Bellomo: “in dubio, pro reo”, o sentenze che neanche s’attendono più

Abbiamo tutti conosciuto durante gli ultimi mesi, e senza strette di mano, il Magistrato Francesco Bellomo. La sua Scuola di Magistratura finisce senza appello su tutte le testate giornalistiche per la presunta policy “peculiare” adottata dal Magistrato all’interno della stessa.

Questa “peculiarità gestionale” del Magistrato perde il suo carattere di soggettività quando il Consiglio di Stato decreta con voto unanime l’espulsione dall’Ordine di Bellomo, destituendolo ufficialmente dall’esercizio delle sue funzioni. I colleghi più stretti, gli esperti, i suoi stessi compagni di viaggio non ne vogliono proprio sapere di avallare i suoi metodi. Quali?

Bellomo pare aver dato una certa importanza al dress code delle giovani aspiranti Magistrato, imponendo loro altresì una certa omertà in merito. In sostanza, pare dovessero recarsi al cospetto delle cattedre più alte – e per il più elevato degli scopi – indossando minigonne che non superassero un certo limite… Beh, normale quando ci si muove tra le stanze della legge mostrare decoro e rispetto. Normale porsi un limite preciso.

Sì, peccato questo limite fosse inteso… Al contrario. Niente long-skirt, a casa del Magistrato. E c’è di più. Un buon numero di studentesse (borsiste, vincolate ad un contratto specifico con la Scuola di Magistratura) riportano oggi la testimonianza diretta di come il Magistrato si sia spinto ben oltre. Questo dress code non era volto al sol compiacimento degli occhi, a quanto pare. Sembra che il Magistrato fosse solito accompagnare al piacere della vista approcci fisici e verbali alle malcapitate novizie della legge, vincolandone a parametri discutibili lo studio e, last but not least, il futuro.

Destituzione fu. Il Magistrato può ora tornare serenamente a quella che lui stesso definisce “la sua più grande passione”: l’insegnamento. In sostanza, per la legge può tornare – senza veto alcuno – al timone della sua barca, navigando (in pieno diritto) quello che è forse il più copioso e delicato fiume del tessuto sociale di uno Stato: la formazione delle giovani leve. Perché “in Italia c’è libertà d’insegnamento”.

L’indignazione mediatica generale ha già oramai scatenato il suo abile e consueto gioco – populismi, facili giudizi, opinioni personali, la più che legittima reazione di tutti quegli studenti che, con la ferita aperta, non hanno potuto esimersi dall’esprimere il loro dissenso – quando giunge il giorno del Concorsone. L’atteso, difficilissimo, agognato Concorso per diventare finalmente Magistrato.

Riuscite ad immaginare quale sia stata la traccia d’esame sottoposta a chi, reduce dall’ancor freschissima vicenda, dopo anni di studio, giornate intere dedicate alla memorizzazione nozionistica, giri per tribunali e – soprattutto – una grande fede nella legge, si è seduto sui banchi credendo ancora ciecamente nel suo sogno?

Una sentenza del Magistrato Francesco Bellomo.

Nuova indignazione, nuovi giri di Social per il Magistrato.

Senza voler entrare nel merito della vicenda con mezzi assolutamente inadeguati all’assunto, quali possono essere i miei e quelli dei non addetti ai lavori – impiegati invece con una certa generosità, negli ultimi tempi, la riflessione va oggi alla delusione di coloro che amo definire “animi candidi”.

Se la modern era ha generato (premetto che sono una donna anch’io) modelli femminili che, in virtù delle nuovissime tutele imposte in tutto il mondo dalla Gender Equality, denunciano retroattivamente presunte molestie (di cui però talvolta resta visibile traccia dell’allora ricevuto beneficio), non dovremmo dimenticare mai che gli animi candidi non fanno notizia, ma esistono. Se gli uomini (a tutti i livelli) continuano a tenere atteggiamenti discutibili nei confronti delle donne, proprio in piena Gender Equality Era, non dovremmo dimenticare mai che gli animi candidi non fanno notizia, ma esistono.

