Mafia e Alleati nello sbarco in Sicilia, cosa c’è di vero

A qualcuno sarà capitato di ascoltare, da parte di un nonno o di un genitore, di storie e racconti della Seconda Guerra Mondiale. E chi è nato in Sicilia, avrà forse sentito anche di quella volta in cui gli Alleati giunsero, mettendo in atto l’Operazione Husky, dalle coste del Nord Africa fino in Sicilia, grazie anche al supporto fornito dalla mafia siciliana, che avrebbe in qualche modo aiutato gli anglo-americani a sbarcare sulle coste del Mezzogiorno.

È uno di quei miti storici tramandatisi con gli anni ma del quale si è sempre vagheggiato più con accenni dietrologici che con prove storiche alla mano. Siamo qui per sciogliere questo dubbio.

Nel narrare il mito del presunto sodalizio tra Alleati e uomini d’onore, viene spesso fatto il nome del famoso boss siculo-americano Charles Lucky Luciano (nato a Lercara Friddi nel 1897 col nome di Salvatore Lucania), che i più vorrebbero essere il referente della mafia siciliana in America e al quale gli americani si sarebbero rivolti per cercare di entrare in comunicazione con alcuni suoi contatti in terra siciliana. Ciò con lo scopo di ricevere un supporto per lo sbarco.

Ma andiamo con ordine.

Lucky Luciano
Luciano lasciò la Sicilia a otto anni, nel 1905, insieme a tutta la sua famiglia. Giunto negli Stati Uniti, ottenne la cittadinanza americana rinunciando a quella italiana. La sua formazione culturale e criminale, dunque, si sviluppò completamente sul suolo americano.

lucky luciano

Charles “Lucky” Luciano

A differenza della maggior parte degli emigrati siciliani, che tendevano a rimarcare con riferimenti simbolici e culturali la propria origine, Luciano ebbe sempre una certa avversione per tutto ciò che apparteneva al vecchio mondo e lo potesse in qualche modo ricollegare alla sua patria d’origine. Da ciò deriva la scelta di cambiare il proprio cognome da Lucania a Lucianoche a dire del boss risulterebbe anche più “mascolino” all’orecchio.

Con la Sicilia, Luciano non aveva dunque alcun tipo di rapporto, e conseguentemente molto difficilmente avrebbe potuto avere relazioni con uomini d’onore siciliani: è dunque falso che il governo americano si fosse rivolto a lui per ottenere contatti da mobilitare per lo sbarco.

È vero esclusivamente che fu contattato dagli apparati della US Navy, ma per altro motivo. Durante la guerra, infatti, capitò che convogli e imbarcazioni attraccati ai moli portuali newyorkesi venissero sabotati, prendessero fuoco e talvolta affondassero. Temendo l’opera di spie naziste infiltrate, la US Navy affidò segretamente (questo è documentato) la difesa dei docks a Luciano.

Ben prima della Seconda Guerra Mondiale, la mafia americana era infatti infiltrata nei sindacati degli operatori portuali, potendo dunque decidere assunzioni, controllare lo sbarco e la partenza dei convogli e la circolazione delle merci. È in quell’ambiente che Luciano avrebbe eventualmente mobilitato uomini di sua conoscenza per sorvegliare le imbarcazioni della Marina americana. Tuttavia, erano gli stessi mafiosi a sabotare le navi. Era Luciano a simulare gli attentati, proprio nel tentativo di essere chiamato per collaborare ed ottenere la scarcerazione (essendo stato arrestato nel 1936).

Ma nulla a che vedere con quei presunti i contatti (lo ripetiamo, inesistenti) che avrebbe avuto in Sicilia e che avrebbero aiutato gli Alleati a sbarcare.

