I crimini latinoamericani della Chiquita

In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Purtroppo l’inizio del Vangelo di Giovanni non è altro che una biblica (è il caso di dirlo) menzogna. Al netto di metafore e doppisensi biblici, il mondo è soprattutto immagine prima che parola. Durante il Medioevo nelle chiese vi erano più dipinti e affreschi che scritte, dato che il fedele nella maggioranza dei casi era povero, ignorante e analfabeta, predisposto più all’immagine che alla parola. Oggi nonostante l’alfabetizzazione e l’istruzione di massa le immagini continuano a essere dei fari nella burrasca. La potenza delle immagini è capace di sopraffare qualunque scritto e qualunque parola. In un mondo brandizzato, un logo vale più di mille parole. Ma nel caso della Chiquita, il colosso americano delle banane, è d’obbligo dire qualcosa in più.  

Un supermercato è come una chiesa. Qui l’uomo è in tutto e per tutto un fedele, anzi, un fidelizzato. Il brand riproduce la potenza del Cristo in croce, capace di suscitare ricordi e sicurezza, pillola indolore che trasforma la spesa in un pellegrinaggio purificatore. Ma il brand evoca, non spiega. Prendiamo il caso della Chiquita. Le sue banane possono evocare il sapore di merende passate, ma non possono dirci che l’azienda prima si chiamava United fruit Company con sede in Cincinnati, USA. Il colore giallo canarino può ricordarci un cesto di frutta variopinto nella cucina della nonna, ma non può dirci nulla sulle collusioni dell’azienda con i vertici dell’amministrazione americana. Quel bollino blu può suscitare ancora tanti ricordi, ma non potrà mai dirci che la UFC si è resa complice dello sterminio di centinaia di migliaia di centro e sudamericani durante la guerra fredda.

Nei primi anni ’50 i due azionisti di maggioranza della Chiquita erano due signori di nome John Foster Dulles e Allen Dulles, rispettivamente Segretario di Stato americano (l’equivalente del ministro degli esteri italiano) e direttore della CIA. Questi due signori possedevano vaste piantagioni di banane in un paese dell’America Centrale chiamato Guatemala, da molti anni governato da dittature reazionarie i cui vertici rispondevano agli USA e alla stessa United Fruit Company. Nel 1951, con le prime elezioni democratiche, venne eletto presidente del Paese il colonnello Jacobo Arbenz Guzman, il cui programma riformista prevedeva sostanzialmente maggior indipendenza del paese dagli Stati Uniti.

Erano gli albori della guerra fredda e l’anticomunismo in America stava raggiungendo il suo acme con il Maccartismo. Partendo da questo presupposto, risulta chiaro come la legalizzazione del Partito Comunista Guatemalteco da parte di Guzman risultasse a Zio Sam come una manovra un po’ sospetta, come pure lo era l’acquisto di armi nei Paesi del blocco comunista, primo fra tutti la Cecoslovacchia. Il colpo più tremendo però non aveva nulla a che vedere con il comunismo, ma riguardava proprio la United Fruit Company. Infatti il programma riformista del colonnello prevedeva nientedimeno che la confisca di molte terre utilizzate a prezzi ridicoli dalla UFC. Questo era troppo.

Il senatore Joseph McCarthy (1908-57) divenne famoso negli anni ’50 per la sua attività anticomunista che portò alla sbarra migliaia di cittadini statunitensi con l’accusa di spionaggio internazionale. La tendenza inaugurata da McCarthy, detta maccartismo, dettò la linea anticomunista perseguita dal governo USA per tutta la guerra fredda, epurata comunque dagli eccessi degli anni ’50.

La CIA addestrò un esercito di liberazione in Nicaragua che il 18 Giugno 1954 invase il Guatemala passando dall’Honduras, mentre i piloti della CIA bombardavano la capitale. Guzman non ebbe altra scelta che dimettersi e recarsi in esilio, mentre il potere venne assunto da una giunta militare guidata Carlos Castillo Armas, un criminale guatemalteco con molti contatti negli USA. Armas rimase in carica per soli tre anni, ma questi gli bastarono per togliere il diritto di voto a metà dei guatemaltechi, cacciarli dalle terre acquistate poco prima grazie alla riforma agraria di Guzman e perseguitare i comunisti. Per trent’anni il Guatemala fu dilaniato da una guerra civile tra ribelli e forze governative; questi ultimi, veri e propri squadroni della morte, trucidarono quasi 300000 persone tra soldati e civili, oppositori e cittadini innocenti. Il tutto sotto lo sguardo compiaciuto di Zio Sam.

