Narrare e mostrare: “Ida” di Paweł Pawlikowski

Ida è un film di produzione polacca diretto da Paweł Pawlikowski nel 2013, capace di aggiudicarsi alcuni dei più ambiti premi internazionali, tra cui l’Oscar al miglior film straniero nel 2015. Parte del merito di tale successo va senz’altro alla recitazione straordinaria e mai sopra le righe delle due protagoniste, ma il vero valore del film va ricercato nella regia e nelle sue scelte radicali.

Il film è composto quasi interamente di inquadrature fisse. Si distinguono da esse soltanto quattro-cinque carrelli, che sottolineano l’eccezionalità dei momenti raccontati. La scelta della camera fissa e della fotografia in bianco e nero non può che far pensare alle origini del cinema, ai tempi del cinematografo Lumière.

La grande forza del cinematografo – ancora incapace di articolare un racconto attraverso spazio e tempo – risiedeva nel potenziamento della fotografia. Donandole il movimento, il cinematografo dà corporeità all’immagine e ne accresce la fotogenia, cioè la maggiorazione emotiva tipica della presenza-assenza fotografica. Pawlikowski compie un percorso duplice: riscopre la fotogenia propria del cinematografo e contemporaneamente non rinuncia ai mezzi linguistici del cinema più maturo, quello in grado non solo di mostrare, ma di raccontare.

Come in ogni altro film, ogni inquadratura esiste in funzione delle altre e della catena che formano insieme. Contemporaneamente, l’inquadratura fissa dà indipendenza alle immagini, che diventano un catalogo di fotografie animate in grado di colpire per la loro forza documentaria.

Rinunciando al movimento di macchina, Pawlikowski riporta lo spettatore a quella particolare magia dei primi anni del secolo scorso, del cinematografo Lumière e dei nickelodeons. La forza del racconto è supportata e sostenuta da quella della visione, la narrazione convive armonicamente con la pura mostrazione.

Non bisogna confondere camera fissa e camera immobile. Ciò che permette di passare dal cinematografo al cinema – e quindi dalla mostrazione alla narrazione – è la mobilità della macchina da presa, la sua ubiquità. Essa si può concretizzare in due modi: i veri e propri movimenti di macchina e i diversi punti di vista che può assumere tramite il montaggio. Pawlikowski non rinuncia a quest’ultima risorsa, Ida conserva la capacità di articolare lo spazio e il tempo.

Una dialettica campo-fuori campo percorre l’intero film. Per quanto riguarda la componente spaziale, essa contrappone ciò che si trova all’interno dell’inquadratura e ciò che si trova fuori. L’arte di Pawlikowski sta nel giocare con ciò che lo spettatore è in grado di vedere e ciò che può soltanto immaginare. Spesso, le azioni più importanti sono relegate nel fuori campo e si possono vedere soltanto le reazioni dei personaggi, la loro partecipazione affettiva o l’indifferenza. È a questo livello che diventa fondamentale il lavoro delle attrici. Agata Trzebuchowska e Agata Kulesza riescono a suggerire, indicare e mostrare sentimenti contrastanti senza mai ricadere nell’espressione esagerata.

La componente temporale è trattata in modo simile. Solo alcuni momenti delle vicende di Ida e Wanda sono mostrati allo spettatore. Le ellissi temporali riguardano indifferentemente micro e macro-sequenze, così che gran parte degli avvenimenti vengano ricostruiti mentalmente dallo spettatore, senza essere mostrati.

La sceneggiatura non è meno raffinata della regia. Il film racconta di Ida, prossima a diventare suora e sua zia Wanda, magistrato particolarmente sanguinario della Polonia comunista. Ida incontra per la prima volta nella sua vita la zia e le due partono alla ricerca dei resti dei genitori di Ida, due ebrei morti durante la Seconda Guerra Mondiale. Dopo diverse vicende, scontri e momenti di tenerezza, riescono nel loro intento e insieme seppelliscono i resti nella tomba di famiglia. Ida rimane comunque decisa a prendere i voti. Wanda la riporta al convento e, in preda ai rimorsi per la propria vita, si suicida. Così Ida decide di rimandare la cerimonia e di provare a vivere la mondanità come la zia. Ida scopre la sua femminilità, l’amore e addirittura un’ipotesi di vita familiare. È a questo punto che decide di prendere davvero i voti e di sacrificare a Dio e alla religione quelle che potrebbe essere stata la sua nuova vita.

Si tratta dunque di un film di solo apparente sobrietà. La doppia costruzione, narrativa e mostrativa, gli concede un fascino raro, grazie alla fotogenia del cinematografo e alle strutture linguistiche del cinema. La dolorosa storia di Ida e Wanda è insieme raccontata e mostrata con delicatezza e rispetto, mettendo in risalto il percorso religioso della prima e il fallimento esistenziale della seconda.

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