Intervista a Cesare Sinatti: “La Splendente” dall’antica Grecia al Premio Calvino

Cesare Sinatti, classe 1991, ha ricevuto il Premio Calvino 2016 per scrittori esordienti con La Splendente (Feltrinelli), opera ispirata all’epos greco del “ciclo troiano”, ora in libreria.

Cesare, com’è nata l’idea del romanzo?
Le primissime immagini di un romanzo a tema mitologico risalgono ai primi anni di università, direi. L’idea vera e propria l’ho sviluppata durante il mio anno di scambio a Chicago, tra novembre 2014 e giugno 2015. Ho scritto il romanzo a penna in vari luoghi dell’università di Chicago, senza rituali né orari precisi per farlo, ma mi piacciono le penne dal tratto fine e scrivere su bei quaderni.

Che esperienza è stata partecipare al Premio Calvino?
In Italia, il Calvino è il premio per esordienti più conosciuto. Visto che avevo finito le ultime correzioni in tempo per presentare il manoscritto, ho pensato di inviarlo. Ciò che mi ha motivato a partecipare era la possibilità di avere un feedback: ogni partecipante infatti riceve una scheda di lettura dettagliata sul proprio lavoro, comunque vada. Essere tra i finalisti e vincere è stato inaspettato e bello, soprattutto mi ha dato l’occasione di conoscere molte persone interessanti e di far leggere agli altri qualcosa di mio.

La figura di Elena (“la Splendente”) è il legante dei 24 capitoli del tuo romanzo, ma non è preponderante rispetto agli altri personaggi che affollano le pagine. Perché hai scelto proprio lei?
Esiste una versione del mito secondo la quale l’Elena presente a Troia non era che un fantasma, mentre la vera Elena si trovava altrove. Questa incertezza intorno alla presenza di Elena, almeno nella mia mente, le ha conferito l’evanescenza e la lontananza che in un certo senso hanno tutte le cose desiderabili. Elena funziona come il nucleo invisibile attorno a cui ruotano tutte le vicende: basta l’idea della sua presenza, più che la sua presenza reale, a muovere tutto.

Quante e quali sono state le tue fonti e, invece, quanta parte di tua inventiva c’è?
Oltre a Omero, ho riletto i tragici e diversi mitografi: Apollodoro in particolare ed Ovidio. Tra le fonti moderne, molto utile è stato Gli Dei e gli Eroi della Grecia di Károly Kerényi. Ho usato le fonti per costruire lo scheletro delle storie: la maggior parte degli avvenimenti del libro sono fedeli al mito. Mie invece sono le psicologie dei personaggi, l’aver ricucito insieme versioni diverse o meno conosciute del mito e forse l’atmosfera generale, che ho cercato di mantenere più sul livello fantastico e simbolico, che su quello realistico del romanzo storico.

Hai di fatto creato iconografie inedite del mito, che scardinano in parte il nostro immaginario collettivo.
Una cosa che ho sempre apprezzato della tragedia greca è la sua capacità di costruire nuove psicologie per personaggi conosciuti da tutti. L’Edipo di Sofocle, ad esempio, è facile all’ira e questo sembra quasi motivarne le sventure. Ma, in altri autori, le cose terribili che gli succedono – uccidere suo padre e sposare sua madre – accadono senza che egli abbia alcuna colpa. Questo gioco coi personaggi del mito arriva fino a noi, con esperimenti bellissimi come i Dialoghi con Leucò di Pavese e Fuochi di Marguerite Yourcenar. A me piaceva questo modo libero di giocare, non volevo fare una ricostruzione filologica ma parlare di noi attraverso di essi: il mio Odisseo, per esempio, è scaltro ma vuole prima di tutto tornare a casa, il mio Achille è sempre il guerriero migliore, ma non conosce il dolore e lo teme più di ogni altra cosa.

Attualmente sei dottorando in filosofia antica a Durham. Com’è la “vita” da dottorando all’estero?
La mia esperienza a Durham in questo primo anno è stata molto positiva. Ho incontrato persone fantastiche e, in generale, mi trovo molto bene. Certo, vivere all’estero comporta anche dei sacrifici, soprattutto in termini di relazioni, ma davvero non mi posso lamentare. Quanto al mio percorso, non ho mai visto l’esperienza accademica come separata dalla scrittura: finché sono io a decidere che cosa leggere e di cosa scrivere, la ricerca e la scrittura si muovono in parallelo. La mia priorità è mantenere la libertà e l’indipendenza necessarie a scrivere, che si tratti di filosofia o di letteratura.

Per salutarci, consigliaci un libro da leggere (oltre al tuo!), un film da vedere, un album da ascoltare e un posto da visitare.
Due libri: Moby Dick di  Melville (un classico) e I Detective Selvaggi di Roberto Bolano (per i “nomadi”). Un film: Aguirre furore di Dio di Herzog. Un album: Compassion di Forest Swords. Un posto: va bene qualsiasi luogo, purché ci si vada con le persone giuste e spirito d’avventura.

 

Sull’Autore

Blogger dal 2006 su "Hai da accendere?". Ha esordito nell'antologia "Quote rosa-Donne, politica e società nei racconti delle ragazze italiane" (Fernandel, 2007). Ha pubblicato il romanzo "Diciassette minuti" (Eumeswil, 2009) e numerosi altri racconti per riviste e siti. Si occupa di arte, narrativa e gatti.

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