Il macrocosmo di Eastleigh, la Piccola Mogadiscio nel cuore del Kenya

Dietro al vetro schermi televisivi da 60 pollici, telefoni cellulari e decoder satellitari riempiono le vetrine dei negozi; davanti si riflettono le strade brulle, costellate da buche e spesso immerse nel fango e i volti spaesati della gente che guarda tutti quei negozi infiniti, disseminati ogni dove. Siamo a Eastleigh, quartiere a est della capitale del Kenya, Nairobi, e conosciuto anche come “la piccola Mogadiscio: qui risiede infatti una grossa fetta della diaspora somala che dal 1991 lascia regolarmente il proprio Paese per sfuggire a violenze e fame. Insieme alle tradizioni e ai prodotti tipici, qui si trovano anche altre caratteristiche della Somalia contemporanea, molto meno affascinanti, su tutte, il terrorismo.

                        La capitale del Kenya, Nairobi. Tratteggiato di rosso il quartiere di Eastleigh. (Google Maps)

Nato nel 1921, questo agglomerato urbano divenne ben presto il quartiere dei kenioti di origine indiana – i cosiddetti Kenyan Asian – presenti nell’allora colonia inglese come impiegati od operai. Dopo l’indipendenza ottenuta nel 1963, la composizione etnica del quartiere mutò con gli anni, soprattutto con l’arrivo di somali che fuggivano dalla dittatura di Siad Barre. Sarà però alla fine del secolo che il flusso diventerà più forte, con l’ammassarsi di persone in fuga alla frontiera e altrettante che si dirigeranno verso Nairobi, sperando in un futuro migliore. Si arriverà quindi allo scenario attuale, con la Somalia comunemente ritenuta failed-state e con quasi mezzo milione di suoi connazionali presenti in Kenya come rifugiati e richiedenti asilo. Oltre 50mila presenti solo a Nairobi (dati UNHCR 2014), proprio in quella enclave che raccoglie molte delle contraddizioni somale.

Come ogni arteria di una grande megalopoli africana, anche Eastleigh pullula di vita. “Cambiare dollaro, cambiare dollaro, saraf, saraf” gridano gli avventori dei moltissimi uffici di cambio ai bordi delle strade. Qui la moneta e soprattutto l’oro non mancano, come dimostra la presenza del Al-Kawthar Mall, il più grande mercato dell’oro di Nairobi. A rifornire i negozi locali sono le importazioni da Paesi come gli Emirati Arabi Uniti, ma gli stessi venditori giungono dall’estero per fare affari quaggiù: “il quartiere – scrive Abdullahi Elmi Shurie, esperto conoscitore della diaspora somala – è rapidamente diventato non solo la capitale finanziaria di Nairobi, ma anche un centro interregionale. I commercianti provengono da luoghi lontani come Sud Sudan, Uganda, Tanzania ed Etiopia per fare affari a Eastleigh. Un giro d’affari che ha portato qualcuno a definire questa parte di città “a country within a country with its own economy” proprio per il proprio sistema affaristico.

Le vie di questo polmone economico della capitale vedono intrecciarsi una distesa sconfinata di centri commerciali dai nomi esotici – Hong Kong, Emirates, Madina solo per citarne alcuni – lungo la First Avenue, luoghi di culto musulmani, cristiani e sikh, e perfino casinò. Basta una rapida occhiata a Google Maps per constatare tutto ciò, osservando come tutto ciò costituisca un gioco di scatole cinesi: Eastleigh è una città all’interno di Nairobi e, a sua volta, la base dell’aviazione militare “Moi Air Base” è un ulteriore enclave al suo interno, nella parte più orientale del quartiere. Nonostante la presenza dei militari però la zona non ha potuto evitare di precipitare nel terrore diverse volte: nel dicembre 2012 due attentati, compiuti nel giro di pochi giorni l’uno dall’altro, uccisero sette persone nei pressi di una moschea. Le violenze vennero subito attribuite ad al Shabaab, su cui sono poi ricaduti i sospetti per moltissimi altri attacchi in città negli anni successivi.

