Sentenza trattativa Stato-Mafia, punti d’arrivo e prospettive future

Condannati, per “minaccia o violenza a corpo politico dello Stato” (art. 338 c.p.), a 28 anni il boss della mafia Leoluca Bagarella e 12 Antonino Cinà, il “postino del papello”, condannati i tre ex carabinieri del Ros, 12 anni a Mario Mori e Antonio Subranni, 8 per Giuseppe De Donno, e condannato a 12 anni anche Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia, per anni braccio destro di Silvio Berlusconi; condannato il superteste del processo, Massimo Ciancimino, per calunnia nei confronti dell’ex poliziotto e capo della Polizia Gianni De Gennaro; assolto per prescrizione il boss e collaboratore di giustizia Giovanni Brusca; assolto l’ex ministro della Dc Nicola Mancino per il reato di falsa testimonianza.

Questo è quanto emerge dalla sentenza di primo grado, prodotta dalla Corte d’Assise di Palermo, del processo sulla trattativa Stato-Mafia, le cui indagini partirono nel 2008 dopo l’esplosiva intervista di Massimo Ciancimino a Panorama, e che giunge ora a termine dopo il rinvio a giudizio degli imputati nel 27 maggio 2013; una sentenza che ha accolto in pieno la ricostruzione accusatoria dei Pm Nino Di Mattero, Vittorio Teresi, Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene. Alle indagini aveva inizialmente partecipato anche l’ex magistrato Antonio Ingroia, poi dimessosi dalla magistratura.

Le condanne giungono in parte inaspettate, visto il pesante clima mediatico che ha circondato il processo, le numerose e durissime delegittimazioni rivolte ai Pm, e gli scontri tra giornalisti e altri esponenti dell’opinione pubblica, i quali hanno preso manicheisticamente le difese dei magistrati o degli imputati senza concedere sconti a nessuno.

Il pronunciamento dei giudici di Palermo rimarca fermamente la validità di un’ipotesi storica, quella della Trattativa, che era stata già scoperchiata e in parte convalidata dalla sentenza della Corte d’Assise di Firenze del 2011 sulle stragi del 1993, per la quale la Trattativa fece da sfondo e cornice delle bombe di Roma, Firenze e Milano.

Avevamo già parlato in un lungo articolo in due parti (del quale consigliamo la lettura) degli eventi che compongono la ricostruzione e la narrazione della trattativa Stato-Mafia. In attesa che vengano depositate le motivazioni della sentenza (che potranno ulteriormente definire giuridicamente e storicamente fatti e responsabilità della vicenda), da questa possiamo già dedurne delle certezze e alimentare vecchie ipotesi, che comunque attendono l’eventuale e definitivo pronunciamento della Cassazione.

Prima conferma è che quel dialogo instauratosi tra Stato (nelle persone dei carabinieri del Ros Mori, De Donno e Subranni) e mafia (nella persona di Vito Ciancimino) era volto a trattare lo stop alla strategia stragista di Cosa Nostra, in ossequio ai punti del papello contenente le specifiche richieste dell’accordo, e non, come riferirà Mario Mori, per ottenere informazioni utili alla cattura dei latitanti.

Come alcuni commentatori hanno evidenziato, tuttavia, rimane ancora il dubbio di chi fossero i mandanti istituzionali che hanno mobilitato i carabinieri.

Dalla sentenza possiamo supporre anche che sia stata data per valida la testimonianza di Massimo Ciancimino in merito alla collocazione cronologica degli incontri tra i carabinieri e il padre Vito Ciancimino. Mario Mori riferirà infatti, in una memoria del 2010 depositata agli Atti, che il primo incontro tra loro e Vito Ciancimino risale all’agosto del 1992, dopo la morte di Paolo Borsellino (il quale, fino a poche settimane prima, indagava proprio su Dell’Utri e Berlusconi in merito ai rapporti con l’uomo d’onore Vittorio Mangano); Massimo Ciancimino riferì invece che gli incontri si verificarono tra giugno e luglio dello stesso anno.

