Satira e bufale, c’è una falla nel processo comunicativo

Si fa spesso confusione tra “mock journalism” , letteralmente giornalismo ironico ma anche finto e che si fa beffe di chi legge, e il “fake journalism”, indirizzato proprio a contaminare le notizie. Gli oggetti delle prese in giro sono principalmente la società, la politica, la religione e lo stesso mondo dell’informazione. In Italia ci sono stati degli esperimenti cartacei, spesso falliti economicamente ma che hanno comunque lasciato un segno: l’esempio più famoso è quello de Il Male, in auge dal 1977 al 1982 e fondato da Pino Zac, nome d’arte di Giuseppe Zaccaria, e poi diretto da Vincino (Vincenzo Gallo). Era un giornale anti-clericale, aggressivo, con uscite fulminanti e molto avanguardiste per l’epoca: un suo numero, ad esempio, uscì in edicola con allegati dieci grammi di pepe, spacciato però per cocaina.

Questo giornale è passato alla storia per i “falsi”: i falsi del Male nacquero dall’idea di un grafico, Marcello Borsetti, di replicare le prime pagine dei quotidiani più famosi dell’epoca – PaeseSera, La Stampa, Il Giorno, ecc… – mettendoci delle notizie completamente inventate dalla redazione. Questa pagina era al centro del giornale e, rigirandolo, il falso ne diventava la copertina. Il primo caso è datato 1978: una prima pagina de La Repubblica intitolata Lo Stato si è estinto, con le dimissioni dell’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone e la chiusura di Camera e Senato. La cosa destò scandalo anche nel mondo dell’informazione, tanto che l’allora direttore di Repubblica, Eugenio Scalfari, minacciò di querelare Il Male. Il giornale di Pino Zac e Vincino visse per circa cinque anni, lasciando un’impronta indelebile nella satira italiana. Come ha scritto Vincenzo Sparagna, giornalista e disegnatore per Il Male: “Più scrivevamo enormi bugie, più scoprivamo che si trattava di forme ellittiche della realtà, meno false delle cronache correnti”.

La somiglianza tra mock journalism e fake journalism è quindi solo apparente, indistinguibile solo per un occhio che non sa riconoscere l’evidente irrealtà della notizia riportata dal primo. Qualche anno fa, Facebook avviò una sperimentazione dando la possibilità di aggiungere il tag “satira” ai propri post, facendo sì che gli utenti non venissero tratti in inganno da notizie false; non è però detto che una notizia falsa sia automaticamente satira. L’obiettivo di una bufala è ingannare le persone e ricercare la massima diffusione possibile, usando un linguaggio giornalistico verosimile. Nel 2014, in piena emergenza Ebola, si diffuse via social network la notizia di tre casi d’infezione a Lampedusa e che si temette un’epidemia globale: l’allarme, dal profilo Facebook del primo utente a segnalarlo, ebbe circa una trentina di condivisioni nel giro di pochi minuti e provocando allarmismo. Usava un tema verosimile ma non aveva alcuna base reale, riuscendo comunque a diffondersi in modo virale; il medium attraverso il quale la notizia passa, inoltre, è esso stesso elemento di “prova” dell’autenticità di questa, andando a modificare il modo di dire “l’ha detto la televisione” in un più moderno “lo dice internet”.

Ci sono poi numerosi casi di confusione tra humor e giornalismo serio da parte dei giornalisti stessi, nella ricerca delle proprie fonti, a volte limitata alla ricerca casuale su internet. È il caso della notizia riportata da Lercio, celebre portale online satirico, nel gennaio 2013 dal titolo Errore nel sistema operativo, Radio Maria passa i Megadeth, famoso gruppo thrash metal statunitense: Repubblica xL, mensile del Gruppo L’Espresso dedicato al mondo dello spettacolo, la riprese per vera. Qualche mese dopo, a ottobre, sempre Lercio sarà la “fonte” per un’altra bufala riportata da alcuni media, provocando commenti carichi di odio e insulti – reazioni tipiche in molti casi di fake news, soprattutto a sfondo politico, come vedremo più avanti –, con il titolo “Kyenge shock: ‘Prendiamo cani e gatti degli italiani per sfamare gli immigrati’”. Il soggetto coinvolto era l’allora Ministro per l’Integrazione, Cécile Kyenge, che ricevette minacce, anche di morte, da parte di estremisti di destra e movimenti animalisti. La poca popolarità dell’esponente politico e le voci già circolanti sul suo conto hanno fatto sì che diventasse facile bersaglio di campagne infamanti, con dichiarazioni attribuitele ma in realtà mai fatte. Si tratta dello stesso processo che nell’ultima legislatura ha visto protagonista la Presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, accusata falsamente di favorire propri familiari per posti di lavoro e di voler incentivare l’immigrazione irregolare in Italia.

