Fidarsi è meglio, parola dei Ministri

Non è un imperativo, né un consiglio buonista, piuttosto è un’esortazione. Anche se lo squalo in copertina con le fauci spalancate non invoglia esattamente a farlo. Però Fidatevi: stiamo parlando del sesto album in studio dei Ministri, band milanese composta da Davide Auteliano (voce e basso), Federico Dragogna (cori e chitarra) e Michele Esposito (batteria).

Dodici tracce nel loro sound ormai riconoscibile, elaborato e perfezionato in dieci anni di attività (ma i tre suonano insieme dai tempi del liceo), che spaziano dal pezzo aggressivo in puro power rock, a quello più melodico in stile british-ballad. Dodici brani legati proprio da quella parola che dà il titolo all’album, la fiducia, e che riassume una precisa volontà di azione.
Guardandoci indietro, ci rendiamo conto che tutto quello che veramente conta nelle nostre vite è stato costruito sulla fiducia – quella che abbiamo dato e quella che abbiamo ricevuto. Perciò Fidatevi – anche se vi tradiranno, anche se vi terrorizzeranno, anche se tecnicamente è un salto nel vuoto: ne vale la pena.” Così scrivono i Ministri per presentare il nuovo lavoro, uscito lo scorso 9 marzo per l’etichetta indipendente Woodworm ed anticipato dai singoli Tra le vite degli altri e dalla title-track Fidatevi, entrambi accompagnati da due video, l’uno girato per le strade di Sofia e l’altro in una Milano di notte.

Il capoluogo lombardo resta la loro base, quella dove hanno mosso i primi passi nell’ambiente dei centri sociali, da cui ereditano una certa rabbia e una connotazione decisamente politica dei testi, che si ritrova sopratutto nei brani dei primi album, come Vicenza (la voglio anch’io una base a), Diritto al tetto o La ballata del lavoro interinale.
In Fidatevi invece, lo sguardo è più introspettivo e le parole sono veicolo di riflessioni di un’età più matura (già, anche i Ministri hanno raggiunto i trenta), quella in cui ci si chiede “Come si fa a restare per sempre al sicuro/ come si fa a fidarsi e poi fidarsi di nuovo?” (Memoria breve), anche se la voce graffiata di Auteliano, nei pezzi più tirati, non rassicura né consola.
Eppure, fidatevi, ve lo dicono i Ministri, dite ciao ai vostri incubi e date la mano a qualcuno, perché per fidarsi bisogna essere in due, almeno. Sono dodici canzoni cucite addosso e perfettamente calzanti, come le loro napoleoniche giacche militari, con cui sin dagli esordi de I soldi sono finiti hanno l’abitudine di  esibirsi.

La maturità della band emerge inoltre nell’accurato lavoro di produzione del disco, affidato a Taketo Gohara, producer giappo-milanese affermatissimo nel panorama contemporaneo, ed eseguito presso le Officine Meccaniche di Mauro Pagani (sì, quel Mauro Pagani della PFM e di De André), che ha regalato ai Ministri un personale contributo per violino e synth in un paio di brani dell’album.

Ma la vera dimensione per apprezzare una rock band è dal vivo, e i Ministri sono quel genere di band che dal vivo spacca, per energia, bravura ed intensità. Il tour, che parte il 5 aprile dall’Estragon di Bologna, vedrà la presenza sul palco di un quarto ministro, il chitarrista Anthony Sasso, motivo in più per  andare a sentirli.

Sull’Autore

Blogger dal 2006 su "Hai da accendere?". Ha esordito nell'antologia "Quote rosa-Donne, politica e società nei racconti delle ragazze italiane" (Fernandel, 2007). Ha pubblicato il romanzo "Diciassette minuti" (Eumeswil, 2009) e numerosi altri racconti per riviste e siti. Si occupa di arte, narrativa e gatti.

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