Così Mattarella ha fatto saltare la riforma costituzionale

Breve resoconto di come Sergio Mattarella ha fatto saltare in un colpo solo il Patto del Nazareno, la riforma della Costituzione e la leadership di Matteo Renzi. Senza volerlo.

Ebbene sì, Sergio Mattarella ha indirettamente contribuito alla sconfitta referendaria del 4 dicembre 2016 e, quindi, alle successive dimissioni di Matteo Renzi. La recente e gigantesca débacle del rampollo fiorentino e del centro-sinistra tutto rappresenta il culmine di un disfacimento politico che prendeva avvio l’8 dicembre 2013.

Quel giorno si tenevano in tutta Italia le primarie per l’elezione del segretario nazionale del Partito Democratico. Il segretario uscente, Pierluigi Bersani, aveva infatti presentato le dimissioni in anticipo di qualche mese, a causa della ri-elezione del Presidente Giorgio Napolitano a Capo dello Stato. La vittoria di Renzi sugli sfidanti – Gianni Cuperlo e Giuseppe Civati – risultò schiacciante con il 67,5 % di preferenze. Dopo la sua campagna elettorale, il leitmotiv fu la necessità di un’ampia riforma costituzionale. Ebbe quindi inizio la “scalata” che lo porterà a diventare, solo due mesi dopo, Presidente del Consiglio, prendendo il posto di Enrico Letta (“Enrico, stai sereno!“).

Meno di un mese dopo, il 2 gennaio 2014, Matteo Renzi, ancora sindaco di Firenze, pubblicò sul suo sito web personale una lettera aperta, rivolta ai leader delle altre forze politiche. Nel testo venivano proposte tre alternative per riformare la legge elettorale, che, all’epoca, risultava ancora essere il Porcellum, bocciato dalla Corte Costituzionale al test di costituzionalità.

Quella lettera sarebbe stata la rampa di lancio verso il Patto del Nazareno. Solo due settimane dopo, infatti, Silvio Berlusconi si fece avanti per sostenere, assieme al neo-eletto segretario del PD, una riforma elettorale; i due leader si incontrarono presso la sede romana del PD, vicino al Largo del Nazareno, il 18 gennaio 2014.

L’accordo prevedeva il sostegno di Forza Italia in Parlamento in merito alla riforma della Costituzione e della legge elettorale. Questi i punti fondamentali del Patto, a cui succederanno numerosi incontri tra i due capi di partito per definirne i termini esecutivi. Non pochi, però, si chiedevano: cosa ci guadagna Berlusconi a sostenere le attività di riforma del suo diretto avversario politico? In quei giorni Forza Italia, e in generale tutto il centro-destra, viveva un periodo di forte crisi, dettata da spaccature e divisioni interne; una parte del partito, infatti, si stava dimostrando sempre più insofferente verso la leadership del Cavaliere. Inoltre, una fetta dell’elettorato di destra sembrava rivolgersi proprio verso il PD renziano.

Così, tra teorie del complotto e stravaganti ipotesi, emersero una serie di “clausole segrete” e non scritte, parte del Patto: anzitutto vi era quello che è stato denominato Comma Anti-Prodi, cioè la garanzia che nessuno, nel Partito Democratico, durante le elezioni del Presidente della Repubblica, che avrebbero avuto luogo l’anno seguente, avrebbe proposto la candidatura di Romano Prodi, storico nemico politico del Cavaliere. Così Silvio Berlusconi si sarebbe accontentato solo di questo? Qualcuno sostiene ci fossero altre clausole nascoste all’opinione pubblica: azioni di sostegno indiretto al gruppo Mediaset da parte del governo, o, addirittura, una riforma della Giustizia volta a garantire un “salva-condotto” giudiziario a Berlusconi. Nulla che poi si sia concretamente realizzato.

Di fatto, però, il Patto fu stretto, con non poche polemiche da parte di entrambi i partiti. Arriviamo così alla fine del gennaio 2015: il 27 gennaio, con il decisivo appoggio dei senatori forzisti, venne approvato il disegno di legge per la nuova legge elettorale, l’Italicum.

Due giorni dopo, a partire dal 29 gennaio e sino al 31, si tennero le consultazioni e le votazioni per l’elezione del Presidente della Repubblica in seguito alle dimissioni di Giorgio Napolitano. In quella sede, come rivelato proprio da Matteo Renzi nel suo libro pubblicato l’estate scorsa, durante un incontro privato con il Cavaliere, quest’ultimo gli avrebbe comunicato di aver già preso accordi con D’Alema, e dunque con la minoranza PD, sul nome di Giuliano Amato. Renzi, pur apprezzando la figura di Amato, non accettò di essere stato scavalcato, in quanto la proposta di Berlusconi si rivelò un “prendere o lasciare”: o si elegge Amato, di “comune” accordo, o Forza Italia non garantisce più il suo sostegno alle riforme del Governo Renzi.