La risposta di Trump a un giornalista che gli chiese se fossero le notizie a essere false o la loro rivelazione, febbraio 2017 (CNN International/Facebook)

Il problema è che le notizie non smettono di essere tali per il solo fatto di essere false. Non sono documentate né documentabili, ma non diversamente da fatti reali formano mentalità e impongono opinioni. Spesso le consolidano, di norma le presuppongono. “Una falsa notiziascriveva nel 1921 lo storico Marc Bloch – nasce sempre da rappresentazioni collettive che preesistono alla sua nascita; essa solo apparentemente è fortuita o, più precisamente, tutto ciò che in essa vi è di fortuito è l’incidente iniziale, assolutamente insignificante, che fa scattare il lavoro dell’immaginazione; ma questa messa in moto ha luogo soltanto perché le immaginazioni sono già preparate e in silenzioso fermento”. Bloch inserisce queste notazioni in un saggio ispirato anche alla sua esperienza di combattente nella Grande Guerra, ma il fenomeno che descrive – e che oggi riassumiamo con la locuzione fake news – è molto più antico. Abbiamo visto come se ne trovano tracce già nell’antichità, mentre alla falsità si fa strada sempre più la richiesta di trasparenza, fatta propria da WikiLeaks. Il presupposto sembrerebbe l’esatto contrario della falsificazione, fino all’esposizione pubblica del segreto di Stato, ma la sostanziale indifferenza rispetto al contenuto della rivelazione apre la strada agli utilizzi più contraddittori da parte delle istituzioni che si vorrebbero porre sotto accusa.

Una volta reso noto, il corrispettivo dei server di posta elettronica restituisce tutto ciò che si vuole sapere, che può essere interpretato in qualsiasi modo, come ha dimostrato il gioco di informazioni e contro-informazioni del Russiagate. Qui ci entrano in campo tradizioni poderose, la disinformazia di origine sovietica e la propaganda statunitense, ma a ingigantire ulteriormente il fenomeno è il turbinoso assetto dei media digitali, che viralizza le notizie senza preoccuparsi di verificarle. Disinformazia, peraltro, è il titolo di un polemico pamphlet di Francesco Nicodemo (Marsilio), analisi tutt’altro che rassicurante sugli effetti che un decennio abbondante di social media ha avuto sulla nostra credulità. Più conciliante, in certa misura, la posizione di Andrea Fontana, che in Io credo alle sirene (Hoepli) suggerisce qualche accorgimento per resistere in un contesto informativo del quale le fake news fanno ormai parte integrante.

Anche sulla tecnologia, però, occorre intendersi. Facebook e gli altri social sono gli acceleratori di flussi informativi più potenti mai esistiti, ma il punto di partenza rimane quello indicato da Bloch: si crede a quello in cui già prima si voleva credere. La paura, in questo senso, è una componente essenziale del processo. È la velocità con cui arrivano sotto i nostri occhi che è completamente mutata, raggiungendo ritmi che impediscono all’osservatore il naturale processo di verifica e analisi della notizia. Il risultato è quindi che il “sistema immunitario anti-bufale” che una persona comune dovrebbe aver sviluppato nel corso della propria crescita, umana e intellettuale, viene sempre meno e ogni titolo, anche il più assurdo, assume tratti di veridicità. A contribuire a questo indebolimento anche il paradigma per cui, su internet, le news bisogna cercarle, mentre le fake news arrivano da sole: causa di tutto ciò è la sempre meno neutralità della rete. Si tratta di una proprietà innata di Internet, insita in due principi fondanti: la separazione dei compiti, per inoltrare i pacchetti i nodi intermedi non hanno bisogno di guardarne il contenuto; e il best effort, ogni nodo si impegna a gestire tutti i pacchetti allo stesso modo offrendo il miglior servizio possibile compatibilmente con le condizioni di traffico.

Il fatto che essa sia innata, però, non significa che non possa venire meno. “Se i nodi trattassero in modo diverso i pacchetti secondo criteri arbitrari – ha scritto Alessandro Bogliolo – potrebbero alterare il mercato, compromettendo il diritto dei singoli all’informazione plurale e alla libertà di espressione. Appare basilare, ma ci sono legittimi interessi in contrasto con la neutralità”. Per questo da anni e in tutto il mondo si dibatte di neutralità e di separazione dei compiti. Con le dovute eccezioni, però, possiamo riconoscere – continua il giornalista – una sostanziale separazione di compiti tra gli operatori che ci offrono accesso ad internet e i fornitori di dati e servizi che operano in rete. Anche quando queste funzioni fanno capo alla stessa azienda, la separazione funzionale è comunque evidente e andrebbe preteso dal fornitore di accesso che non registri per suoi fini che cosa facciamo in rete”.

