La Francia contro il cittadino Macron – pt. 1: Ciò che abbiamo visto

Diciamocelo, ultimamente la politica italiana mi risulta particolarmente claustrofobica. Quale occasione migliore dunque – pensavo – per recuperare la politica francese, dopo un semestre abbondante in cui me ne ero bellamente disinteressato?

E me ne ero disinteressato perchè, al di là degli impegni contingenti, da una parte quel tunnel degli orrori che è stata la campagna elettorale italiana aveva assorbito in maniera malsana la mia attenzione. Dall’altra, il vero ostacolo che da sempre riscontro nell’approcciarmi alla politica francese è la sua maggiore complessità: anche in un talk show qualunque, il modo di trattare i temi tende ad essere sempre accompagnato da una componente tecnica non sottostimabile, e senza comprendere quella risulta molto complicato stare al passo della conversazione in atto. La mia attenzione andava dunque altrove un po’ per l’abitudine ed il comfort offerti dalla mia bolla italofona, un po’ perché la soglia di attenzione richiesta dai talk italiani (almeno fino alle 22.50) è decisamente minore di quella che richiederebbe cercare di comprendere le ragioni delle proteste dei lavoratori delle ferrovie transalpine. È con tutta probabilità dunque questa maggiore complessità di fondo a rappresentare un ostacolo a qualcuno che – fruitore occasionale dell’agone politico d’Oltralpe – volesse inserirsi nella discussione politica in atto. Come fare allora?

Ha rappresentato per me un’occasione particolarmente ghiotta, in questo senso, la recente intervista concessa domenica, 15 aprile 2018, dal Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron a due giornalisti d’inchiesta di due reti differenti unitesi in forze per l’occasione: Edwy Plenel, patron del giornale indipendente Médiapart  (che pubblica solo online e senza alcun finanziamento altro dagli abbonamenti dei lettori) e  Jean-Jacques Bourdin, nome di spicco di BFM TV, canale televisivo (ma in origine radiofonico, BFM sta appunto per “Business FM”) sostanzialmente moderato, giornalista noto per i suoi modi taglienti e il suo “non guardare in faccia a nessuno”.

Quest’intervista era del resto programmata ormai da un anno: già durante la campagna per le presidenziali Macron e Plenel si erano accordati per tenere ogni anno un’intervista che fosse una sorta di check up da parte dei francesi dell’operato del Presidente, accordo passato alle cronache francesi anche per lo “chiche” (pronuncia “shish”) utilizzato da Macron per dire “scommettiamo”, e il “banco”( “bancò”) di Plenel, a prendere atto dell’accordo stipulato. [ndr. Dalle nostre parti “shish” porta alla memoria tutt’altro, ma che volete che sia, ce ne faremo una ragione] Tuttavia il formato inizialmente pensato era differente: non poche sono state d’altronde le critiche al fatto che i due intervistatori fossero due uomini bianchi di più di sessant’anni, senza articolare attenzione alla composizione di quest’ipotetica “giuria” di giornalisti, critiche venute dalla stessa redazione di Médiapart, che avrebbe voluto essere presente all’intervista, opzione però osteggiata da Macron.

Anche  il luogo stesso dell’intervista è stato oggetto di contrattazione: Macron aveva proposto ai due giornalisti lo stesso Eliseo. Ma la pietra parla, e già essere “ospiti” nella residenza del Presidente della Repubblica francese avrebbe rappresentato una condizione di inevitabile inferiorità da parte loro. Inoltre, il momento stesso è particolare, perché recentemente la decisione di Macron di allontanare la sala dei giornalisti presente all’interno dell’Eliseo in un edificio adiacente ha dato adito a polemiche non indifferenti da parte della categoria. La scelta è così infine ricaduta su Palais Chaillot, una sede d’eccezione, dove per l’occasione sono state scostate le tende degli enormi finestroni che affacciano sullo Champ de Mars e sulla Tour Eiffel (né più né meno come nel tipico servizio giornalistico de “il cronista dall’estero”, con la differenza che qui la torre non è proiettata sullo sfondo, ma è presente in ferro e ossa, differenza non da poco) conferendo all’incontro un’aura quasi sacrale.