A tutte quelle giovani donne che non hanno mai messo piede nelle scuola del Magistrato, che ci tengono a dichiarare che non avrebbero mai sottoscritto un simile “contratto”, ove fosse stato loro sottoposto, e che si sono recate a sostenere l’esame contando (e credendo!) solamente sulle loro forze, deve essersi concretamente aperta una ferita nell’animo.

Bellomo non è il loro carnefice, in tal senso. La delusione dell’animo candido di solito è una delusione sistemica, generata non solo da una mela che può essere verosimilmente marcia all’interno di un sistema complesso, ma soprattutto dall’effetto Vaso di Pandora che determinate vicende riescono a generare. Tutti i mali sembrano uscire fuori simultaneamente da un unico Vaso, alle volte: il Magistrato che da Bellomo diventa Bel Ami, le studentesse che – seppure incolpevoli – hanno firmato quel contratto, i Magistrati che destituiscono un collega per poi non riuscire ad evitare (il decoro, questo sconosciuto) che una sua sentenza divenga addirittura traccia d’esame. Tutto insieme sembra non essere sostenibile, per chi crede ancora in un mondo migliore. Tutto insieme, questo può oscurare la luce dell’amore per la propria passione a tutti coloro che non credevano neanche di dover “burocraticamente” frequentare ancora corsi e scuole – dopo aver conseguito laurea e annessi – per essere Magistrati di valore.

Francesco Bellomo sostiene che le studentesse fossero consenzienti. Hanno accettato quella sua tanto discussa policy proprio sottoscrivendo un contratto. Ha ragione. Le studentesse hanno firmato, sì, ma l’hanno fatto per una Scuola di Magistratura che erano certe le avrebbe traguardate al coronamento del loro sogno. Inoltre, ulteriore attenuante è proprio quella del non essere portate (in assenza magari di una personalità ben strutturata per fronteggiare simili assunti, o per semplice fede viscerale verso la loro materia) a pensare che in un luogo di legge come le stanze della Scuola di Bellomo venisse loro proposto qualcosa di non lecito. Hanno ragione.

Al guardare tutto questo da fuori, sembra che queste povere menti preparate non fossero altro che carne da macello. Le studentesse che hanno firmato, i colleghi di genere maschile fatti fuori per mera caratteristica di nascita, coloro che hanno sostenuto l’esame credendoci ancora profondamente, i Magistrati che svolgono con onore il loro compito (nonostante tutto), gli animi candidi… Carne da macello. Delusi e disillusi, ognuno secondo il proprio Velo di Maya.

In fondo siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i porci

Nelle parole di Emanuele Galoni , aka GaLoni, l’immagine sembra quasi materializzarsi.

Al di là di qualunque sentenza finale e ben oltre le sorti del Magistrato Bellomo, c’è una ferita che non sarà sanabile con un ego te absolvo. La Legge, la Sanità, il sistema Education sono e resteranno i cardini di uno Stato. Quando il dubbio si insinua nei sistemi di uno di questi sacri altari, è troppo tardi per qualunque sentenza. Le ferite che si sono generate di solito lo hanno fatto in silenzio, intaccando quei mattoncini che gli animi candidi avevano utilizzato come base per preparasi al meglio, per diventare uomini e donne di valore per la loro società, per fronteggiare le crisi oggi tanto eterogenee, la precarietà, la liquid modernity, l’ostentazione di chi si vende bene e vale invece molto poco.

Non erano forse da reclutare tra questi “feriti”, i Magistrati del futuro?

Forse a determinati temi ci si dovrebbe accostare solamente con i guanti. A qualunque livello.

Sull’Autore

Interprete, traduttrice, autrice. Sognatrice patologica e dipendente da ogni forma di creatività. Credo nella 'diversity' come forma naturale di crescita personale. Scrivo per bisogno primario, esattamente come respiro, bevo, mangio. Credo nel gioco vitale delle parole, e spero ancora che possano salvare il mondo.

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