Isolate and Protect: lo spettro dello Smoot-Hawley Act negli Stati Uniti

Sin dalla sua fondazione gli Stati Uniti d’America sono abituati, quasi periodicamente, ad isolarsi dal resto del mondo. Questo isolamento può avvenire in varie forme: nel 1920 ad esempio, al momento di ratificare l’ingresso USA nella neonata Società delle Nazioni, il Senato votò contro, dando inizio ad un periodo di detatchement dall’Europa. Un distacco che faceva il verso alla famosa dottrina Monroe del 1823, derivata di un messaggio del presidente James Monroe al Congresso americano. Il suo contenuto era molto semplice: gli Stati Uniti sono sovrani nei continenti americani, l’Europa si limiti ai fatti suoi.

La dottrina Monroe è considerata la primissima formulazione dell’imperialismo americano. Il suo scopo era quello di consolidare le relazioni con quei paesi latinoamericani recentemente affrancatisi dalla madrepatria europea, mantenendo però un canale privilegiato con l’Inghilterra

Oggi questo isolazionismo ha un nome ben preciso: Donald Trump. Il tycoon ha infatti deciso di imporre un dazio del 25% sull’import di acciaio e uno del 10% su quello di alluminio. Le ragioni sono piuttosto semplici: l’industria bellica americana, motore del sistema politico-economico del Paese, dipende per quanto riguarda acciaio e alluminio da altri Paesi, che in caso di guerra potrebbero facilmente metterle i bastoni tra le ruote. Lo scopo è quindi duplice: proteggere e rafforzare l’industria siderurgica americana e proteggerla dai potenziali nemici. Il ragionamento non fa una piega, ma le sue conseguenze ne hanno più di una.

I dazi non sono altro che tassazioni sui beni in ingresso, utilizzati in molti casi e collegati alla dottrina del “protezionismo”. Alzando queste tariffe infatti si rende più svantaggioso importare (quindi comprare e vendere dall’estero), forzando quindi la mano del consumatore verso prodotti nostrani. Si capisce quindi che imponendo queste tariffe su determinati prodotti uno Stato cerca di “proteggere” e rafforzare determinati settori dell’economia. Il problema è che il protezionismo è strettamente collegato alla legge del taglione: in poche parole, se tu mi metti i dazi io te ne metto altrettanti. Una tariffa tira l’altra, e il mondo viene di conseguenza tirato in mezzo ad una guerra doganale senza pietà.

Il dato più interessante di questa guerra doganale è il dazio sulla soia imposto dalla Cina. Posto il fatto che per questo prodotto la Cina può comunque rivolgersi ad altri paesi, la decisione di Ji Jinping è sostanzialmente politica, poichè 8 dei 9 stati americani che la producono sono roccaforti elettorali di Trump. Diminuire l’export americano della soia verso la Cina è quindi un colpo basso del segretario cinese al Tycoon, che a differenza del primo dipende dalle urne.

La prova del taglione è evidente anche nelle ultime affermazioni della Cina, che di contro alla minaccia statunitense di tagliare 1/3 dell’import cinese verso gli USA, ha promesso di chiudere altrettanti canali dell’economia nazionale allo Zio Sam. Il provvedimento di Trump, che coinvolge anche gli alleati NATO, rischia di avvolgere in una spirale di recessione l’economia globale con effetti disastrosi. In un periodo come questo, dove spinte nazionalistiche e autarchiche infiammano gran parte delle società mondiali, i rischi del protezionismo e dei dazi è spesso sottovalutato. Ed è per questo che per renderli più chiari ci serviremo di un esempio targato USA, più precisamente dello Smoot-Hawley-Tariff Act del 1929 e la sua leggendaria figuraccia.

La prima guerra mondiale fu per gran parte dell’Europa un completo disastro. Per gli USA fu invece un successo clamoroso: il Paese infatti non aveva subito danni interni, e le economie disastrate dei paesi europei avevano spinto queste ultime a legarsi maggiormente con gli Stati Uniti. Il risultato fu che mentre Francia, Germania, Italia e molti altri stentavano a ripartire, lo Zio Sam entrava a passo di marcia nel novero delle potenze mondiali.

Un segno della prosperità che caratterizzò i ruggenti anni ’20 fu l’elettrificazione del Paese, che permise al mondo agricolo di modernizzarsi e aumentare spaventosamente la produzione. Ciò comportò un surplus di prodotti agricoli sul mercato americano che i consumatori non riuscivano nemmeno lontanamente a smaltire. Insomma, l’offerta era maggiore della domanda, e per evitare una crisi di sovrapproduzione l’amministrazione USA corse ai ripari. Un primo provvedimento fu il Fordney-McCumber Tariff Act del 1922, che innalzò le tariffe doganali sui prodotti agricoli esteri. Le proteste contro questo provvedimento furono molte, ma al tempo l’economia americana era in crescita e i danni furono contenuti.