  Poliziotti kenioti fermano un somalo con i cani, Eastleigh. (Abdullahi Elmi Shurie/Facebook)

Avevamo già scritto dei difficili rapporti alla frontiera tra il Kenya e la Somalia. Qui però si tratta di una tensione giunta nel cuore del Paese governato da Uhuru Kenyatta, il quale però non può certo puntare il dito indiscriminatamente contro la diaspora somala lì presente: il suo potere economico equivale infatti a un giro d’affari di 100 milioni di dollari al mese, secondo quanto riportato da Rasna Warah nel suo libro “War Crimes” (2014), che equivarrebbero a circa il 25% delle tasse totali versate alla città. Tutto ciò farebbe sì che il quartiere rimanga ancora un posto sicuro per i fondamentalisti islamici, nonostante i numerosi arresti della polizia locale in questi anni.

Non tutti, però, concordano con questa ricostruzione: Neil Carrier della Oxford University, scrivendo uno studio proprio su Eastleigh, sostiene che la definizione di “epicentro del terrore” di questa zona è una montatura hollywoodiana. La prosperità del quartiere sarebbe invece il frutto di “una vasta diaspora socialmente tesa che potrebbe mobilitare capitali e collegamenti con alcuni degli hub commerciali più importanti del mondo”, realizzata proprio a Nairobi “quando migliaia di rifugiati in fuga dalla guerra si sono trasferiti in questo territorio”.

Il turista temerario che volesse aggirarsi per le vie del quartiere – scelta certamente non usuale, come conferma una stessa guida turistica della zona – potrebbe poi imbattersi in una scena apparentemente anonima: “Pochi minuti prima delle 15:00 – continua Elmi Shurie – l’attività, nella maggior parte del Eastleigh residenziale, riceve una battuta d’arresto. Diversi camioncini carichi di sacchi suonano i clacson continuamente e azionano i lampeggianti per segnalare l’arrivo delle ‘foglie verdi’ contenenti sostanze psicotrope, meglio conosciute come Khat o Miraa a livello locale, che svolgono un ruolo importante per l’economia del Kenya. Milioni di dollari sono guadagnati ogni anno da questo business redditizio, che è controllato da cartelli ben chiusi di somali in gran parte del Kenya. Masticare Khat è il passatempo più popolare di Eastleigh, sia per i giovani che per gli anziani”. Si tratta di una droga la cui importazione dal Kenya è stata vietata dalla stessa Mogadiscio nel 2016, senza darne motivazione ufficiale né indicarne i limiti temporali.

Iftin Ahmed Farah, 24 anni, rifugiata somala a Eastleigh. (Andrew McConnell/IRC/Panos Pictures via European Commission DG ECHO/Flickr)

Eastleigh raccoglie quindi un microcosmo ben conservato di tutto ciò che è somalo, nel bene e nel male. Non è difficile immaginare come la comunità locale, e in particolare i suoi leader, – come il Vicesegretario dell’Eastleigh Business Association, Hussein Mohamed, uno degli uomini somali più influenti e ricchi – non possano essere indifferenti alle sorti del proprio Paese. Bisognerà però capire che ruolo vorranno avere nell’immediato futuro, soprattutto all’alba del ritiro dell’AMISOM (prevista per il 2020) e con forti interessi internazionali sul Corno d’Africa. La loro voce comunque potrebbe essere una delle più forti, perché proveniente dallo stesso lato del confine della grandissima diaspora somala in giro per il mondo.

Per approfondire:

Foreign Policy: Little Mogadishu, Under Siege

Sull’Autore

Nato in Friuli nel 1995, vivo e studio a Gorizia, dove seguo il corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università di Trieste. La passione per il giornalismo nasce al liceo, subito dopo quella per il calcio mi porta a diventare arbitro. Collaboro anche con Sconfinare e Messaggero Veneto, per MdC sono il Caporedattore della sezione Società e Diritti. Su Effe Radio co-conduco "La Repubblica delle Banane".

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