Elemento non da poco, poiché da ciò dipende se i giudici della Corte d’Assise hanno ritenuto valida l’ipotesi, come scrive Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano, 20 aprile 2018), “che Borsellino sia stato assassinato a distanza così ravvicinata da Falcone perché indagava sui rapporti Mangano-Dell’Utri-B. e perché aveva saputo della Trattativa e stava per smascherarne gli autori”: è proprio questa seconda ipotesi quella che dipende dalla collocazione temporale degli incontri Ros-Ciancimino.

Incontri che, nello specifico, costituiscono la “prima parte” della Trattativa, sviluppatasi sull’asse Ros-Ciancimino-Riina, poi arenatasi per l’eventuale incapacità di instaurare un dialogo fruttuoso col capo dei capi dei Corleonesi ormai deceduto. Riina infatti verrà poi arrestato, presumibilmente poiché venduto dal suo braccio destro e boss Bernardo Provenzano (nel frattempo divenuto nuovo referente della parte mafiosa), dando poi luogo alla vicenda, anch’essa approdata ai tribunali, della mancata perquisizione del covo di Riina in via Bernini a Palermo, del cui processo Mario Mori fu imputato.

La “seconda parte” della Trattativa è quella che vede coinvolto, invece, Marcello Dell’Utri, già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa (imputazione attribuita a fatti risalenti al 1992); non si sa se dopo questa sentenza nuove indagini potrebbero accertare la fattispecie del concorso esterno anche per i fatti risalenti a dopo il 1992.

Quel che sappiamo è che Dell’Utri ha raccolto le richieste ricattatorie della mafia consegnandole a Silvio Berlusconi, non imputato nel processo ma che compare nelle indagini come personaggio secondario, il quale tra il 1993 e 1994, con alcune delle sue aziende sull’orlo della bancarotta e sotto inchiesta, pianificò ed attuò il progetto politico coronatosi con la vittoria di Forza Italia nel marzo del 1994.

Le motivazioni della sentenza dovrebbero inoltre chiarire la natura e la veridicità delle intercettazioni del boss Giuseppe Graviano, intercettato in carcere mentre riferiva di presunti favori a beneficio di tale “berlusca”. Le intercettazioni furono oggetto di dibattito in Aula: i consulenti tecnici della difesa riferirono infatti che non “berlusca” ma “bravissimo” fosse la parola pronunciata dal boss Graviano.

Vi è però anche la testimonianza del collaboratore di Giustizia Gaspare Spatuzza, a cui sempre Graviano riferì nel gennaio ’94 che “il paesano” e “quello di Canale 5″ (con i quali i Pm ritengono riferirsi a Dell’Utri e Berlusconi) gli avrebbero messo “il Paese nelle mani”.

Il Pm Nino Di Matteo, nello specifico, ha commentato riferendo che con tale sentenza viene coinvolto non più il Berlusconi imprenditore (comparso nella sentenza definitiva di concorso esterno in ass. mafiosa di Dell’Utri, nelle vesti di finanziatore di Cosa Nostra) quanto il Berlusconi politico, che avrebbe dunque raccolto le richieste e il beneplacito della mafia, presumibilmente divenendone il nuovo referente.

Come avevamo anticipato, ad ogni modo, prima di dare per certa qualsivoglia ricostruzione è saggio e prudente, da un punto di vista storico, attendere le motivazioni della sentenza, che serviranno a contestualizzare le condanne di un processo, di una vicenda, e di una sentenza stessa, che a loro modo hanno già fatto (e forse riscritto) la storia del Paese.

Sull’Autore

Trapanese d'origine, studio all'Università di Bologna dal 2014. Laureato in Lettere Moderne, attualmente studio Scienze Storiche. Sono appassionato di storia e fatti relativi a mafia e criminalità organizzata, di cui vi racconterò nei miei articoli.

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