Da La Torre a Dalla Chiesa: l’introduzione del 416bis

Se incerta e quantomeno antica è l’origine del fenomeno mafioso, che si fa concordemente risalire a ben prima dell’Unità d’Italia, le autorità giudiziare sono invece state in ritardo nel mettere in atto un’opera di contrasto che fosse ferma, decisa ed efficace.

Dopo anni di tentati processi agli uomini d’onore, spesso terminati con assoluzioni e, nel migliore dei casi, in confini coatti e allontanamenti che altro non erano che palliativi, bisognerà aspettare il 1982 perché far parte di Cosa Nostra fosse ufficialmente un reato.

In quell’anno fu infatti votata a maggioranza l’approvazione della norma 416bis (un’aggiunta al pregresso articolo 416 sull’associazione a delinquere semplice), detta anche legge Rognoni-La Torre, dal nome dei suoi ideatori Virginio Rognoni, allora ministro della Giustizia, e soprattutto del deputato comunista Pio La Torre.

I primi tre comma della norma recitano:

Chiunque fa parte di un’associazione di tipo mafioso formata da tre o più persone, è punito con la reclusione da tre a sei anni.

Coloro che promuovono, dirigono o organizzano l’associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da quattro a nove anni.

L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri”.

Ma chi era Pio La Torre?

Pio La Torre

Nato nel 1927 ad Altarello di Baida, frazione di Palermo, faceva parte di una famiglia contadina molto povera, e sarà spinto ad iscriversi al Partito Comunista nel 1945, prendendo parte alle lotte contadine di quegli anni. Futuro segretario dei comunisti siciliani dal ’62 al ’67 e deputato dell’Assemblea Regionale Siciliana, poi trasferitosi a Roma dove prese parte come parlamentare a tre legislature, quelle del 1972, ’76 e ’79. Si distingue soprattutto per la sua partecipazione come membro dell’allora neonata Commissione Parlamentare Antimafia, sorta dopo le pressioni seguite alla strage di Ciaculli (1963), e che nel 1976 pubblicherà finalmente tre relazioni, di cui una a firma del Pci, di cui La Torre faceva parte.

È solo nel 1981 che tornerà in Sicilia per supportare in prima persona le mobilitazioni contro la base missilistica Nato in costruzione a Comiso, che violava apertamente lo Statuto dell’autonomia siciliana e il trattato di pace di Parigi del 1947, che vietava l’utilizzo della Sicilia a fini militari.

Oltre a ciò, La Torre protestò anche per le possibili infiltrazioni mafiose negli appalti per la realizzazione della base. Fu così che unì la lotta per il pacifismo a quella antimafiosa, che culminò in un’imponente manifestazione del 4 aprile 1982.

Solo un mese prima aveva guidato la delegazione comunista che discusse col presidente Spadolini di un pacchetto di misure legislative antimafia, che poi formeranno il corpo della futura legge Rognoni-La Torre, di cui sopra.

Questa, oltre ad inserire nel codice penale il reato di associazione mafiosa, introdusse anche misure di prevenzione ormai diventate prassi, come la confisca dei beni appartenenti agli uomini d’onore.

Purtroppo, La Torre non riuscirà a vedere il progetto concluso: il 30 aprile del 1982 un commando lo raggiunse in moto mentre era in macchina insieme all’autista Rosario Di Salvo, colpendo entrambi con una sventagliata di mitra. La polizia ritroverà per terra circa quaranta bossoli.

Fu in seguito all’attentato che venne mandato a Palermo il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa per affrontare il problema mafia.

Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa

Dalla Chiesa era un carabiniere di grande spessore ed esperienza: entrato giovane tra le fila dell’Arma, combatté in Montenegro nella guerra dei primi anni ’40, tornando poi in Italia e collaborando nelle Marche coi partigiani della Resistenza. Fu poi in Sicilia, dove indagò per l’omicidio del sindacalista corleonese Placido Rizzotto, ucciso dagli uomini dell’allora capomafia Michele Navarra nel 1948.

Più avanti fu responsabile della lotta alle Brigate Rosse, occupandosi anche del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro.

Perciò, in virtù delle sue competenze, fu spedito a Palermo nel maggio dell’82.

Dalla Chiesa, risoluto a combattere duramente e senza sconti la “malapianta mafiosa”, come disse Indro Montanelli in un’intervista, andò a Palermo “persuaso di avere i poteri che il regime fascista aveva dato a Mori” (Cesare Mori fu prefetto di Palermo negli anni ’20, ricordato come “il prefetto di ferro” per la durezza e la spietatezza dei metodi nell’affrontare la criminalità, ndA).

Spesso Dalla Chiesa viene definito, nei suoi “cento giorni palermitani”, un uomo solo, perché isolato dal resto delle istituzioni che non potevano -o non volevano- fornirgli alcun supporto materiale per aiutarlo a contrastare la mafia. Né tantomeno sembra che il generale abbia mai fatto granché per farsi ben volere dai salotti palermitani, che anzi evitava, ben cosciente che erano i luoghi dove istituzioni e crimine entravano in contatto.

La fine giunse il 3 settembre di quel funesto 1982 quando in Via Carini, a Palermo, l’ennesimo commando aprì il fuoco dei mitra sulla macchina dove viaggiavano Dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti Carraro, e su quella dell’agente di scorta Domenico Russo.

La morte di Dalla Chiesa scioccò l’Italia intera, che si fermò a commemorare quell’uomo tutto d’un pezzo e coi baffetti, come ogni vero e buon sbirro che si rispetti.

Ai funerali, nella Cattedrale di San Domenico a Palermo, erano presenti il presidente della Repubblica Sandro Pertini e il presidente del Consiglio Giovanni Spadolini. Solo Pertini fu risparmiato dalle violente aggressioni verbali della folla, che invece colpirono tutte le altre autorità politiche presenti, colpevoli di aver lasciato il generale da solo.

Ed è rimasta nella memoria l’omelia, durante il funerale, del “cardinale antimafia” Salvatore Pappalardo, che paragonò Palermo alla Sagunto di epoca romana: la prima tenuta d’assedio dal potere mafioso, la seconda dalle armate del generale cartaginese Annibale.

In via Carini, un cartello fu appeso dai cittadini, su cui campeggiava la scritta “qui è morta la speranza dei palermitani onesti”.

Fu in questo clima di commozione generale che il Parlamento finalmente si risolse a votare quel pacchetto di norme elaborate già da mesi dal defunto Pio La Torre, la cui approvazione risale al 13 settembre 1982, dieci giorni dopo la morte di Dalla Chiesa.

Era necessario che venisse versato il sangue di due personalità eccellenti per risvegliare le coscienze di quella classe politica italiana che, in tema di contrasto antimafia, continuerà a dimostrare programmaticamente disinteresse e ritardi.

Sull’Autore

Trapanese d'origine, studio all'Università di Bologna dal 2014. Laureato in Lettere Moderne, attualmente studio Scienze Storiche. Sono appassionato di storia e fatti relativi a Cosa Nostra, di cui vi racconterò nei miei articoli.

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