Austerità e Guerra mondiale: il caso tedesco

“La pace non restaura diritti, ridefinisce poteri”, scriveva Hannah Arendt. L’11 novembre 1918 viene firmato l’armistizio che pone fine alla Prima Guerra Mondiale. La situazione è catastrofica. Il vecchio continente europeo è in ginocchio in tutti i sensi. Persino i paesi vincitori, come Inghilterra e Francia, si trovano schiacciati da un indebitamento senza precedenti nei confronti degli Stati Uniti. Inoltre la guerra si rivela essere un efficientissimo fattore di accelerazione delle fratture sociali, che scatena una crescente conflittualità sindacale e instabilità politica, alimentate dall’inflazione, dai costi di riconversione e ricostruzione industriale uniti ad una diffusa disoccupazione. In questo contesto la situazione della Germania risulta essere lungamente la più tragica: senza possibilità di ripresa, oppressa da un aumento dei prezzi senza precedenti, dalla prospettiva di una forte austerità e percorsa da moti rivoluzionari e anti sistema, la neonata Repubblica di Weimar si ritrova in una situazione priva di vie d’uscita.

La guerra si conclude con la sconfitta degli Alleati ed è firmata la resa, incentrata sull’accordo di vinti e vincitori coi principi espressi dal Presidente americano Wilson nei suoi 14 punti, ispirati da presupposti di una pace giusta ed equilibrata, in cui “non vi saranno annessioni, ne contribuzioni, ne indennizzi punitivi”. Il trattato di Versailles si rivela però molto diverso da questi ideali illuminati. È infatti volontà del Presidente francese Clemenceau, uomo astuto e politico esperto, il conseguimento di una pace cartaginese, che consiste nel ridimensionare fortemente la potenza tedesca, togliendole zone altamente industrializzate ed economicamente vitali al fine di ridurre il potere economico di un valente avversario commerciale.

Molte clausole dei trattati devono essere perciò intese tenendo ben presente questo obiettivo, come privare lo stato tedesco di tutte le zone ricche di risorse naturali come l’Alsazia-Lorena, per ridurre drasticamente la produttività interna, o minare ogni attività commerciale istituendo dazi doganali di esportazione (ma non, ovviamente, di importazione) ed espropriando, oltre che la quasi totalità della flotta mercantile, anche le colonie e i beni collegate ad esse. Il quadro viene per di più completato con numerose norme non reciproche e interferenze con gli ordinamenti interni.

Come se tutto ciò non sia ancora sufficiente, in vista degli ingenti debiti contratti da Francia, Inghilterra e Italia nei confronti degli Stati Uniti, gli indennizzi per le riparazioni di guerra sono fissati a 132 miliardi di franchi, una cifra assolutamente assurda per l’epoca, che lo Stato Tedesco non potrebbe mai pagare da solo. L’intransigenza dei paesi dell’Intesa porta la Repubblica tedesca a incoraggiare la svalutazione del Marco e a emettere enormi quantità di cartamoneta.

Queste misure, atte ad evitare di scaricare il peso dei debiti sulle spalle dei contribuenti tramite prelievo fiscale o tagli alla spesa pubblica, che avrebbero solo alimentato le spaccature e i conflitti all’interno della già dilaniata società tedesca, causano una crescente spinta inflazionistica: se nel maggio del 1921 il valore di un dollaro corrisponde a 15 marchi, in soli due anni quello stesso dollaro arriva a valere 3.5 miliardi di marchi. Basti pensare che per comprare un chilo di pane servono ora 428 milioni di marchi; per un chilo di burro 5,6 miliardi. Attraverso queste misure si riduce il debito pubblico, svalutando però i prestiti dei risparmiatori, molti dei quali contraenti i cosiddetti prestiti patriottici, utilizzati dallo stato per finanziare lo sforzo bellico.

Con lo scoppio del Giovedì Nero e della crisi economica internazionale, si assiste all’ultimo e decisivo attentato alla vita democratica di Weimar. Dopo il 1929 infatti, in un panorama di contrazione commerciale, di aumento della disoccupazione e di diminuzione della domanda interna ed estera, i governi tedeschi optano per una drastica politica di austerità inasprendo il prelievo fiscale e tagliando i costi della spesa pubblica. Basti pensare che nel corso di soli 26 mesi, a fronte di un impoverimento crescente, il cancelliere Brüning decide di ridurre la spesa pubblica reale del 15%, adottare aumenti fiscali e imporre ingenti tagli ai salari, come attesta la ricerca “Austerity and the rise of the Nazi party”.

Questa situazione, tra l’altro, ricorda molto quella odierna e non solo: anche a cento anni di distanza non sono cambiate molte delle scelte economiche miopiche della classe politica dirigente. Analogamente al caso tedesco sopra menzionato, l’Italia si trova ad essere oggi uno dei paesi europei con il prelievo fiscale più elevato, un alto tasso di disoccupazione (soprattutto giovanile) e un’irrimediabile instabilità politica.

Il malumore derivante dal gravoso Diktat sulla Germania, ritenuta la sola responsabile della guerra, e le sbagliate scelte in materia economia non fanno perciò che alimentare i disagi sociali e, di riflesso, le spaccature politiche all’interno del Reichstag. Mentre da un lato viene messa in crisi la legittimità della Repubblica di Weimar, accusata di essere causa della sconfitta militare e di complicità con il nemico, oltre che di affamare deliberatamente il popolo tedesco, dall’altro le fratture politiche scatenano numerose rivolte e movimenti di protesta, che in diversi casi culminano in veri e propri tentativi di colpo di stato intentati da forze politiche radicali.

Non è difficile perciò immaginare come, in una simile situazione di instabilità politica ed economica e inquietudine sociale, si siano formati movimenti estremisti in grado di raccogliere il consenso e dar voce al profondo disagio della popolazione tedesca, in particolar modo delle fasce dei più giovani, che nel 1932 garantisce al partito Nazista il 37,3% dei voti.

Perciò le condizioni sociali e politiche nella Germania degli anni venti, unite a inadeguate scelte economiche, contenevano i presupposti per l’ascesa parlamentare dei movimenti populisti guidati da demagoghi come Adolf Hitler, che infine porteranno, come lo stesso Keynes tristemente preannunciava all’alba degli stessi Trattati, allo scoppio del secondo conflitto mondiale.

Bibliografia:

J.M. Keynes, “Le conseguenze economiche della guerra”, Adelphi, 2007.

A.M. Banti, “L’età contemporanea”, Editori Laterza, 2014.

Sull’Autore

Nato e cresciuto a Bologna, cervellotico e scettico fino al midollo. Viaggio con la mente per comprendere, credendo in un'umanità sempre migliore. Anche solo un poco, poco davvero, dai.

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