Ma come ti vesti? Tra orientalismo e nostalgie imperiali

Quando studi Orientalismo all’università è un po’ come la prima volta che scopri un cameo di Hitchcock in un suo film, dopo non puoi non vederlo. Edward Said, professore palestinamericano (termine inventato ad hoc), nel 1978 scrive un saggio chiamato Orientalismo che ha rivoluzionato il mondo accademico delle scienze umane, facendo arricciare non pochi nasi. Il succo del discorso che Said fece si può riassumere più o meno così: “tutto quello che sappiamo del Medio Oriente è filtrato attraverso una narrazione di tipo colonialista occidentale”. Per quanto controverso fosse il pensiero di fondo, ha portato alla luce un problema che, fino a quel momento, era stato convenientemente nascosto sotto il tappeto. Il Medio Oriente, oltre a venir riorganizzato dall’Occidente, veniva anche raccontato con parole e teorie che calzassero un’immagine più familiare alla percezione coloniale.

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Il saggio del professor Said provocò reazioni molto violente, sopratutto in ambito accademico. La sua posizione, controversa e ampiamente contestata, ha aperto un dibattito furioso fra professori “occidentali” e “orientali”. Seriamente, leggere le interviste a Bernard Lewis che infama Said, neanche fossero in una puntata di “keeping up with the Kardashians”, è stata una delle mie gioie universitarie. Ma, passione per il gossip a parte, il grande merito di Said è stato quello di marchiare a fuoco una visione ancora fortemente imperialista del mondo. Anni dopo l’uscita di Orientalismo sembriamo ancora avere qualche problemino in materia. Nel 2014 il sito YouGov ha fatto un sondaggio prendendo un campione di 1.741 cittadini britannici all’interno del Paese e ha chiesto loro cosa pensassero dell’ex-impero. Il 59% ha risposto che era qualcosa di cui andare fieri, il 19% il contrario. Più di una metà ha risposto che alle colonie la colonizzazione ha giovato, solo il 15% ha ritenuto che invece ne abbiano sofferto.

Quando un primo ministro di un ex impero o di un Paese occidentale va in visita in un’ex colonia è sempre un momento delicato. Lo è stato ancora di più nel 2016, subito dopo la Brexit, quando Theresa May, primo ministro britannico, è andata in India. Anche con il bellissimo sari di cotone verde e oro la May sembrava essere a disagio. E non a torto, dopo una drammatica settimana in cui ha dovuto annunciare al mondo che il popolo britannico ha deciso di divorziare dal continente, si è ritrovata in India dove le è stato ricordato che non solo l’impero non esiste più, ma le sue ex colonie non le devono la stessa reverenza di un tempo. La situazione è stata più o meno questa, la May propone un trattato di libero scambio con l’India (con le clausole per il divorzio ancora da stabilire, anche io correrei ai ripari), Narendra Modi, primo ministro indiano, invece di acconsentire entusiasticamente senza protestare pone delle condizioni, la più importante: aprire le frontiere ai migranti indiani e più visti per studiare nel Regno Unito. Considerato che uno dei cavalli di battaglia della Brexit è stata la promessa di sbarrare le frontiere e fermare l’immigrazione, questa era un’offerta che May non poteva accettare. Ha mandato di traverso una tazza di the ed è tornata in patria con la coda fra le gambe.

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Questo simpatico signore in rosso che posa con l’arcolaio del Mahatma Gandhi è la ragione per cui tutti si interessano alla politica canadese. Dopo Céline Dion, Justin Trudeau è stato proclamato patrimonio nazionale. Lui è anche la prova che non importa quanto tu sia carino, come politico verrai sempre sottoposto a un esame minuzioso e ogni volta il web sarà impietoso. La sua ultima visita in India a inizio marzo ha suscitato parecchie controversie, la più chiacchierata è stata la scelta di vestire se stesso e la sua famiglia con abiti definiti dal giornale Outlook India, “troppo indiani anche per gli indiani”. I Trudeau sembrano la tipica famiglia macrobiotica in visita spirituale nel grande continente. Quel tipo di famiglia che scatta foto ricordo davanti al Taj Mahal, fa yoga insieme e saluta tutti unendo le mani e fissandoti dritto negli occhi con quello sguardo molto intenso che sembra dire “namasté, lo sto facendo bene, ti guardo dentro nell’anima, saluto la divinità che è in te,  sono un umile occidentale davanti alla superiorità della tua sofferenza orientale”.

