come pur essendo una figura politica sicuramente riconducibile alla Sinistra, anch’egli andò ad includere la Democrazia Cristiana nel suo Governo, considerando che anche in questo caso la DC aveva ottenuto la maggioranza relativa dei seggi.

Questa, Signor Presidente, deve essere la logica da seguire: chi ha vinto le elezioni deve stare, in un modo o nell’altro, al Governo. Se questo non è possibile, l’esperienza ci insegna che molte altre soluzioni sono possibili, tra cui quella di ritornare alle urne. In nessun caso, tuttavia, si deve seguire la logica dei numeri, secondo la quale l’importante è ottenere il 50%+1 dei seggi a tutti i costi. La logica dei numeri, collegata a stretto giro alla logica del “Governo a tutti i costi”, non è democraticamente sensata.

Signor Presidente, se diversi cittadini andassero a creare partiti del 4%, tra di loro non coalizzati e non coalizzabili, sarebbe ideale formare un Governo con una dozzina di questi partiti pur di avere una maggioranza? E così facendo, sarebbe giusto escludere da questo eventuale Governo un partito che ha ottenuto, invece, la maggioranza relativa dei voti e dei seggi in seguito alle elezioni? Più persone, di fronte ad una simile evenienza, si direbbero scettici, se non turbati. Il loro scetticismo e il loro turbamento sarebbero più che giustificati. Ecco cosa è la “logica dei numeri”, signor Presidente.

E si faccia attenzione, perché questa logica è la stessa che qui si sta applicando, premendo affinché il Governo venga fatto da chi le elezioni non le ha vinte. La logica dei numeri è pericolosa anche perché crea risentimento, un risentimento più che giustificato. Come si spiegherà a quei milioni di elettori (la maggior parte concentrati nel Nord Italia) che le loro speranze, tramutate in voto per la Coalizione vincente, non hanno contato nulla?
Se davvero andare a votare è uno dei più grandi traguardi che un regime democratico garantisce, come si spiegherà a questi elettori che il loro voto è stato inutile, che il Governo lo faranno altri; altri, la cui piattaforma politica è stata sconfessata e rifiutata dal voto popolare.
Signor Presidente, comprendo benissimo quale è la risposta a tutte queste considerazioni; è la risposta dei costituzionalisti; è la risposta per il quale “Il popolo non elegge il Governo, il Governo è nominato dal Presidente della Repubblica”. Una risposta, questa, chiara, ma che è anche limitata. Chi studia la Costituzione, Signor Presidente, dovrebbe studiare anche le basi delle Scienze Politiche e la teoria che è alla base di un regime democratico quale è il nostro. È vero che la il Governo non lo fa il popolo, ma ignorare in modo così grave l’espressione della volontà popolare di certo non legittimerà in alcun modo qualsiasi formazione di Governo che esclude chi le elezioni le ha vinte.

Questa è l’eterna disputa tra una concezione di Democrazia formale e una di tipo sostanziale; una diatriba che non interessa più di tanto di costituzionalisti, ma fondamentale per la realizzazione di una vera democrazia.

Sull’Autore

Nato in uno sperduto comune della provincia pavese nel 1991, ho terminato gli studi magistrali in Economia, Politica ed Istituzioni Internazionali all'Università di Pavia. Mi occupo principalmente di Politica Internazionale e tematiche legate alla Sicurezza internazionale con attenzione particolare al contesto dell'estremo oriente.

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