Se vi lascio non vale

“Abbiamo riconosciuto con chiarezza quella che è stata una sconfitta netta”. Matteo Renzi apre con questa frase la conferenza stampa al Nazareno, il 5 marzo, per commentare i risultati elettorali del centro-sinistra. E sembra passata davvero una vita, da quel momento; sono state settimane di fuoco per la dirigenza – e non solo – del Partito Democratico, settimane intense che hanno fatto scaturire infinite analisi da parte della stampa e degli osservatori politici.

Il polo del centro-sinistra, infatti, è uscito dalla tornata elettorale con un numero di voti ben al di sotto delle aspettative (i sondaggi lo attestavano intorno al 27% circa, ha ottenuto il 22,85% con una flessione del solo PD di 4 punti dagli stessi sondaggi e di ben 7 punti dal risultato delle politiche del 2013) e la conferenza dell’allora segretario era pensata nell’intento di chiarire come la leadership avrebbe affrontato la legislatura e come – semmai – avrebbe interpretato questa crisi.

Nella conferenza stampa del 5 marzo Matteo Renzi ha dato le sue dimissioni, post-datandole alla formazione del nuovo governo.

Ma Renzi non ha toccato in realtà neanche minimamente questi punti. Sì, le ammissioni di colpa; sì, dei generici ripensamenti; sì alla necessità vaga di “aprire una pagina nuova”. Ma le dimissioni “in differita”, rassegnate proprio in diretta, parlano chiaro: la linea pre-voto resta, anche se perdente. Priorità del segretario è garantire che non si faccia un “governo con gli estremisti”, in sintesi che il PD non vada al governo – dove sarebbe in quota minoritaria – con nessuno.

Il tumulto politico tra i dem, per chi si ricorda la settimana prospiciente il voto, è stato consistente: penso alla Serracchiani, che ha deciso di dimettersi dalla segreteria nazionale o ad Emiliano, comparso in numerose trasmissioni televisive, dove insisteva sull’importanza delle “minoranze” PD di premere verso la dirigenza per cambiare atteggiamento – caldeggiando in sostanza un accordo coi grillini.

Il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano e la dimissionaria Serracchiani del Friuli sono portatori di visioni divergenti all’interno del PD

Nulla di più lontano dalle intenzioni di Renzi e del Segretario “Reggente” Maurizio Martina, che afferma: “Il PD starà all’opposizione”, subito supportato da Renzi che conferma in un tweet “Che governino gli altri”; ancora, dalla pagina Facebook del Partito Democratico, arriva un messaggio inquietante: “Se volevate il PD al governo, dovevate votarlo!”. E sia l’opposizione, ok. Ma a chi? Dal centro-sinistra, infatti, sembra arrivare il tono di chi sappia già quale sia il governo a cui opporsi. Per loro è già tutto scritto. La risposta è una generica “ammucchiata” di Di Maio e Salvini, un “inciucio” da cui non si capisce se il PD sia stato tagliato fuori o si sia voluto estromettere.

La linea politica è dunque decisa. E non si cambia. Di primarie, infatti, non si vede l’ombra. Tra l’altro, Rosato afferma che, probabilmente, Renzi non si candiderebbe ad eventuali primarie del 2018; nello stesso articolo, Lotti sostiene che la maggioranza assoluta è già “Renziana” ed è sicuramente contro l’ipotesi di governo coi pentastellati, motivo per cui sembra inutile, al momento, convocare di nuovo gli iscritti. Quel che preoccupa, però, è una tendenza all’allontanamento dalla politica parlamentare e ad ogni tentativo di far pesare quel 20% nelle camere. Il PD si è totalmente escluso dalle trattative politiche per l’elezione dei Presidenti, presentando dei candidati interni con il chiaro intento di non votare o appoggiare né il centro-destra né il Movimento; è riuscito a malapena ad eleggere un vice-presidente, lamentando poi un ostracismo per l’elezione dei questori.

Il segretario reggente Martina ha commentato: “La presenza del Pd nelle presidenze di Camera e Senato è una questione democratica”; ma non ci sono stati accordi e il PD è estromesso.

Non nascondo i miei dubbi e una certa amarezza a sentire della nuova (vecchia) linea del Partito Democratico. L’idea di abdicare senza neppure provare a rimettersi in discussione, e quella di allontanarsi anche dalle contrattazioni di inizio legislatura mi sembra il preciso atto autolesionista di restare perdenti fino alla fine: qualcosa di già visto a sinistra, ma vero leitmotiv degli ultimi 5 anni di disavventure del centro-sinistra.

Forse, Renzi ancora una volta spera di sperimentare gli effetti di un azione simil-Giolittiana di abbandono (governo Gentiloni, ndr.) in favore di un personaggio incolore ma dipendente, fidato, puntando ad un effetto di rilancio al momento del ritorno sulla scena. Forse. Intanto, all’alba della XVIII legislatura, il suo Partito rischia qualcosa di più di una sindrome Aventiniana e qualcosa di forse ancora più grave di una nuova scissione: la totale irrilevanza politica.

Sull’Autore

Sono il classico studente fuori-sede meridionale laureando in Storia presso la (S)Alma Mater di Bologna. Vent'anni di acume, cinismo, volgarità, schiettezza, presunzione, patriottismo e "trogloditismo". Ma ho anche dei difetti.

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