I problemi dell’Amministrazione Statale

Questo sarà un articolo molto da VICE del tipo “Le 10 cose che ho imparato lavorando in un All you can Eat” o cose simili. Questo è essenzialmente uno sfogo e dovete prenderlo principalmente come tale, ma vuole anche essere una sorta di riflessione su alcuni aspetti che ritengo sempre più fondamentali.

Molti membri della redazione di MdC lo sanno già, ma occorre ora informare gli altri e, soprattutto, occorre informare voi, i nostri lettori. Ho recentemente concluso sei mesi di tirocinio formativo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e, più nel dettaglio, al Dipartimento per le Politiche europee. Sebbene non lavorassi direttamente con il Capo della Segreteria Tecnica, il Ministro Plenipotenziario Nicola Verola, le mie occupazioni prevedevano spesso il dovermi affacciare proprio alla sua segreteria. E per chi non lo sapesse: il Capo della Segreteria tecnica assiste personalmente il Sottosegretario di Stato con delega agli affari europei, attualmente rappresentato dall’On. Sandro Gozi. Tutto questo non lo dico per vantarmi, ma piuttosto per spiegarvi che, in fondo in fondo, non stiamo esattamente parlando di “robette” e la “pressione istituzionale” come la chiamo io – ovvero la pressione derivante dall’avere a che fare, ogni giorno, con alti funzionari dell’amministrazione centrale dello Stato – si è fatta comunque sentire.

Non occorre scendere ulteriormente nei dettagli su cosa facevo alla Presidenza (spoiler: lo farò tra breve, in verità), ma devo qui necessariamente dire che, a livello umano, la mia esperienza al Dipartimento per le politiche europee è stata a dir poco fantastica. Il mio tutor aziendale (se così lo vogliamo proprio chiamare) è stato un direttore generale di alto livello semplicemente fenomenale: severo ma sempre giusto e, soprattutto – come piace a me – particolarmente pragmatico e davvero interessato a fare quello che ogni tutor aziendale dovrebbe fare: insegnare (del resto sin troppo spesso si dimentica che un tirocinio formativo deve essere, per l’appunto, “formativo”). Così come sono state gentilissime le Segretarie del Ministro Plenipotenziario e vari suoi collaboratori. Insomma: persone fantastiche.

Tutte rose e fiori, dunque? Non esattamente, perché se andassimo poi a vedere come la Presidenza lavora affiorerebbero diversi dubbi. Per citare una carissima collega: Se la Presidenza fosse un’azienda privata, questa fallirebbe nel giro di 12 ore. Un’esagerazione? Forse un po’ sì, ma non si è troppo distanti dalla realtà. Ciò che noi tirocinanti abbiamo potuto constatare è stata, innanzitutto, l’estrema inefficienza dell’intero apparato amministrativo centrale. Che l’amministrazione italiana non brilli, in verità, per stacanovismo è cosa assai nota, ma qui il problema che si pone è ben peggiore. Non è che la Presidenza non lavori, ma piuttosto lo fa male, molto male. E non occorre un istruttore esperto di modelli organizzativi alla Lean Six Sigma o cose del genere per capirlo: le inefficienze sono così tante e così grandi da essere visibili anche a tirocinanti che non hanno mai avuto modo di lavorare nelle amministrazioni centrali.

Palazzo Chigi, sede del Governo della Repubblica italiana (e dunque della Presidenza del Consiglio dei Ministri). Il Governo della Repubblica è quello chiamato, forse più di tutti, a gestire in modo efficiente la Res Publica.

Il primo problema della Presidenza è lo spreco, l’immenso spreco. Sto parlando, in particolare, di spreco di risorse materiali (carta in primis), ma anche di energie e di modelli organizzativi del lavoro. Sullo spreco della carta si potrebbe dire tantissimo, ma mi limito a due concetti fondamentali: mancata digitalizzazione e mancato addestramento digitale. La mancata digitalizzazione delle P.A. è l’elemento che più frena l’efficienza della Presidenza. La carta si usa perché gli strumenti informatici a disposizione sono pochi, vecchi e lenti. Dover utilizzare Windows XP (lo stesso sistema operativo vittima di recenti attacchi informatici catastrofici) è a dir poco umiliante per qualunque tirocinante minimamente formato all’utilizzo degli strumenti informatici (e non occorre essere millennials per capirlo). Ovunque regnano faldoni strapieni di cartellette che occupano scaffali ormai pronti a cedere in archivi fisici bui e polverosi (dunque non so nemmeno quanto questo faccia bene alla carta, ma non sono un esperto in materia).

Il problema dell’addestramento informatico tocca poi punte da commedia dell’assurdo, con funzionari incapaci di battere a tastiera con più di due dita, incapaci di staccare gli occhi dalla tastiera stessa e, soprattutto, incapaci e altamente ignoranti nell’utilizzo dei più basilari software. Word è l’unico strumento largamente utilizzato (male), Excel è per pochi eletti, Access è una creatura mitologica. Il risultato è semplice: molto spesso partono le ovazioni di funzionari o dirigenti quando un tirocinante riesce a fare, in pochi minuti, ciò che loro non reputavano nemmeno possibile.