Dunque, cosa successe in Sicilia?
C’è un’altra storia residua in cui ci si può talvolta imbattere: quella che vuole aerei alleati lanciare sul paesino di Villalba (in provincia di Caltanissetta) foulards ricamati con una L (come Lucky Luciano); gli aerei avrebbero preceduto l’arrivo degli Alleati su carri armati recanti anche essi i misteriosi foulards. A Villalba, allora, regnava uno dei massimi esponenti della storia di Cosa Nostra, Calogero Don Calò Vizzini, da alcune fonti ritenuto l’allora “capo dei capi”; e proprio in virtù di tale carica sarebbe stato scelto dagli americani come referente principale per lo sbarco sull’isola.

calogero vizzini

Calogero Vizzini

Se vera è la fama e la reggenza del potere mafioso da parte di Don Calò nel paese di Villalba, quella dei foulards ricamati è però un’altra storia senza alcuna prova certa, e per tanto va relegata nella categoria dei miti o delle notizie dubbie o infondate. La vicenda dei foulards, originariamente, fu raccontata da Michele Pantaleone, membro del partito socialista di Villalba. Se, come abbiamo detto, nessuna prova storica può riscontrarla, altre testimonianze possono, per di più, smentirla (ndr. si vedano a tal proposito i libri nelle note in fondo all’articolo).

Ciò non significa, però, che uomini d’onore e soldati anglo-americani non abbiano in qualche modo interagito.

Anzi, è proprio all’indomani dello sbarco che tra la mafia e gli Alleati si stabilirono contatti sfociati poi in accordi con vantaggi reciproci.

Gli Alleati, organizzati nella struttura dell’AMGOT (Allied Military Government of Occupied Territories, l’apparato di governo che avrebbe temporaneamente gestito i territori occupati) erano alla ricerca di figure e personalità dotate di potere informale all’interno della comunità siciliana, che potessero aiutarli a coordinare e amministrare l’isola dopo lo smantellamento delle istituzioni governative del regime fascista. In ciò, gli uomini d’onore avrebbero svolto ruoli di mediazione tra popolo ed esercito e di amministrazione locale.

Da parte della mafia, d’altronde, quella era un’occasione ghiotta per riprendere il controllo territoriale e politico-sociale che, prima il fascismo e il “prefetto di ferro” Cesare Mori, e poi gli sconvolgimenti della guerra, avevano da tempo indebolito.

Un documento storico che testimonia gli effetti perversi di questo rapporto tra Alleati e mafiosi è il rapporto Scotten, nome informale della relazione redatta dal capitano dell’OSS (Office of Strategic Services, una sorta di servizio segreto militare in terra straniera) W. E. Scotten, dal titolo The problem of mafia in Sicily.

Nel rapporto, il capitano Scotten rilevò con particolare preoccupazione la radicata presenza della mafia nell’isola e di quanto le possibilità offerte a questa dall’esercito americano rischiassero di favorirne la crescita e la detenzione del potere, prospettando scenari non incoraggianti per il futuro dell’isola. Segnalò inoltre il clima di forte sfiducia del popolo siciliano verso le istituzioni, e di quanto la mafia riuscisse a sopperire tale mancanza, non negandosi però l’opportunità di esercitare il potere con violenze e soprusi.

Tra le varie opzioni offerte da Scotten nell’affrontare il problema, due erano quelle più radicali. La prima prevedeva la persecuzione dei mafiosi, un impegno che sarebbe toccato, almeno in quel momento, ai membri dell’esercito americano, ma che sarebbe loro costato tempo ed energie, e dunque difficilmente praticabile; la seconda, quella di non interferire con gli affari interni della Sicilia, lasciando al popolo e all’isola la possibilità di autodeterminare il proprio futuro politico e sociale.

La storia ci testimonia che, alla fine, sarà proprio quest’ultima la soluzione percorsa dall’AMGOT per quanto riguarda il destino della Sicilia. Scelta che ha contribuito a condannare l’isola ad essere vittima dello strapotere di Cosa Nostra, che ebbe terreno libero per fare il buono e il cattivo tempo nel clima di desolazione e povertà dell’immediato dopoguerra.

 

Per ulteriori dettagli si veda:
Salvatore Lupo, Storia della mafia, Donzelli, 2004, Roma

Salvatore Lupo, Quando la mafia trovò l’America. Storia di un intreccio intercontinentale, 1888-2008, Einaudi, 2008, Torino.

Il rapporto Scotten compare come documento storico al termine del film In guerra per amore (regia di Pierfrancesco Diliberto, 2016).

Sull’Autore

Trapanese d'origine, studio all'Università di Bologna dal 2014. Laureato in Lettere Moderne, attualmente studio Scienze Storiche. Da appassionato di storia e fatti relativi a mafia e criminalità organizzata, ve ne racconterò nei miei articoli, oltre a tutto il resto di cui mi interesso nel tempo libero.

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