Spotify: la vergognosa ipocrisia Made in Italy

Spotify, dopo aver notato che le perdite economiche erano dovute soprattutto alle versioni pirata dell’applicazione, ha deciso di bloccare tutte le copie non originali. Gli utenti non l’hanno presa bene, ma di quali sto parlando? Di quelli italiani, ovviamente.

In questi giorni si è alzato il polverone mediatico, prevalentemente italiano, che ha riguardato Spotify e la sua decisione di bloccare tutte le versioni craccate per smartphone. Questa decisione è stata presa non tanto per una questione etica, quanto per un discorso incentrato più sull’economia dell’azienda che, decidendo di quotarsi in Borsa, ha bisogno che i bilanci siano in regola. Infatti, nonostante Spotify sia indubbiamente il servizio di streaming musicale più completo e funzionale in commercio, i bilanci aziendali sono in passivo.

Vi è stato un aumento dei ricavi, che in soli due anni sono passati da 1,9 miliardi di euro del 2015 a 4,09 miliardi di euro del 2017, ma le perdite nette sono passate da 230 milioni di euro nel 2015 a 1,23 miliardi di euro nel 2016 e 324 milioni di euro nel 2017. A cosa è dovuto tutto questo? Stando all’indagine di mercato svolta dalla stessa azienda, vi sarebbe un’attività anomala riguardante la sua applicazione: in particolare, questa sarebbe da ricollegarsi all’uso di software che consentono di modificare l’accesso su Spotify per fruire dei contenuti premium illegalmente senza pagare l’abbonamento mensile. Ovviamente l’azienda ha deciso di bloccare tutti questi servizi pirata, ma di questo ne avrete sicuramente sentito parlare in ogni dove, dalla rete alla tv.

Vorrei, però, soffermarmi su ciò che questa scelta aziendale, assolutamente condivisibile e inoppugnabile, ha generato, soprattutto nelle menti del sempre onesto italico pubblico. Il tanto citato Charles Bukowski affermava: “Tutti abbiamo udito la donnetta che dice: “Oh, è terribile quel che fanno questi giovani a se stessi, secondo me la droga è una cosa tremenda”. Poi tu la guardi, la donna che parla in questo modo: è senza occhi, senza denti, senza cervello, senz’anima, senza culo, né bocca, né calore umano, né spirito, niente, solo un bastone, e ti chiedi come avran fatto a ridurla in quello stato i tè con i pasticcini e la chiesa.”

Ed è la metafora perfetta di ciò che è accaduto e sta accadendo in Italia. Tutti si lamentano della disoccupazione che dilaga, dei servizi non funzionanti o non all’altezza delle aspettative e pretendono che le cose migliorino. Poi quando un’azienda cerca di salvaguardare il proprio lavoro, lo stipendio dei proprio lavoratori, migliorare il servizio e far rispettare la propria onestà intellettuale, etica e lavorativa, ecco che partono le lamentele. Lamentele che, spesso, vanno oltre ogni razionalità con utenti che chiedono che senso abbia pagare per ascoltare della musica in formato digitale, utenti che accusano coloritamente l’azienda svedese e utenti che, fieri della loro disonestà, dichiarano di aver trovato già un altro metodo per craccare l’applicazione.

Le lamentele più colorite -corredate da valutazioni negative- sono soprattutto italiane, ma non c’è da stupirsi: questa non è altro che una trasposizione della nostra società e mentalità. Noi siamo, nel bene e nel male, un popolo che è stato sempre famoso per l’arte del sapersi arrangiare sia con metodi leciti che, purtroppo, illeciti. Famose sono le opere di Giovanni Verga, dove tutto ciò viene raccontato e descritto seguendo anche la società dell’epoca dove gli ultimi (i più poveri) facevano di tutto per poter raggiungere i primi (i ricchi borghesi e aristocratici). Il progresso sociale, come il progresso tecnologico, lasciano indietro alcuni e portano avanti altri, è una semplice legge dell’evoluzione che caratterizza l’uomo da sempre. In Italia abbiamo cercato di ovviare a questo problema, ma le soluzioni trovate non sempre sono state positive e a norma di legge, ma qui dovrei aprire una parentesi molto ampia che va dalla mafia, alla delinquenza generale e dalla corruzione al lavoro in nero.

Non metto in dubbio di aver aperto una parentesi abbastanza pesante, ma ogni argomento accennato non si discosta più di tanto dal craccare un’applicazione e lamentarsi quando questa smette di funzionare. A questo punto perché pagare per una visita medica? Perché pagare un meccanico per un check-up all’auto? Perché pagare le tasse? O, per rendere meglio l’idea, perché pagare quando acquistiamo un gioco o un film su uno Store online? Dobbiamo assolutamente rubare al supermercato, scappare dopo una visita medica e craccare pure gli account Netflix o PlayStation Network, e lamentarci copiosamente quando ci beccano.

Perché vergognarci? Non serve, dobbiamo invece minacciare i medici, il meccanico e ogni persona che pretende da noi dei soldi per un servizio da noi richiesto, qualsiasi esso sia. Se, poi, il servizio peggiora proprio per mancanza di fondi, dobbiamo alzare ancora di più la voce perché sarebbe qualcosa di insostenibile, ma è necessario continuare a non pagare nulla. Magari scendiamo in piazza e lamentiamoci che le cose non funzionano, ma poi torniamo a casa e allacciamo la luce col contatore del vicino e guardiamoci le tanto amate partite di calcio con un decoder cinese sfruttando servizi di streaming illegali, ma gratuiti. Mi raccomando, però, non paghiamo nulla che non sia un abbonamento, anche più costoso di Spotify, per Patreon; sia mai che ci perdiamo qualche foto in déshabillé della nostra blogger preferita.

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