Nonostante la corsa dell’economia americana di quegli anni, i repubblicani rimasero ossessionati da un possibile tracollo dovuto alla sovrapproduzione e al sottoconsumo di beni agricoli. Lo spauracchio dell’overproduction e il protezionismo agricolo furono due cavalli di battaglia della campagna presidenziale di Herbert Hoover nel 1928, che l’anno seguente avrebbe visto i suoi propositi sì realizzati, ma nel modo peggiore. Nel 1929 infatti passò al Congresso la Smoot-Hawley Tariff Act, proposta dai repubblicani Reed Smoot e Willis Hawley, rispettivamente deputato e senatore. Nel proporre questo provvedimento i due uomini erano senz’altro mossi da buone intenzioni: è comunque risaputo che sono proprio queste ultime a lastricare la strada per l’inferno.

I due proponenti Reed Smoot (sinistra) e Willis Hawley (destra)

Lo Smoot-Hawley Act imponeva sostanzialmente moltissimi dazi su altrettanti beni (circa 20000); l’entità di queste tariffa è ancora discussa dagli economisti, ma si pensa che complessivamente l’aumento del prezzo dei beni in entrata fu del 60%. Il presidente Herbert Hoover, nonostante avesse definito la legge “viziata, estorsiva e odiosa”, credeva che i suoi effetti sarebbero stati limitati. Nei calcoli dei repubblicani infatti la tassazione sarebbe cresciuta dell’8% e l’import scesa al massimo del 4-6%. Ovviamente si sbagliavano.

In soli quattro anni l’import passò dai 4.5 miliardi del 1929 1.5 miliardi del 1933 (-30%), mentre l’export scese di 3,3 miliardi di dollari. Il PIL crollò prima dai 103 miliardi del 1929 ai 76 del 1931, per poi scendere ulteriormente a 56 miliardi nel 1933. Le importazioni crollarono specialmente nel mercato USA-Europa, registrando in soli tre anni una diminuzione di quasi un miliardo di dollari. Gli effetti devastanti dello Smoot- Hawley Act si mescolarono (o ne furono la causa?) con quelli della grande depressione del 1929, che contribuì ad innalzare enormemente la disoccupazione fino al 25% nel biennio 1932-33.

Rapporto tra PIL americano e commercio internazionale nel periodo 1929-41. Quando il volume del commercio si restringe, diminuiscono anche il PIL e l’occupazione.

L’effetto più clamoroso dello Smoot-Hawley Act fu però la conseguente rappresaglia degli altri paesi. Il primo fu il Canada, maggior partner commerciale degli USA, che alzò le tariffe su 16 prodotti: poca roba si direbbe, che da sola però rappresentava il 30% dell’export americano nel Paese. Se i canadesi menarono le mani, di sicuro l’Europa non le mandò a dire. La Gran Bretagna rafforzò i rapporti col Canada e impose tariffe su beni in entrata molto pesanti, seguita a ruota dalla Francia e dalla Germania che avviò addirittura una politica autarchica. La guerra dei dazi dilagò rapidamente in tutto il mondo, facendo crollare il commercio mondiale del 66%.

Nonostante la catastrofe generale della Depressione, i segni dello Smoot-Hawley erano comunque ben distinguibili nell’economia americana. Finalmente nel 1934 il congresso democratico approvò il Reciprocal Tariff Act, un provvedimento che autorizzava il presidente a negoziare l’entità delle tariffe con altri paesi tramite trattati bilaterali. L’epoca della guerra doganale era finita, ma i suoi danni avrebbero continuato a riverberare nelle economia di mezzo mondo e nella catastrofe della seconda guerra mondiale.

La storia non si ripete, ma spesso fa rima. In un mercato sempre più flessibile e globale, i dazi dovrebbero essere più un ostacolo che un porto sicuro. Eppure lo spettro della Smoot-Hawley torna a incombere sugli Stati Uniti e sul commercio globale, con ripercussioni potenzialmente fatali in un mondo già scosso dalle minacce di Kim-Yong Un e dai morti di Ghouta. Le lancette della storia sembrano aver invertito la marcia, mentre l’orologio del disastro procede più spedito che mai.

 

 

Sull’Autore

Molisano bolognese, storico in erba e polemico introverso. Esperto di aria fritta e politica, ama i giri in autobus senza meta e i calzini colorati.

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