Fu  quello il momento cruciale: Renzi attuò quello che sarebbe poi stato definito dalla stampa un “capolavoro politico”, proponendo nell’ultima votazione il nome di Sergio Mattarella. Il suo nome avrebbe unito il PD – dilaniato anch’esso da ben note fratture interne – e costretto Berlusconi a una magra figura di fronte all’opinione pubblica e ai vertici del suo partito, i quali minacciavano dimissioni e un generale rinnovamento interno – a discapito, ovviamente, del Cavaliere.

Così, il Patto del Nazareno era ufficialmente rotto: il PD, temporaneamente ricompattatosi sotto la guida di Renzi, non potè più contare, da quel momento in avanti, sul sostegno di Forza Italia in Parlamento. E, difatti, i parlamentari forzisti votarono sempre contro, o si astennero, nei vari passaggi parlamentari per l’approvazione della riforma costituzionale. E Berlusconi, contrariamente agli interessi del suo gruppo economico e a una piccola parte del suo partito, appoggiò il fronte del No durante la campagna referendaria, sottraendo consensi che si sarebbero rivelati indispensabili per l’approvazione della riforma.

In quella fase, dunque, Renzi ha commesso due fondamentali errori di valutazione, che hanno poi determinato la vittoria del No al Referendum del 4 dicembre 2016:

  • ha sopravvalutato il consenso popolare verso il proprio partito e verso la sua leadership: il famoso 40% ottenuto dal PD alle Europee del 2014 rappresentava certamente un’ottima base su cui costituire il consenso popolare di cui avrebbe avuto bisogno per la vittoria referendaria ma che, di fatto, non c’è stato. Renzi, quindi, in virtù del risultato delle Europee, ha preferito la cosiddetta “strategia del voto popolare” alla “strategia consensuale”; quest’ultima, infatti, avrebbe previsto la costruzione del consenso esclusivamente all’interno del Parlamento, dunque con l’appoggio di Forza Italia, potendo così bypassare le difficoltà delle urne. La “strategia del voto popolare” ha implicato, invece, la presenza di un veto player in più: il popolo ha negato il passaggio della riforma.
  • Il secondo errore è stato quello di sottovalutare, per l’appunto, la volontà popolare. Renzi ha deciso, politicamente isolato, di sottoporre sé stesso e il suo governo alle cosiddette “elezioni di secondo ordine”, ovvero al referendum. I referendum vengono così definiti proprio per la loro particolare natura per cui, dati alla mano, il più delle volte i cittadini si esprimono non tanto sul contenuto del quesito referendario, quanto, piuttosto, su “elementi di contesto”, quali la percezione dell’operato del governo, la situazione economica generale, ecc ecc. E così è stato anche questa volta: secondo lo studio di Fedra Negri ed Elisa Rebessi, ricercatrici presso l’Università di Milano, le determinanti del No al referendum sono state proprio le cosiddette variabili euristiche, ovvero gli elementi di contesto, che hanno dunque prevalso sull’analisi sistematica del quesito referendario.


Il voto del 4 dicembre ha segnato dunque un importante punto di svolta per la scena politica italiana
: le dimissioni di Matteo Renzi da Primo Ministro e e il passaggio di consegne a Paolo Gentiloni; la scissione del Partito Democratico dettata proprio da quella minoranza che aveva preso accordi con Berlusconi per l’elezione di Giuliano Amato; una legge elettorale – il Rosatellum – lontanissima da quella prospettata nel Patto del Nazareno; un quadro politico estremamente frammentato, che ha dato risultati tutt’altro che buoni per il centro-sinistra e per Matteo Renzi alle recentissime elezioni politiche.

Alla luce di tutto questo, vi lascio con qualche interrogativo: l’elezione di Mattarella è valsa le pene toccate al PD e a Renzi? Cosa sarebbe successo se Renzi avesse accettato l’offerta targata Berlusconi-D’Alema per l’elezione di Amato? Il PD sarebbe ancora unito?

“Ai posteri l’ardua sentenza”, verrebbe da dire. Ma, forse, neppure loro avranno mai una risposta.

 

Sull’Autore

Pugliese di radici, verace cosmopolita. Incallito pensatore, sogno di avere un sogno. Nel frattempo leggo, scrivo, suono, viaggio.

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