Kurdistan: chi sono i volontari che rischiano la vita per l’indipendenza

Se cerchi il Kurdistan su una cartina geografica non lo troverai. Forse è per questo che non se ne parla mai abbastanza. Alcuni frammenti isolati ci ricordano che esiste però. Come la storia di Anna Campbell, ragazza 26enne inglese che lo scorso 15 marzo ha perso la vita durante uno scontro nella città di Afrin, combattendo a fianco dei curdi. Per questo è necessario fare un po’ di chiarezza, e un po’ di rumore in mezzo al silenzio.

Il Kurdistan è una vasta zona (450 mila kmq, circa) situata in Medio Oriente e abitata dalla popolazione di etnia curda. Suddiviso politicamente tra Turchia, Siria, Iran ed Iraq, il Kurdistan non è riconosciuto come Stato indipendente. Chi ci vive però, sente di appartenere a una nazione condividendo la stessa lingua, tradizioni, storia e cultura. Per questo, il 25 settembre 2017 il 93% della popolazione curda ha votato “sì” al referendum per ottenere l’indipendenza dalla nazione. Molti stati però, tra cui Iraq, Stati Uniti, Iran e Turchia sono contrari all’indipendenza. Le ragioni sono economico-commerciali (la zona è ricca di idrocarburi); ma anche, e soprattutto, sociali. Il Kurdistan è una zona di comodo per interessi governativi internazionali, quali la lotta contro l’Isis e, oggi, il blocco di flussi migratori dei profughi siriani verso l’Europa. Questo spiega l’indifferente silenzio dell’Unione Europea (denunciato in una brillante inchiesta de L’Espresso) la quale finanzia la Turchia per sostenerla nella campagna definita “di eliminazione del terrore” che in realtà persegue il reale scopo di cancellare la nazione e il popolo curdo.

Chi si sente parte della nazione però, non rimane in silenzio. In particolare, dal 2004 esiste una milizia chiamata Unità di Protezione Popolare (conosciuta con il suo acronimo YPG) con base nel nord della Siria, nella regione del tristemente noto Rovaja, il Consiglio Nazionale Curdo. L’YPG e l’YPJ, il suo braccio femminile, costituiscono di fatto le forze armate del Kurdistan siriano. Il gruppo ha preso una posizione difensiva nella guerra civile siriana, lottando contro qualsiasi gruppo intenzionato a portare la guerra nelle zone a maggioranza curda. A partire dal 2014, l’YPG è stato coinvolto nella guerra contro lo Stato Islamico, divenendo punto di riferimento e “paladino della giustizia, meritevole di supporto” per i principali governi mondiali. L’YPG ha contribuito a respingere l’assalto dell’ISIS alla città di Kobane nel gennaio 2015.

Oggi però, a soli tre anni di distanza, il tanto esaltato popolo curdo è diventato di troppo, è diventato qualcosa da bloccare prima che assuma un potere troppo grande. Prima che si faccia sentire. Lo sa bene il governo turco che, guidato dal suo presidente Recep Tayyip Erdoğan, il 20 gennaio 2018 ha iniziato un’operazione militare nel cantone a maggioranza curda di Afrin, nella Siria settentrionale. L’operazione (nome in codice di “Ramoscello d’Ulivo”) è la quarta mobilitazione turca contro il popolo curdo da quando è iniziata la guerra civile in Siria. Il presidente turco Erdogan vuole limitare l’espansione curda nella zona della Turchia meridionale, e giustifica le sue azioni violente anche sostenendo di combattere contro il commando Isis, seppur non sia presente in quelle zone.

YPG e YPJ non sono movimenti così lontani come possiamo pensare. Infatti, sono centinaia gli occidentali che decidono di partire e andare a sostenere la milizia combattendo al suo fianco. Innumerevoli le storie di ragazzi che dall’Europa, spinti dal più forte ideale di giustizia, da anni (prima per combattere contro Daesh, lo Stato Islamico; ora per resistere alle pressioni turche) si recano in queste zone così complesse e pericolose. La maggior parte di loro arriva dalla Gran Bretagna, dove esistono dei veri e propri movimenti come il Kurdistan Solidariety Campaign. Il movimento, nato nel 2017 a Londra, persegue l’obiettivo di sostegno dei diritti umani, di uguaglianza e di libertà della popolazione curda. Difesa della parità di genere, lotta contro ogni tipo di discriminazione e fascismo e sostegno all’autonomia del Kurdistan sono i tre obiettivi principali che migliaia di ragazzi inglesi reclamano a gran voce, sia scendendo nelle piazze delle città, sia andando a combattere in prima persona.

Tante sono le ragazze. Come Anna Campbell, inglese dell’East Sussex rimasta vittima durante uno scontro lo scorso 15 marzo. Anna aveva già combattuto in Siria nella battaglia di Deir ez-Zor, dove allora il nemico era il commando Isis. Terminati questi scontri la ragazza ha insistito per rimanere sul territorio e raggiungre le forze impegnate, questa volta, nella difesa di Afrin. Molti le sconsigliavano di recarsi su quelle zone. Era una donna, era occidentale, e in più era perfino bionda. Un bersaglio mobile troppo facile. Per questo ha deciso di tingersi i capelli di nero e di schierarsi in prima fila per respingere l’armata turca. In un video registrato prima della sua morte, Anne, battezzata dai curdi con il nome di guerra Helin Qerecox, raccontava di essere felice di andare con tanti compagni coraggiosi a combattere in memoria di quelli che erano già stati uccisi. Perché “viviamo in un mondo di oppressione patriarcale, di sfruttamento brutale”. Oltre al danno, la beffa. Perché da più di due settimane il corpo di Anna è in balia della “burocrazia internazionale”, che non gli sta permettendo di tornare in patria per avere una sepoltura degna degli ideali per i quali lottava. Per questo sabato scorso centinaia di persone si sono riunite davanti a Marble Arch, arco monumentale di Londra, al grido di “Bring Anna Home!”. Le polemiche non sono mancate, soprattutto quando le proteste, per lo più pacifiche (qui il video) si sono spostate davanti alla stazione della polizia di Charing Cross. Tre manifestanti sono stati arrestati. La rivoluzione del Rojava, secondo Anne, incarnava “lo spirito della resistenza, parte della lotta per gli oppressi contro il capitale e il patriarcato”.

 

Sull’Autore

Mi piace definirmi come un mix di curiosità, passione e ipocondria. Parlo di comunicazione, società e diritti.

Articoli Collegati