Le sei fatiche di Facebook

È utile qualche considerazione, sei in particolare, in merito alla polemica scoppiata sulla fuga di dati da Facebook:

Numero uno: la fuga di dati – che di per sé, probabilmente, una vera e propria fuga non è – è la cosa meno rilevante in assoluto. È perfettamente normale avere dei problemi all’interno di un’azienda, soprattutto grande quando Facebook.

Numero due: non sono ancora in tanti quelli che si sono resi conto di un punto molto importante: Facebook è un’azienda e non un servizio pubblico. Questo vuol dire che deve guadagnare tramite i suoi servizi, e lo fa in cambio dei dati personali dei suoi utenti da usare per rendere più efficaci ed efficienti le pubblicità ospitate sulla piattaforma stessa. Anche se ti consente di partecipare all’interno del suo strumento, lo fa per un guadagno.

Numero tre: Facebook è un privato. Se ottiene, grazie al consenso scritto, i dati dei suoi utenti, non è brutto e cattivo: ha fatto il suo lavoro e ci è riuscito in modo del tutto legittimo. L’utente invece – non ricordandosi forse il famoso detto che recita “nulla è gratis a questo mondo” – ha deciso di condividere i suoi dati per usufruire di quel servizio privato online, tappandosi le orecchie e pensando anzi, “che palle queste condizioni di servizio e privacy, figurati mettersi a leggerle, dove posso accettare a basta?”

Numero quattro: quindi, ciò che emerge davvero da questo scandalo è piuttosto il fatto che la maggioranza delle persone che usufruiscono dei servizi di Facebook, come di qualsiasi altro social network, non comprendono davvero la portata e il peso, ma soprattutto il valore dei propri dati personali. Sarebbe più utile protestare per sapere in che modo, chi e per quale motivo vengono utilizzati i nostri dati in maniera specifica, che scagliarsi inutilmente contro una multinazionale con multe ridicole – soprattutto in rapporto al loro fatturato – o con udienze senatorie insignificanti.

Numero cinque: servirebbe quindi un intervento, anche legislativo, di sensibilizzazione nei confronti di questo problema. La maggioranza delle persone non è abituata a fare i conti con questo fenomeno; Facebook semplicemente non lo capisce: è uno strumento utile, enormemente utile sotto molti aspetti, ma è evidente che abbia bisogno di regolamentazione laddove mette a repentaglio la sicurezza della proprietà degli utenti – e i dati, inutile ripeterlo, sono a tutti gli effetti una proprietà, come un’auto o una casa, e forse anche più preziosa.

Numero sei: per finire, la cosa di gran lunga più preoccupante è che una manciata di persone possa manipolare l’informazione, attraverso questi dati, a tal punto da arrivare perfino ad influenzare milioni di persone direttamente; ed è un problema se l’obiettivo del processo è proprio quello di ottenere consenso politico durante la campagna elettorale; e ancor di più se il mezzo per riuscirci sono le fake news. Si dovrebbe forse aiutare, anziché reprimere, le organizzazioni che si occupano di fact-checking, e da loro si dovrebbe prendere spunto per avviare una grossa campagna di sensibilizzazione per far capire agli utenti come gestire, oltre ai propri dati, informazioni di cui usufruiscono in modo tale da avere sempre un atteggiamento critico nei confronti di qualsiasi contenuto in cui si imbattono sul Web.

Ah, già, quasi dimenticavo! Le buone idee, se si tratta dell’uomo, sono quasi tutte irrealizzabili.

Sull’Autore

Nato e cresciuto a Bologna, cervellotico e scettico fino al midollo. Viaggio con la mente per comprendere, credendo in un'umanità sempre migliore. Anche solo un poco, poco davvero, dai.

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