Verso est. Visegrád, Matteo Salvini e il futuro dell’Europa.

Lo storico ceco František Palacký, vissuto nel ‘800, è considerato in Repubblica Ceca uno dei padri della patria: l’espressione dell’orgoglio boemo, la voce contro le idee panslaviste che in quel periodo si stavano diffondendo a macchia d’olio per tutta l’Europa Centrale e Orientale e che avevano l’obiettivo di riunire sotto un’unica nazione tutti i popoli slavi europei.

L’odierna Repubblica Ceca, al tempo in cui scriveva Palacký, faceva parte dell’impero austriaco, considerato dallo storico il baluardo contro le mire della monarchia universale russa. Solo all’interno dell’impero, sempre secondo Palacký, la sua patria, la Boemia, avrebbe potuto esprimere la propria identità nazionale e la propria identità europea, che non si confacevano ai valori di Mosca e di San Pietroburgo, osannati invece, anche in Boemia, dal movimento panslavista.

L’importanza degli scritti di Palacký sta nell’introduzione e nella definizione dell’incipiente concetto di Europa centrale (Boemia, Moravia e Ungheria), definita una pluralità culturale, diversa dalla Russia. L’etichetta “Europa centrale”, da allora, ha subito notevoli trasformazioni durante il Novecento: la prima guerra mondiale, la dissoluzione dell’impero asburgico, le mire espansionistiche della Germania nazista, tragicamente realizzate negli anni trenta e nella seconda guerra mondiale, il moderno panslavismo d’ispirazione comunista e la cortina di ferro hanno fatto sì che il termine risultasse ancora più vago e fumoso.

              L’Europa Centrale.

All’alba della caduta del muro di Berlino, lungo il confine della cortina, le ex repubbliche popolari e socialiste erano mosse da due sentimenti: la voglia di lasciarsi alle spalle il comunismo, guardando a ovest, e la diffidenza verso quella stessa Europa occidentale che le aveva lasciate al loro destino sovietico.
Il 15 febbraio 1991, nella cittadina ungherese Visegrád, i capi di Stato di Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria sottoscrissero un’alleanza volta alla cooperazione, sotto l’auspicio di entrare in Unione Europea con trattative unitarie.
Secondo Wojciech Przbylski, direttore di Visegrad Insight, i confini dell’Europa centrale vennero definiti proprio in quella data. Il gruppo di Visegrád (V4), se pensiamo a fattori geopolitici, rappresenta l’Europa centrale.

Ciò che tiene insieme i quattro Paesi non è solo la simile transizione, avvenuta negli anni Novanta, verso la democrazia e la comune memoria collettiva degli anni sovietici; vicino alle somiglianze sociali e culturali si riscontrano anche similarità economiche, i Paesi dell’Europa centrale, infatti, hanno avuto percorsi simili: la stessa transizione verso un’economia di mercato, una certa dipendenza dagli investimenti esteri per garantire posti di lavoro e un simile livello medio dei salari.
Tornando agli anni ’90, nel 1993, la Cecoslovacchia si smembrò ufficialmente in Repubblica Ceca e Slovacchia e l’UE iniziò le trattative di annessione con i singoli Paesi del blocco centrale, differentemente da quanto auspicato dal V4. Nonostante ciò, il gruppo di Visegrád continuò a operare convertendo gli iniziali obiettivi in una cooperazione in diversi settori quali la cultura, la scienza e anche l’economia.

   Il logo del gruppo di Visegrád.

Dopo vent’anni circa di quiete, quando l’Europa ha iniziato a fare i conti con la crisi siriana e con i flussi migratori provenienti dalle aree di guerra, il V4 è tornato alla ribalta della cronaca organizzando il fronte comune anti-quote, anti-immigrati e anti-rifugiati. I veti e i muri, nati nella calda estate del 2015, e anche l’ondata di consensi alle forze populiste all’interno dell’area Visegrád hanno messo in subbuglio un’Europa, già instabile e vacillante.

L’ostilità verso Bruxelles, nata dalla contrarietà verso le politiche migratorie, si è con il tempo tradotta in un’avversione generale verso gli stessi valori fondativi l’UE a cui i Paesi del V4 hanno, al loro tempo, aderito. La costruzione del muro fra Ungheria e Serbia e la “democrazia illiberale” di Viktor Orbán, la riforma della giustizia che porta a una pericolosa politicizzazione della magistratura polacca, i numerosi elogi di Miloš Zeman, Presidente della Repubblica Ceca, a Vladimir Putin e la preoccupante crescita di consensi del partito populista in Slovacchia, Ľudová strana Naše Slovensko, hanno portato a un progressivo isolamento dei quattro Paesi all’interno dell’UE, la quale risponde paventando sanzioni e stop ai fondi europei.

La solitudine di Orbán, Zeman, Andrzej Duda, presidente della Polonia, e Robert Fico (prima delle sue dimissioni a marzo) ha spostato l’orizzonte politico del V4 da ovest a est. Da Bruxells a Mosca. Dalla Merkel a Putin.

