La trattativa Stato-Mafia: dall’arresto di Riina al processo di Palermo (Parte 2)

Lasciati alle spalle la drammatica strage di via D’Amelio e i fatti a essa precedenti, di cui abbiamo parlato nel precedente articolo, vi sono altri tre eventi significativi che avverranno in quel funesto 1992.

Circa due mesi dopo la morte di Borsellino, Cosa Nostra mette a segno un altro omicidio facendo fuori l’ultimo dei due cugini Salvo, Ignazio (l’altro, Nino, era morto nell’86 per un infarto). Costui, responsabile delle esattorie siciliane (e dunque a diretto contatto con enormi flussi di denaro), era anche un uomo della Dc nonché uomo d’onore affiliato alla famiglia mafiosa di Salemi (Trapani). Fu eliminato il 17 settembre, similmente a Salvo Lima, dopo aver dato garanzia di poter cambiare l’esito del Maxiprocesso, senza riuscirci.

Seguono all’omicidio due arresti.

Il primo è quello di Don Vito Ciancimino, arrestato il 19 dicembre, formalmente per aver fatto richiesta del passaporto per il quale si temeva dunque una possibile fuga all’estero. Sarà motivo di ambiguità il fatto che non verrà accolta da Luciano Violante, presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, la richiesta di Don Vito di essere ascoltato proprio dalla Commissione, supponendo dunque che avesse informazioni utili e importanti da riferire.

Prima del suo arresto inoltre il generale Mori racconterà poi che i contatti tra lui, De Donno e Don Vito si erano arenati dopo la richiesta da parte del Ros di riferire a Riina e soci di consegnarsi alla giustizia in cambio di un “trattamento di favore” verso i loro familiari. Disse che Don Vito si arrabbiò parecchio quando udì la proposta congedando bruscamente i due carabinieri

Pochi giorni dopo, il 24 dicembre a essere arrestato sarà Bruno Contrada, il superpoliziotto protagonista di più di un’ambiguità. Ex uomo dei servizi segreti (il vecchio SISDE, ora AISI), da sempre mossosi in quella “zona grigia” a confine tra mondo istituzionale e criminale, la sua vicenda giudiziaria si concluderà 25 anni dopo, nell’estate del 2017, con l’annullamento di una sentenza di Cassazione che lo vedeva colpevole del reato di concorso esterno in associazione mafiosa.

Il grosso succederà con l’entrata del nuovo anno. Inaspettatamente infatti, il 15 dicembre 1993, i carabinieri del Ros di Palermo, coordinati dal già incontrato Mario Mori e dal capitano Sergio De Caprio detto “Ultimo”, riescono nella cattura del capo dei capi Totò Riina, dopo aver scovato la casa dove viveva con la famiglia in via Bernini a Palermo, grazie anche all’aiuto del suo ex autista Baldassarre di Maggio, arrestato qualche settimana prima e decisosi a collaborare.

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                                                                    Foto di Totò Riina il giorno dell’arresto.

L’accusa vuole invece che a suggerire ai carabinieri il luogo del covo fosse stato Bernardo Provenzano che si decise a consegnare Riina subentrando a lui come terminale della trattativa. Tra i carabinieri e Don Vito i contatti andarono infatti in malora, dicono, per la difficoltà a dialogare con un soggetto come Riina; Provenzano sarebbe forse stato più “diplomatico” nel trattare. Di Maggio contribuì sì alla cattura, ma solo per aiutare i carabinieri a riconoscere Riina quando uscì di casa, il giorno dell’arresto.

A creare polemiche sarà quel che succederà dopo. Il procuratore Giancarlo Caselli vorrebbe infatti ispezionare subito il covo e vedere cosa vi si nasconde. Ma Mori suggerisce invece di non farlo e sorvegliarlo dall’esterno per verificare quali altri latitanti vi si sarebbero avvicendati per ripulirlo ed eventualmente catturarli. Caselli è d’accordo a patto che il covo venga sorvegliato con uomini e telecamere 24 ore su 24.

La beffa verrà fuori quando, circa due settimane dopo, Caselli scopre che la sorveglianza del covo era stata revocata da Mori senza che ne fosse stato informato. Il covo nel frattempo era stato svuotato e imbiancato senza che gli inquirenti vi trovassero nulla di utile.

Alla rabbia di Caselli per non essere stato avvisato seguirà un processo dove Mori sarà imputato per favoreggiamento, uscendone da innocente poiché “il fatto non costituisce reato” (non fu possibile provare il dolo, cioè l’intenzionalità di favorire gli uomini d’onore con la revoca della sorveglianza). Innocente sì, ma un altro tassello oscuro si aggiunge al quadro del generale dei Carabinieri.

Alcuni mesi dopo, le bombe mafiose tornarono ad esplodere: prima, il 14 maggio, in via Fauro a Roma, in un attentato con un’autobomba contro Maurizio Costanzo, che ne usci fortunatamente illeso, reo di aver augurato il cancro agli uomini d’onore durante una puntata della trasmissione Samarcanda, che rappresentò un delitto di lesa maestà da lavare col sangue.

