L’ipocrisia (e l’inutilità) dell’attacco in Siria

Donald Trump ha deciso di attaccare, nuovamente, la Siria e i risultati ci saranno eccome, ma forse non esattamente quelli che si aspetta.

“Mission Accomplished” ha esultato il tycoon subito dopo l’attacco ai danni del regime di Assad in Siria, forse non ricordando che stessa infelice espressione fu usata da Bush per descrivere la situazione in Iraq (una situazione ben lungi da esser considerata “missione compiuta” e i fatti lo hanno poi dimostrato).

Ma cosa ci dicono i fatti? Qual è l’esito dei bombardamenti?
All’indomani dell’intervento anglo-francese-americano diversi supposti intellettuali occidentali hanno esultato, dimenticandosi per almeno qualche minuto che fino al giorno prima ce l’avevano a morte con Trump. Improvvisamente si è detto che Trump ha fatto la cosa giusta, che il regime di Assad ha oltrepassato la linea rossa, che Assad va eliminato.
La realtà rischia, tuttavia, di esser ben diversa. Assad, va ricordato, sta vincendo e molto probabilmente vincerà. Non è notizia nuova, ma spesso questo è un elemento che viene dimenticato. Grazie al supporto costante dei Russi, Assad ha praticamente annientato i ribelli e le poche sacche di resistenza ancora presenti verranno rapidamente circondate e soppresse. Grazie poi alla caduta dell’ISIS – almeno nella sua parte di “entità territoriale” – Assad ha ancor più man libera, riuscendo a rinforzare diversi fronti grazie alle unità prima assegnate alla lotta contro il sedicente Stato Islamico. Se Assad vince e si rafforza, il fronte dei suoi nemici continua ad esser formato da nazioni che perseguono propri secondi fini, a volte in contrapposizione persino con i propri supposti alleati. È il caso, ad esempio, della Turchia che più che combattere Assad è interessata ad eliminare i Curdi ai suoi confini, gli stessi Curdi che sono stati nostri alleati durante la guerra all’ISIS (ma i fatti di Kobane li abbiamo già dimenticati).

Ma ora tre potenze occidentali di primo ordine sono entrate in gioco, qualcosa cambierà, vero? Assolutamente no. Il bombardamento ordinato da Trump, che ha visto la partecipazione di Regno Unito e Francia, dimostra quanto poco il tycoon abbia capito la situazione internazionale. L’attacco di questi “volenterosi” è stato innanzitutto limitato e privo dell’effetto a sorpresa. Diverse fonti ci spiegano come, per evitare incidenti con i Russi, la coalizione abbia avvisato con giorni di anticipo dell’imminente attacco. Tutto il tempo, dunque, per mettere al sicuro ogni cosa e trasferirsi altrove. I depositi di armi chimiche – o i supposti tali – sono sì stati distrutti, ma l’expertise è ancora tutta viva e vegeta; in altre parole, se davvero Assad conduce una guerra chimica, basterà che si sposti la produzione altrove. Anche se la coalizione non avesse avvertito i Russi, i danni sarebbero stati assai limitati, considerando che l’attacco è avvenuto a tarda notte, quando gli impianti erano quasi sicuramente deserti. Fonti poi russe, ancora tutte da verificare, comunicano che buona parte dei missili americani – più di un centinaio secondo varie fonti – sono stati intercettati e distrutti, un risultato non esattamente positivo per missili che Trump aveva definito “belli, nuovi e molto intelligenti”.

Assad è ancora al suo posto e sta vincendo, con o senza interventi stranieri atti ad indebolirlo.

Gli attacchi – tre o quattro – non hanno fatto alcun danno effettivo, ma rischiano solamente di aumentare la tensione internazionale, con più voci che si sono già alzate per criticare aspramente l’operazione che, come sempre, è stata condotta senza l’avallo delle Nazioni Unite e con queste ultime che faranno finta di correre ai ripari nei prossimi giorni, ma considerando l’estrema irritazione di Mosca, ogni loro posizione verrà comunque bloccata.