Palais Chaillot, la sede finale scelta per l’intervista di BFM e Médiapart

A rimarcare la particolarità dell’occasione, persino il modo in cui i due giornalisti scelgono di rivolgersi allo stesso Macron è anch’esso abbastanza significativo. Dopo averlo chiamato per un’unica volta “Monsieur le President”, in occasione delle presentazioni iniziali, da quel momento in poi entrambi gli intervistatori non si riferiranno a lui che come “Emmanuel Macron”, nome e cognome. Sarebbe bastato aggiungere “cittadino” prima del nome e sarebbe di colpo comparsa in loco tutta la Convention nationale a maggioranza montagnarda del 1793, con Marat, Danton e Robespierre come olografici Spiriti della Forza (mi perdonerete ma sto leggendo a passo di lumaca L’armata dei sonnambuli dei Wu Ming e ogni tanto mi parte il giacobinismo).

Non sono mancate a questo riguardo le polemiche a riguardo il giorno successivo. Non in pochi, a dare una rapida occhiata all’hashtag #MacronBFMédiapart su Twitter all’indomani dell’intervista, vedevano difatti in questa scelta da parte dei due una qualche forma di “lesa maestà” nei confronti della prima carica dello Stato francese. Fatto sta, la scelta del nome ha contribuito alla creazione di un “luogo di uguaglianza”, dove questi due giornalisti avevano – fatto eccezionale – la possibilità di confrontarsi con un cittadino loro pari incaricato di reggere – fatto temporaneo – i destini del Paese (e, per assenza momentanea di oppositori di statura internazionale che non siano Victor Orban, dell’Europa).

Per non parlare del tono di alcune domande, tono che per certi versi in Italia sarebbe inimmaginabile forse pure da parte del più antigovernativo degli antigovernativi (cioè Travaglio, almeno fino all’altro ieri). Bourdin, per rendere l’idea, a un certo punto se ne esce con una frase traducibile all’incirca con “Non teme forse di essere in preda a un infantilistico delirio di onnipotenza?” Rilancia Plenel “Non sarebbe stato forse più onesto chiamare il suo movimento En Force e non En Marche?”, e il riferimento è alla maniera in cui il governo sta orientando massicciamente l’agenda politica all’interno dell’Assemblée Nationale. Mentre più volte Macron si ritrova sulla difensiva a dover riformulare domande poste da Plenel tanto che in un’occasione risponde piccato sottolineando che quella non sembra una domanda quanto un “plaidoyer”, una vera e propria accusa.

Bene, questo per quanto riguarda la forma. Come volevasi dimostrare, da buon italiano, la prima cosa che mi ha colpito è stata quella, non tanto i contenuti. Vuoi pure perché per certi versi necessitavo davvero di recuperare elementi che ho poi recuperato nei giorni seguenti, vuoi perché davvero alcuni di questi elementi hanno decisamente inciso sul dibattito che è seguito nella settimana immediatamente seguente. C’è da dire però, a mia discolpa, che non fare attenzione alla forma, in un’occasione del genere, sarebbe stato quantomeno impossibile.

Uno dei tanti colpi di genio dello youtuber Khaled Freak, ispirata ad una precedente intervista di Macron su TF1 nella stessa settimana

(continua nella seconda parte: “Il cittadino Macron contro la Francia  – Ciò che abbiamo capito)

Sull’Autore

Nasco a Como nel '92, parto per Bologna a studiare Lingue nel 2011 e, con la testa almeno, non la lascio più. Al momento vivo a Parigi, dove perfeziono lo studio dei dialetti arabi orientali. Seguo particolarmente le vicende politiche francesi, maghrebine e mediorientali. Ascolto di tutto, mangio di tutto, leggo di tutto, vedo di tutto. Sono un bulimico della narrazione.

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