Ma il peggio avvenne circa due settimane dopo, quando un’altra autobomba esplose in via dei Georgofili a Firenze, il 27 maggio 1993, uccidendo cinque persone tra le quali una bimba di appena due mesi. L’esplosione danneggiò gravemente anche il Museo degli Uffizi, costeggiato esternamente dalla via: un muro fu abbattuto e alcune opere irreparabilmente distrutte. Il segnale era chiaro: anche il patrimonio artistico finì per diventare mira delle bombe ricattatorie della mafia.

Tant’è che a distanza di due mesi esatti, nella notte tra il 27 e 28 luglio, altre tre autobombe esploderanno, una a Milano, in via Palestro, danneggiando un padiglione del Museo d’Arte Contemporanea e uccidendo cinque persone; e le altre due a Roma, nei pressi delle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro, che fortunatamente non fecero vittime, ma danneggiarono gravemente i due siti religiosi.

Alla luce degli attentati appena compiuti, un episodio interessante avviene l’11 settembre 1993, quando arriva alla Commissione Parlamentare Antimafia un avviso del Servizio Centrale Operativo della Polizia, che denunciava la strategia ricattatoria alla base degli attacchi di Firenze, Roma e Milano.

L’avviso recita testualmente: “Obiettivo della strategia delle bombe sarebbe quello di giungere a una sorta di trattativa con lo Stato per la soluzione dei principali problemi che attualmente affliggono l’organizzazione: il “carcerario” e il “pentitismo” […] [Le bombe di Firenze, Milano e Roma] non avrebbero dovuto realizzare stragi, ponendosi invece come tessere di un mosaico inteso a creare panico, intimidire, destabilizzare, indebolire lo Stato, per creare i presupposti di una “trattativa”, per la cui conduzione potrebbero essere utilizzati da Cosa Nostra anche canali istituzionali”. Questo è forse il primo documento ufficiale in cui si accenna ad una eventuale trattativa che avrebbe coinvolto membri dello Stato e Cosa Nostra.

A distanza di parecchi anni, il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza rivelerà che un altro attentato era in programma nell’ottobre del ’93, che avrebbe coinvolto, con l’ennesima autobomba, una camionetta di carabinieri durante il derby Roma-Lazio. I preparativi vennero portati a termine e l’attentato era in programma. Ma fortuna volle che l’innesco del detonatore non funzionerà, sventando l’esplosione e salvando la vita di numerosi carabinieri inermi. Dopo di allora, nessun altro tentativo di attentato verrà pianificato. Cosa era successo?

Secondo la ricostruzione accusatoria, dopo il venir meno dei contatti tra Ciancimino e il Ros, Cosa Nostra, mentre perseguiva la strategia delle bombe, avrebbe cercato nuovi referenti politici in sostituzione dei vertici della Prima Repubblica delegittimati dallo scandalo di Tangentopoli e, l’abbiamo visto, ritenuti inaffidabili per gli interessi degli uomini d’onore.

Di lì a poco un homo novus quale Silvio Berlusconi avrebbe annunciato la sua discesa in campo. Un uomo a cui Berlusconi è personalmente legato è Marcello Dell’Utri, già manager della Fininvest. Costui, poi processato e condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, avrebbe fatto da spola tra Cosa Nostra e Berlusconi, nel quale gli uomini d’onore riponevano grandi aspettative.

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Marcello Dell’Utri

Spatuzza rivelerà infatti che Giuseppe Graviano, il boss della famiglia mafiosa del quartiere Brancaccio e di cui Spatuzza fa parte, un giorno gli confiderà felicemente che avevano trovato nuovi referenti politici nella persona di un loro “paesano” (Dell’Utri è infatti palermitano). Quando Spatuzza chiede chi fossero queste nuove persone, Graviano risponde infatti “quello di Canale 5 e il nostro paesano”.

Il 27 marzo 1994, infine, Berlusconi vince le elezioni. È possibile che a tale periodo si fosse trovata una pacificazione tra Cosa Nostra e membri dello Stato, e che la trattativa si fosse dunque positivamente conclusa? Infatti proprio dal ’94, come detto, non si verificheranno più attentati dinamitardi, né altra forma di attacco terroristico da parte di Cosa Nostra.

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Gaspare Spatuzza al momento dell’arresto nel 1997

Anche questa ipotesi è stata avanzata al processo di Palermo. Ma infine, dunque, come si è giunti al processo attualmente in corso a Palermo? Esso prende le mosse dalle indagini iniziate nel 2008 a seguito di una intervista di Massimo Ciancimino rilasciata a Panorama nel 2007, in cui rivelò per la prima volta il suo ruolo di mediatore tra suo padre Vito e i carabinieri. Quella intervista diede il “la” alle indagini: Massimo fu poi chiamato a testimoniare in procura, e da lì il resto è storia.

Le indagini si sono concluse nel 2013. Il 27 maggio dello stesso anno il processo prese avvio. E adesso, restiamo in attesa della sentenza di primo grado, prevista per la primavera dell’anno corrente.

 

Fonti e riferimenti
Torrealta M., La trattativa, BUR Rizzoli 2010

Travaglio M., È Stato la Mafia, Chiarelettere, 2014
Dossier “La Trattativa”, da Antimafia Duemila 

Sull’Autore

Trapanese d'origine, studio all'Università di Bologna dal 2014. Laureato in Lettere Moderne, attualmente studio Scienze Storiche. Da appassionato di storia e fatti relativi a mafia e criminalità organizzata, ve ne racconterò nei miei articoli, oltre a tutto il resto di cui mi interesso nel tempo libero.

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