Il panico della porta che si chiude – L’ansia e la sua sublimazione

Come molti Italiani prima di me, sette anni fa ho deciso di trasferirmi in Germania, ufficialmente per motivi di studio. Ho vissuto in diverse città: a sud, est, nord-ovest. Qual è, in realtà, il vero motivo? Molti e nessuno in particolare. Certo, i deliri senili in tedesco del mio nonno acquisito di Lipsia hanno solleticato la mia curiosità circa l’affascinante quanto perentorio suono di questa lingua; o scoprire durante una ricerca sui Kraftwerk che “vocoder” si dice Sprachentschlüsselungsgerät mi ha pure indotta ad avvicinarmi a questo splendido idioma e, soprattutto, a sondare la mente dei tedeschi.

Dopo tutti questi anni, la domanda è rimasta la stessa: non tanto “a cosa?”, piuttosto “come” pensano i tedeschi? Modi di dire, locuzioni, proverbi, strutture morfosintattiche intricate, ma splendidamente logiche, sono lo specchio della loro forma mentis. Esistono centinaia e centinaia di liste a tal proposito, ma di seguito riporto quelle che fungono da chiave d’accesso e che, su un piano prettamente personale, reputo magnifiche.

“Heute Abend werde ich nicht alt” (“stasera non invecchio”)

Johann Heinrich Füssli – Der Nachtmahr (L’Incubo), 1781

Una placida sera d’inverno, io e la mia coinquilina di Dresda, B., eravamo come al solito spalmate sul divano del nostro salotto un po’ démodé a chiacchierare del più e del meno. Dopo qualche sorso di tè e aggiornamento su piccole vicissitudini quotidiane, B. esalò un sospiro, mi guardò negli occhi e sussurrò mestamente nel suo marcato accento dell’est: “Claudia, stasera non invecchio”. Panico. Non sapevo cosa dire, ero pietrificata, io e la poltrona eravamo diventate un blocco unico di marmo freddo inespressivo. B. scoppiò a ridere. “Ma come? Mi ha praticamente detto che non le resta molto da vivere e ridacchia?”, pensai incredula. B. mi rassicurò, spiegandomi che l’espressione sta semplicemente ad indicare la volontà di andare a letto presto. B. voleva solo andare a letto presto, mentre la sua coinquilina la immaginava già morta. Scusa, B.

 “Die Wahl zwischen Pest und Cholera haben” (“scegliere tra la peste e il colera“)

In italiano si potrebbe rendere questa espressione con “dover scegliere tra il male minore”, “trovarsi tra l’incudine e il martello”. Trovo che l’immagine evocata da “peste” e “colera” sia splendidamente più forte e superiore all’equivalente italiano. Ok, siamo alle strette: preferisci essere coperto di bubboni o essere prosciugato da un attacco di diarrea?

Sich ins eigene Knie schießen” (“spararsi al ginocchio”)

Chiaramente nemmeno la controparte italiana “darsi la zappa sui piedi” evoca un momento di appagamento personale e armonia spirituale, ma la ritengo un’espressione troppo bucolica, distante e vuota. “Spararsi al ginocchio” richiama alla mente un meraviglioso complesso di immagini splatter, cromaticamente forti e sinesteticamente rumorose.

Die Kacke ist am Dampfen” (“la merda sta esalando vapore”)

Ho sempre adorato l’espressione inglese “The shit has hit the fan” (“la merda è entrata nel ventilatore”), ma dopo essere incappata in un condensato simile di poesia multisensoriale, ho dovuto ancora una volta riconoscere la superiorità dell’equivalente teutonico. Non bisogna essere dotati di un acume strabiliante per intuire che questa locuzione indica una situazione poco rosea; “essere nella merda” può rendere l’idea, ma non è sufficiente. Se la merda sta davvero esalando vapore, significa che si sta profilando un problema in maniera graduale e che qualcun altro  prima o poi lo fiuterà e si incazzerà parecchio.

“Weltschmerz” “Fernweh”

Caspar David Friedrich – Blick auf Arkona mit aufgehendem Mond und Netzen (Vista di Arkona con la luna che sorge), 1803

Mi piace molto abbinare questi due termini, perché credo siano correlati. Entrambi sono difficilmente traducibili in italiano. “Weltschmerz” è affine al pessimismo cosmico leopardiano o più precisamente dolore cosmico, stanchezza e tedio del mondo (ecco Schopenhauer che ritorna). Ho conosciuto molte persone, sia con una limitata che con una prolungata esperienza di vita in Germania e di interazione con i tedeschi, che ritengono che i tedeschi (sor)ridano poco (gli orribili tendoni dell’Oktoberfest non fanno testo). Non posso negarlo: i tedeschi sono molto più parsimoniosi anche in questo e spesso ho potuto constatare in loro un velo di malinconia costante ed ineffabile, che trascende il clima ostile e la loro società spiccatamente autodisciplinante. Si tratta di un’indole, una tendenza innata. Quale potrebbe esserne l’antidoto? Viaggiare, spingersi in luoghi lontani. E quando questo non è possibile, si sviluppa una sensazione di malessere, insoddisfazione, disagio. La nostalgia di terre lontane, la “Fernweh”, appunto.

“Torschlusspanik” (“il panico della porta che si chiude”)

I tedeschi, ligi al dovere, non possono non avvertire le scadenze come un’imposizione dall’alto a cui non ci si può ribellare (“se i tedeschi volessero far saltare in aria una stazione, prima si assicurerebbero di comprare il biglietto”, disse Lenin). A prescindere dall’ambito professionale, questo lemma rende la sensazione di panico e ansia quando il tempo a disposizione sta per scadere, quando ci si accorge di non aver più l’occasione di sfruttare le opportunità che l’esistenza può offrire.

Sull’Autore

Sono cresciuta nella provincia lombarda circondata da fantasmi grunge, libri e anziani consiglieri ed educatori; in seguito ho abitato per un paio d'anni nella splendida Bologna per poi spostarmi in Germania. Da anni continuo a cambiar meta per osservare l'umanità, sentire nuovi accenti e perseguire ciò che più amo: l'arte dell'acclimatamento, la scrittura, la musica e il fumetto amatoriale. Dal 2015 insegno tedesco ai profughi e agli immigrati.