Rimane poi la malattia dell’Occidente: l’ipocrisia. Una brutta bestia da curare e che pare aver infettato i più. Sia chiaro questo: non vi sono prove effettive che Assad abbia usato armi chimiche. Potrebbe averlo fatto, come potrebbe non averlo fatto. La situazione in Siria è confusa e le informazioni provenienti da un simile scenario bellico lo sono altrettanto. Le fonti sono difficili da verificare. Rimane perfettamente aperta la possibilità che gli attacchi chimici siano stati condotti dai ribelli; questa, lo ripeto, è una possibilità.
Lo scrissi in precedenza, ma ripeto anche questo: perché mai Assad dovrebbe ordinare l’utilizzo di armi chimiche ora che sta vincendo? Perché rischiare un intervento internazionale ai suoi danni ora che sta eliminando i suoi nemici? Perché mettere così in imbarazzo il suo alleato russo, già di per sé piuttosto isolato – per altre vicende – rispetto alla comunità internazionale? Queste sono domande che gli analisti occidentali dovrebbero farsi più spesso. Usare le armi chimiche sarebbe, strategicamente parlando, più probabile in caso di imminente sconfitta, quando ormai non si ha nient’altro da perdere, ma Assad sta vincendo, non perdendo. Perché nessun media occidentale solleva la questione per la quale potrebbero essere stati i ribelli ad utilizzare armi chimiche in modo da screditare ulteriormente il regime e arrivare così ad un intervento militare internazionale?
Finché non si conducono studi approfonditi – sicuramente difficilissimi in uno scenario come quello siriano – non si potrà mai effettivamente sapere di chi è la colpa. La situazione è ormai tale che il “grilletto facile” viene quasi giustificato. Si rischia però di tornare ai tempi di Bush con la sua dottrina dell’attacco preventivo.

E poi la grande campagna assolutamente demagogica dei media e supposti intellettuali. “Perché nessuno pensa ai bambini?” diceva la moglie del reverendo Lovejoy nei Simpsons; oggi dovremmo declinarla in “Perché nessuno pensa ai bambini siriani?”. Una domanda, per carità, più che legittima. Ma allora: “Perché nessuno pensa ai bambini yemeniti?”; “Perché nessuno pensa ai bambini curdi?” e ancora “Perché nessuno pensa ai bambini armeni massacrati in un (non) genocidio che abbiamo ancora paura a (non) riconoscere come tale?”.
Punti di vista, ovviamente, ma non mi pare che vi siano piani per bombardare l’Arabia Saudita, tra i principali responsabili del caos yemenita (Perché sì, anche in Yemen c’è una guerra civile; non ditelo a Saviano però, che altrimenti si offende e vi dà del razzista).
In Siria, signori, c’è una guerra civile e nelle guerre civili – ancor più che in altre forme – la gente muore, i bambini muoiono. Lasciate da parte ogni sentimentalismo, copritevi pure la bocca e il naso con la mano per non respirare i gas delle armi chimiche che nelle vostre stanzette comunque non avete; sono sicuro che questo aiuterà moltissimo quei bambini che invece le armi chimiche le hanno respirate eccome.

Ignorate la realtà dei fatti, ovvero che l’Occidente ha, per anni, cazzeggiato mentre la Siria sprofondava nel baratro; ignorando che mentre noi mettevamo like su video di “gattini che fanno cose buffe”, in Siria già si moriva.
Il danno in Siria è ormai fatto, se davvero si vuole una soluzione occorre smetterla con queste decisioni unilaterali di “pochi” che non hanno comunque alcun effetto reale sulla conduzione delle operazioni belliche. Se invece, come penso sia in parte vero, non ce ne frega nulla della Siria, evitiamo di fare i bacchettoni moralisti.

Sull’Autore

Nato in uno sperduto comune della provincia pavese nel 1991, ho terminato gli studi magistrali in Economia, Politica ed Istituzioni Internazionali all'Università di Pavia. Da sempre interessato alle Relazioni Internazionali e ai meccanismi di gestione del potere, affronto temi anche molto caldi in modo diretto e senza ipocrisie.

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