Scarsità di mezzi e assenza di addestramento portano alla confusione. Se proprio vogliamo accettare il mantra dello scripta manent, è inammissibile che nel 2018 non si riesca ancora a parlare di una digitalizzazione completa di tutto ciò. La carta porta confusione, specie quando il lavoro che devi fare è stato iniziato anni or sono da un’altra persona che, ovviamente, non si è premurata di spiegare in modo chiaro le modalità con le quali seguiva il lavoro. Ecco allora atti di sindacato ispettivo (spoiler: mi occupavo proprio di questo) stampati in duplice, triplice, quadruplice copia (senza apparente motivo), post-it svolazzanti (molti di loro avevano perso la colla e quindi non erano più necessariamente attaccati ai fogli ai quali si riferivano), osservazioni scritte a mano (dunque bisogna improvvisarsi anche esperti di criptografia, tentando di decifrare sigle, iniziali e quant’altro). Oltre ad uno spreco materiale, dunque, si è trattato anche di uno spreco di energie non indifferente e che ha richiesto mesi di duro lavoro, spesso con orari davvero poco “da tirocinanti”.

La trasposizione di tutto questo in un archivio informatico creato ad hoc (spoiler: mi sono occupato anche di questo) permette ora di tener più facilmente traccia di ogni cosa, permette di effettuare ricerche incrociate su più variabili e permette di riprendere in mano rapidamente atti precedenti (perché si presenta un caso simile o perché accade qualcos’altro). Certo, tale archivio è stato creato su iniziativa del dirigente, ma non dovrebbero occuparsene dei tirocinanti che vanno e vengono (e che quindi hanno modi di lavorare differenti): dovrebbe esser tenuto in piedi, mantenuto e aggiornato da funzionari (che sono anche pagati, non è forse questo un buon incentivo?), ma l’assenza di addestramento digitale rende assai difficile simile soluzione.

E di chi è la colpa di questo? Non so esattamente, ma forse un po’ di colpa ce l’hanno i bandi di concorso, e mi spiego subito. Perché, in sede concorsuale per entrare nell’amministrazione pubblica si richiedono competenze di diritto amministrativo, procedura civile, procedura penale, diritto costituzionale e quant’altro ma non si prevede mai – o assai raramente – una prova di valutazione delle competenze informatiche? Siamo arrivati al paradosso – e non faccio il nome del concorso – della conoscenza della lingua inglese come prerequisito (quindi con opportuna certificazione) per l’accesso alle prove concorsuali (tra le quali poi ce ne sarà comunque una atta a verificare la conoscenza della lingua inglese), ma non c’è mai e poi mai un qualsiasi riferimento a certificazioni informatiche tipo ECDL o simili.

Poi c’è il problema principale, il quale, me ne rendo conto, è un fattore umano ma non per questo giustificabile. Un buon chirurgo che lavora in prima linea sa bene che deve ben separare la sua vita lavorativa da quella privata; se non lo fa, il rischio è che problemi familiari si ripercuotano sul lavoro (con il rischio di commettere errori e di ammazzare qualche paziente) o che i drammi lavorativi lo facciano sulla vita privata (e in tal caso sono i membri della famiglia che rischiano di finir ammazzati in uno scatto di ira o di pazzia derivante dallo stress). In Presidenza ho notato che questa capacità di separazione non è così usuale, ma piuttosto è assai rara. E così le appartenenze politiche si fanno vedere eccome (e in parte lo capisco, è evidente che i più alti dirigenti siano lì per nomina politica, ma questo non è giustificabile tra i funzionari di basso rango), le antipatie personali non vengono tenute per sé, ma piuttosto si mostrano a tratti in maniera plateale con funzionari di diversi servizi di un altro Dipartimento – non faccio il nome – che si lanciano costantemente frecciatine avvelenate sul fatto che il loro servizio è “migliore” dell’altro, Dipartimenti tra loro litigiosi e “gelosi” del proprio lavoro. Più che avere di fronte a funzionari, spesso sembra che le persone più mature siano i tirocinanti.

Sono sempre stato accusato di avere una visione piuttosto militarista e “prussiana” della pubblica amministrazione. Ancora oggi credo che l’Amministrazione dello Stato debba servire, in primo luogo, lo Stato stesso e non i Cittadini. Se lo Stato funziona bene grazie ad un’amministrazione efficiente, automaticamente questo buon funzionamento darà dei benefici agli stessi cittadini. È una posizione minoritaria, me ne rendo conto, ma l’esperienza alla Presidenza non ha fatto altro che rafforzare ulteriormente questa mia convinzione, invece che indebolirla. I funzionari (ma anche i dirigenti) dovrebbero pensare al “bene dello Stato” prima di ogni cosa e dunque lasciar perdere le differenze ideologiche e politiche. Il rischio è che non facendo così le pubbliche amministrazioni agiscano per “compartimenti stagni”, rifiutandosi di comunicare le une con le altre. E quando si tratta di gestire la Res Publica ai più alti livelli, vi posso assicurare che la comunicazione è essenziale.

Sull’Autore

Nato in uno sperduto comune della provincia pavese nel 1991, ho terminato gli studi magistrali in Economia, Politica ed Istituzioni Internazionali all'Università di Pavia. Mi occupo principalmente di Politica Internazionale e tematiche legate alla Sicurezza internazionale con attenzione particolare al contesto dell'estremo oriente.

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