Necrologio della borghesia italiana PT.1

Se è vero l’adagio di Emil Cioran secondo il quale “la morte è ciò che la vita ha sinora inventato di più solido e sicuro“, l’oltretomba non è nient’altro che il regno dorato della borghesia. Questa classe sociale, le cui gioie e sventure sono il filo rosso del liberalismo occidentale, ha cementato il proprio successo per secoli con ipocriti pregiudizi e ottuse certezze. Quello che per secoli i borghesi, specie in Italia, hanno fatto è sempre stato giustificato con un’unica parola: sicurezza. Sicurezza economica prima di tutto, ma anche morale, sociale, politica, psicologica e molto altro. Ma questo gigante dai piedi di argilla, granitico nelle sue convinzioni, è circondato dai fumi dell’incertezza. Da anni il suo spettro vagabonda nel mondo globalizzato, ma i suoi abitanti fanno finta di non sentire il suo triste messaggio: la borghesia è morta!

Le sue tracce ancora non si perdono nella sabbia, anche se ormai non la si vede da un pezzo. Gli essere umani, in un mondo che non si ferma più a guardare il passato, hanno perso il valore delle parole, il senso delle categorie, e scambiano il bianco con il nero, il buio per la luce. Tutto ciò che è fancy e vagamente raffinato è “borghese”, e il contrario di questo, il vile e lo sciatto, sono forse ancor di più borghesi. La sinistra antiborghese ad esempio, tale di nome ma non di fatto, partecipa tranquillamente al giochi sotto l’etichetta di radical chic, liberali inconsapevoli con Marx sul comodino e Andreotti nel cuore. La confusione non ha una fine, ma di certo ha un inizio. Nel caos dell’Italia il caos ha origine nel 1861, quando i piemontesi in camicia rossa unificano il Paese.

La composizione del primo Parlamento Italiano del 1861 in base all’estrazione sociale dei deputati (Fonte: Wikipedia)

L’Italia nasce borghese e liberale, figlia del puzzle di staterelli annessi rocambolescamente dalla corona sabauda. Nella frammentazione della penisola spicca sin da subito, come denominatore comune, la borghesia locale, ridimensionata dall’orientamento centralizzatore del potere centrale. Sono comunque gli alti papaveri borghesi che dalle stanze del potere colonizzano il Meridione impiccando i briganti, ottengono il Veneto da una guerra persa, stringono alleanze con tedeschi e austriaci (!!!) e cannoneggiano il popolo che chiede pane a Milano. Insomma, piano piano l’Italia liberale dalle ultime gallerie passa alle platee centrali per il concerto delle potenze europee. La musica nel Paese però non cambia mai. L’impalcatura liberale, poco ricettiva alle istanze del Paese reale, inizia a scricchiolare sotto il peso di altri attori politici, primo fra tutti il nazionalismo, che trascina l’Italia nella prima guerra mondiale. Il sangue dei caduti e la vittoria mutilata forgeranno una nuova retorica irredentista e nazionalista a cui la borghesia, come suo solito, farà orecchie da mercante.

La morte del liberalismo italiano, quindi dell’egemonia borghese, inizia nel primo dopoguerra dopo un po’ di raffreddore ad inizio Novecento. Il consenso popolare del socialismo e il proporzionale del 1919 fecero il funerale ad un corpo già in decomposizione. Questo cadavere però, invece di essere calato nella bara, venne gettato nel pentolone insieme a nuove ricette da nuovi attori che, proponendo cose nuove e mai viste, non fecero altro che riscaldare il minestrone di sempre. L’equazione “attori politici=attori economici”, pilastro della rivoluzione liberale ottocentesca, invece di crollare sotto il peso del nuovo secolo, venne portata alle estreme conseguenze. Sulle orme dello statalismo nittiano, economia e stato si fusero totalmente per mezzo del partito generando un nuovo mostro: il regime fascista.

Guardie rosse presidiano una fabbrica occupata nel 1920. I bollori del biennio furono placati da Giolitti, che accogliendo le rivendicazioni sindacali provocò il risentimento degli industriali. La vendetta di questi ultimi sarebbe venuta due anni più tardi con l’ascesa del fascismo.