Durante la guerra fredda il più vivo interesse degli Stati Uniti e della UFC  era fare in modo che il suo cortile non confinasse mai con il comunismo. Ed è per questo motivo che anche alla più sparuta traccia di democrazia nei vicini centroamericani, che si trattasse del Guatemala o di Panama o ancora di El Salvador, vi preferì sempre e comunque il fascismo. Le stragi compiute dagli squadroni della morte guatemaltechi verso i ribelli delle FAR o contro innocenti furono in qualche modo sempre giustificati dall’amministrazione e dalla stampa USA. Ad esempio quando il dittatore di turno era vivo, la colpa era della guerra civile tra indefiniti “gruppi di estrema destra e di estrema sinistra”, sottolineando la debolezza del governo “centrista”. Quando invece era defunto o semplicemente estromesso la colpa dei massacri era sua, senza che nessuno ammettesse mai la menzogna o anche solo di aver sbagliato.

Guerrigliere delle Fuerzas Armadas Rebeldes (FAR) guatemalteche. La lotta ingaggiata dal governo dittatoriale del Guatemala, spalleggiato dagli USA, provocò nei soli ultimi anni ’60 la morte di 8000 guerriglieri e simpatizzanti.

La violenza in Guatemala è emblematica del clima in America Centrale durante la Guerra Fredda. Qui la strage raggiunse livelli efferatissimi, arrivando addirittura al genocidio programmato di migliaia di indigeni maya nel biennio 1982-1983. Più in generale il controllo di queste brutali dittature era collegato al Mercato Comune Centroamericano, creato nel 1961 sotto l’impulso degli Stati Uniti, che permise una maggior tutela degli interessi USA e della Chiquita, che possedeva in quegli Stati enormi latifondi bananiferi. Gli unici Paesi che si tirarono fuori da questo clima di terrore fascista furono il Nicaragua dal 1979 in poi, sotto il governo popolare sandinista, e Cuba, dal 1959 comunista. In entrambi i casi comunque l’UFC, di concerto con l’amministrazione USA, tentò di spodestare i governi: in Nicaragua tramite il finanziamento dei guerriglieri reazionari contras e a Cuba con lo sbarco (fallito) nella baia dei Porci del 1961.

Lo strapotere del bollino blu, sin dalla sua nascita, ha riguardato però non solo l’America Centrale ma anche quella latina, in particolare la Colombia. I metodi della Chiquita qui non furono mai ortodossi, in primis riguardo ai propri lavoratori, spesso esasperati dalle durissime condizioni nei campi di lavoro. Il 6 Dicembre del 1928 a Cienaga Magdalena, su richiesta degli stessi dirigenti della UFC, un migliaio di operai che stavano scioperando furono prima fucilati dall’esercito e poi gettati in mare. Tutto ciò accadde con la compiacenza dell’allora presidente colombiano Miguel Abadía Méndez e ovviamente dello Zio Sam.

                                                   Carlos e Fidel Castano nello sceneggiato Netflix “Narcos”

Ma in Colombia la realtà supera la fantasia. Tutti conoscono Narcos, la famosa serie televisiva targata Netflix. Nello sceneggiato viene descritto il rapporto tra la CIA e le forze paramilitari di estrema destra (i Los Pepes), guidate dal narcotrafficante Don Berna e dai fratelli Castano. Se nella finzione televisiva tra Berna e Javier Pena si instaura un rapporto quasi d’amicizia, nella realtà il legame tra paramilitari e americani fu ancora più forte. Tra 1997 e 2004 la stessa UFC finanziò con 1,7 milioni di dollari le Autodefensas Unidas de Colombia, paramilitari di destra guidate da Carlos Castano e Salvatore Mancuso, allo scopo di “difendere” le fincas americane nel Paese con ogni mezzo.

Questi squadroni della morte si resero responsabili della morte di migliaia e migliaia di guerriglieri delle FARC e dell’ELN, formazioni comuniste colombiane, ma anche di civili innocenti. Il loro sangue scorre invendicato, assieme a quello di molti altri latinoamericani, sulle mani dei regimi fascisti e del suo capo supremo, l’aquila a stelle e strisce. L’essenza della storia si manifesta tramite i simboli del potere: c’è chi ha scelto la spada, chi la croce, chi ancora la bandiera. A noi, in quest’epoca beffarda e crudele, è toccata la banana.

Sull’Autore

Molisano bolognese, storico in erba e polemico introverso. Esperto di aria fritta e politica, ama i giri in autobus senza meta e i calzini colorati.

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