Se non altro questo ci dimostra che Said aveva ragione, anche in quei casi in cui un primo ministro occidentale cerca di mostrarsi più aperto possibile, finisce per rifarsi a un’idea di oriente stereotipata. Nell’abbracciare così entusiasticamente una cultura che non è la propria, cercando in qualche modo di oscurare il fatto che sei e rimani un rappresentate di quell’occidente che ha responsabilità passate e presenti nella costruzione geopolitica dell’Asia e del Medio Oriente, corri il rischio di renderti solo ridicolo. In questo caso Trudeau non fa eccezione. Il suo viaggio è stato considerato complessivamente una sconfitta diplomatica, partendo dal fatto che all’arrivo non è stato accolto dal presidente Modi in persona, privilegio che è stato riservato a Benjamin Netanyahu per esempio, fino alle foto che ritraggono sua moglie con un membro di un’organizzazione Sikh, tale Jaspal Tawal, condannato nel 1986 per il tentato omicidio del ministro pujabi Malkiat Singh Sidhu.

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Il problema dell’indipendenza del Punjab pare sia alle radici della freddezza con cui Modi ha accolto il presidente canadese. Il Canada infatti conta circa 470.000 Sikh all’interno della nazione e il governo canadese si è sempre dimostrato abbastanza aperto all’idea di un Punjab indipendente. Durante la sua visita Trudeau non ha mancato di visitare la capitale punjabi, Amritsar, scegliendo ancora una volta di dimostrare il suo supporto vestendo nel modo più Sikh possibile. Neanche quando frequentavo uno dei templi Sikh di Londra vedevo un tale dispiego di arancione, colore sacro per questa religione. Una politica estera incentrata sul “branding” liberale alla Trudeau, o post coloniale alla May, non fa che esacerbare vecchie dinamiche di potere che vogliono mantenere ex colonie come l’India in uno stato subalterno. Non economicamente o politicamente intendiamoci, l’India si sta ormai affermando come potenza mondiale, ma in termini di narrativa, com’è evidente dalla visita della May o di Trudeau. C’è ancora un discorso coloniale in corso che sembriamo non riuscire a scrollarci di dosso.

Eppure una vaga luce di speranza ci arriva, sempre da Londra, dove Sadiq Khan, primo sindaco musulmano della città, ha intrapreso una spedizione diplomatica in India e Pakistan nel dicembre del 2017 portando il messaggio che “Londra è aperta“. Criticando fortemente la posizione di Theresa May, ci ha tenuto a sottolineare “l’importanza di una politica d’immigrazione aperta”, che garantisca più visti agli studenti che sono “la grande risorsa di questa città“. Contrapponendosi al risultato della Brexit, Khan ha fatto dello slogan “Londra è aperta” il cuore centrale del suo mandato. Partendo quindi da un contesto locale ha dato uno slancio importante di apertura, e tutto questo senza dover ricorrere a una parata improbabile di vestiti tradizionali per dimostrare quanto sia liberale.

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Sull’Autore

Scrivo da quando non sapevo leggere e inventavo scarabocchi sui fogli. Crescendo mi sono sempre affidata alle parole cartacee trovandole spesso più efficaci di quelle solo dette. Studio scienze politiche internazionali in Galles ma ho il cuore a Bologna. Viaggio per curiosità e per avventura perchè mi piace raccontare le storie del mondo. Niente batterà mai un piatto di tortellini.

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