Subito dopo la guerra il socialismo aveva alzato la testa e messo a soqquadro le placide e intime convinzioni del liberalismo. Le fabbriche occupate nel biennio rosso e la rivoluzione sovietica avevano accresciuto il disagio della borghesia, restia a far arieggiare il Paese, che ricorse alle maniere forti. Da un po’ di anni infatti giravano per le campagne della bassa padana delle squadracce di fascisti che sfogavano la vittoria mutilata regalando bastonate ai rossi. Giolitti colse l’occasione e alle elezioni del 1921 si presentò con le camicie nere nella lista dei Blocchi Nazionali, facendone entrare in parlamento ben 35. Ma al capo di questo nuovo movimento, il reietto socialista Benito Mussolini, qualche seggio a Montecitorio non bastava. Così organizzò un marcia assieme ai suoi sodali armati a Roma, ottenendo dal pavido Vittorio Emanuele III il governo dell’Italia.

Era il 1922 e la borghesia liberale, che fino ad allora aveva capito poco, confermò di non capire nulla. Emblema di quest’incapacità di pensare, foraggiata dall’imperante ottimismo progressista, fu Luigi Facta, ultimo presidente del consiglio prima di Mussolini, la cui intercalare preferita era “Nutro fiducia”. Sui crimini di quel regime liberticida che fu il Fascismo si sono già scritte pagine e pagine, quindi non indugeremo ulteriormente. Quello che ci interessa evidenziare è che la società borghese fu messia e al contempo discepolo delle idee fasciste. Ne fu messia poiché è dal suo grembo di grigiore, gretto utilitarismo e miseria intellettuale che il Fascismo emerse. Ne fu discepolo perché il Duce, in una costante opera di conformismo e smussamento degli estremi, allargò l’alveo della società borghese fino a comprendervi classi sociali, persone e ideologie che fino ad allora di borghese non avevano proprio nulla.

Sembra assurdo, ma basta rifletterci. Un totalitarismo per essere tale deve essere totale. Tautologie a parte tutto chiaro. Per essere totale però deve inglobare tutta la società, in ogni gradino sociale e ogni sfumatura possibile. Da qui la necessità di strizzare l’occhio da una parte e dall’altra. Il Fascismo fu ovviamente nazionalista, quindi di destra, ma allo stesso modo corporativista, una variante di destra di una cosa piuttosto di sinistra in realtà decisamente di destra. Corporativizzare significava rendere le associazioni di mestiere (le corporazioni) associazioni politiche, quindi politicizzare il mondo del lavoro. Tradotto: annullare le differenze di classe, e quindi le tensioni sociali, in vista di un vago interesse generale. Il Fascismo era nazionale, era socialista e quindi nazionalsocialista. Tra il regime fascista e quello nazista c’è solo uno jawhol e una svastica: le leggi razziali del 1938, cugine tardone di quelle tedesche, non furono altro che la manifesta inutilità di un’intrinseca stupidità.

La propaganda del regime si servi di molti mezzi di comunicazione, incluso il cinema. Negli anni del regime prese piede la cosiddetta “commedia dei telefoni bianchi”. Le ambientazioni di questi sceneggiati, salotti piccolo borghesi opulenti e progrediti, contrastavano violentemente con la povertà e l’arretratezza del paese reale.

Una stupidità che venne glorificata ai tempi della guerra in Abissinia, quando la borghesia del regime riscoprì per l’ultima volta le gioie dell’imperialismo. Ma anche una stupidità che, nei tre anni di capitomboli italiani nella seconda guerra, venne pubblicamente sdoganata e messa alla berlina. L’arresto di Mussolini nel ’43 fu l’acme di questo imbecillismo di regime, comicamente rappresentato dal silenzio del fascismo e della borghesia fascista dopo l’8 Settembre. Come ebbe a dire Churchill ironicamente, l’Italia cambiò partito dall’oggi al domani: 45 milioni di fascisti si riscoprirono antifascisti, combattendo eroicamente contro i nazifascisti in tutto il Nord fino al 25 Aprile 1945, quando il Comitato di Liberazione Nazionale chiuse la partita.

Il CLN è il punto di contatto tra il passato fascista e quello repubblicano della borghesia italiana. Il Partito Liberale, che continuerà nella Repubblica a vagare come uno spettro nelle camere del parlamento e nei governi di coalizione, cede il passo ad un altro grande calderone: la Democrazia Cristiana. La DC, alfiere di punta del Comitato e consolato papalino a Montecitorio, riuscirà per tutta la prima Repubblica a canalizzare i bollori della borghesia in una pluralità di indirizzi che, tra centrismo cattolico e timido riformismo di sinistra, segneranno sessant’anni di cronaca patria.

Ma questa è un’altra storia.

 

Sull’Autore

Molisano bolognese, storico in erba e polemico introverso. Esperto di aria fritta e politica, ama i giri in autobus senza meta e i calzini colorati.

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