Alcuni si chiedono se, un giorno nemmeno troppo lontano, si arriverà ad abbandonare l’Internet che conosciamo per una nuova rete, più selettiva rispetto ai nostri interessi. Ad un’attenta analisi, lo switch c’è già stato con i social network, come Facebook, Instagram, o Twitter: sotto ad ognuna di queste reti sociali c’è ancora Internet, ma di per sé non è una garanzia se ci limitiamo ad usarla attraverso un social network. Si tratta di un overlay, cioè di una nuova struttura che, pur appoggiandosi all’infrastruttura sottostante, la maschera completamente e fa valere le proprie regole come se si trattasse di una nuova rete fisica. I nodi di questa nuova rete sono profili animati da persone e i collegamenti sono i rapporti di amicizia e le condizioni di condivisione che li legano. Cosa centra tutto ciò con il mondo dell’informazione? Ne è la base odierna, poiché “quando apriamo un social network – spiega ancora Bogliolo – vediamo le informazioni che i nostri amici hanno deciso di rilanciare, scegliendo in modo arbitrario tra quelle che gli amici dei nostri amici avevano deciso di rilanciare, scegliendo in modo arbitrario tra quelle che gli amici degli amici dei nostri amici avevano a loro volta scelto e così via”.

Nemmeno affidarsi al buon senso, alla democrazia, alla libertà di scegliere gli utenti all’interno delle nostre reti è sufficiente. Se lo scambio di informazioni è affidato alla dinamica di un gruppo, emergerà sempre un’opinione dominante che finirà per essere amplificata dal consenso del gruppo e mascherare ogni altro punto di vista, limitando le nostre capacità di giudizio autonomo. Sarebbe come se, leggendo il giornale, le notizie che non piacciono a noi e ai nostri amici finissero sempre più in fondo e diventassero sempre più piccole fino a sparire, senza che fossimo noi a scartarle consapevolmente. Ben presto se ne dimenticherà l’esistenza. Questa rete virtuale composta di persone distilla i messaggi non solo in base al gradimento soggettivo, ma anche e soprattutto in base alla loro semplicità. È così che si propagano molto più facilmente slogan, possibilmente scritti a caratteri cubitali su un’immagine ad effetto, piuttosto che argomentazioni e approfondimenti.

Un esempio lampante di mock journalism: una prima pagina di Cuore, giornale fondato da Michele Serra.

Questo rende le reti sociali intrinsecamente molto più adatte a propagare fake news piuttosto che informazioni attendibili e argomentazioni scientifiche. Non si tratta di un giudizio etico o di merito, ma di un dato di fatto. Una bufala può essere resa arbitrariamente adatta alla rete, semplificandola fino a farne uno slogan efficace, proprio perché rifugge da ogni tentativo di approfondimento. Per contro, una notizia fondata o un risultato scientifico per essere correttamente veicolati hanno bisogno di essere argomentati, inquadrati in un contesto e ricondotti alle fonti. Questo li rende molto meno adatti ad essere propagati in rete. Quindi, per quanto selezionati e mentalmente aperti siano i nostri contatti, è comunque molto più probabile che ci veicolino fake news piuttosto che notizie attendibili e informazioni scientifiche rigorose.

L’effetto di queste caratteristiche strutturali delle reti sociali è aggravato da una crescente diffidenza nei confronti degli organi di stampa e delle competenze altrui. Tanto più una persona è qualificata e competente, tanto più il suo giudizio si presta ad essere liquidato come “di parte” e “di sistema”, secondo il presupposto che la maggiore competenza renda più abili o motivati all’inganno. Si arriva a un punto critico, poiché la specializzazione e la suddivisione dei compiti sono i presupposti su cui si basano la nostra società e la nostra capacità di evoluzione. Gli stessi presupposti su cui si basa il sistema di istruzione che offre a tutti solide basi – le stesse che dovrebbero comporre il “sistema immunitario anti-bufale” sopracitato – consentendo poi a ciascuno di intraprendere la propria strada, specializzandosi e acquisendo professionalità ed esperienza in ambiti specifici.

Sull’Autore

Nato in Friuli nel 1995, vivo e studio a Gorizia, dove seguo il corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università di Trieste. La passione per il giornalismo nasce al liceo, subito dopo quella per il calcio mi porta a diventare arbitro. Collaboro anche con Sconfinare e Messaggero Veneto.

Articoli Collegati