Rifugiati siriani parlano con la polizia ungherese, li divide il filo spinato voluto da Orbán, lungo il confine con la Serbia.

A quest’analisi, forse apocalittica, deve essere aggiunto un tassello in più, che potrebbe ribilanciare le dinamiche e le sorti dell’UE e di Visegrád. Da un punto di vista economico, come Przbylski sostiene, tutti e quattro i Paesi sono ben consapevoli che la permanenza in Europa offre condizioni molto più vantaggiose rispetto a un possibile sostegno russo, tuttavia, fra i Paesi centro-orientali, i sentimenti nei confronti di Putin, l’uomo forte al comando, risultano differenti nonostante il fronte V4 anti-immigrazione sia compatto e ci siano tendenzialmente partiti populisti al governo.

Da un lato ci sono Zeman e Orbàn (filorussi) e dall’altro Duda,  né filorusso né filoccidentale, ma pericolosamente populista e antidemocratico e vicino al controverso partito polacco Diritto e Giustizia.
La Polonia, perno del gruppo di Visegrád, in quanto economicamente più forte e più popolosa, in questi anni non ha mai mostrato, per motivi storici e sociali, simpatia nei confronti di Mosca. Potrebbe essere Varsavia l’ultima possibilità dell’Europa, per quanto amara, per contrastare il fascino di Putin che sta permeando anche l’Occidente? Si configurano perciò in Europa, due fronti con due nemici diversi ma alleati fra loro: uno interno e uno esterno. L’ondata di populismo, che sta minando internamente il tessuto politico e sociale europeo, ed esternamente, il fascino della Russia, connesso in modo estrinseco alla prima minaccia.

Il populismo interno all’Europa colpisce da più fronti e in più forme: la Brexit del 2016, i soddisfacenti risultati elettorali dei partiti populisti di estrema destra in Francia, Austria, Olanda e Germania e infine in Italia con la vittoria, presunta o parziale, di Matteo Salvini e della Lega. Il populismo di governo dei giorni nostri, dall’Europa centrale, sta approdando anche in Europa occidentale. Le simpatie di Salvini nei confronti di Putin sono note: i numerosi viaggi a Mosca e la battaglia contro le sanzioni russe lo dimostrano.

Anche l’orizzonte di Salvini, e perciò di una parte consistente di elettorato, contando anche i risultati di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, si è spostato a est, guardando non solo verso Mosca, ma anche verso Varsavia, Praga e soprattutto Budapest. Durante l’ultimo anno, prima del 4 marzo 2018, numerosi elogi indirizzati a est hanno avuto come mittenti i due leader della destra italiana, Salvini e Meloni: dai continui annunci per abolire le sanzioni alla Russia agli elogi alle politiche contro le quote dei rifugiati dell’intero gruppo di Visegrád, dai video dalla piazza rossa di Salvini ai selfie con Orbàn della Meloni sul Danubio, a pochi giorni dal voto.

                                          Un selfie di Giorgia Meloni e Viktor Orbàn a Budapest, il 28 febbraio 2018.

Ora, la svolta a est di una possibile forza di governo di uno Paese fondatore e portante dell’Unione Europea potrebbe provocare un iniziale sgretolamento dell’Europa stessa, tale da relegarla a un ruolo secondario nelle dinamiche internazionali; inoltre un possibile governo italiano con forti influenze antieuropeiste e nazionaliste non solo porterebbe a un indebolimento del blocco Occidentale, già minato dalle forze populiste francesi, britanniche e tedesche, ma trascinerebbe l’Italia in uno spazio marginale all’interno dell’Europa, perdendo così un posto di rilievo al tavolo dei negoziati sulla gestione dei rifugiati e dei migranti incentivando, di conseguenza, il rafforzamento dell’asse esclusivo franco-tedesco che detta l’agenda europea. Voltare le spalle all’Europa e guardare a est renderebbe l’Italia un unicum nel blocco occidentale europeo, a cui naturalmente appartiene, e la relegherebbe a un isolamento geopolitico in cui gli interlocutori privilegiati diventerebbero perciò i Paesi membri del gruppo di Visegrád, in rotta di collisione con la stessa UE.

Di fronte a questi scenari, possibili o meno, le considerazioni auspicate da Palacký, quasi due secoli fa, sembrano sgretolarsi. Il panslavismo di ieri è stato convertito nel “filo-putinismo” di oggi che cerca di indebolire un interlocutore scomodo come l’UE e di riunire i governi sfiancati dalle politiche del vecchio continente, estrinsecandosi in diverse forme di populismo, che hanno caratterizzato anche la campagna elettorale italiana: ostilità nei confronti delle politiche di integrazione, ricerca dell’uomo forte al comando, rigetto delle istituzioni sovranazionali e ossessione per le fake news.

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