Craxi, un socialista terzomondista a Mogadiscio

Era un giorno di sole come se ne vedono tanti a Mogadiscio, quel 20 settembre del 1985. In città si respirava un’inconsueta euforia, fin dal mattino: essendo un venerdì, giorno festivo per i musulmani, si potrebbe immaginare che la gente fosse felice perché non impegnata al lavoro o nelle consuete faccende settimanali. Il motivo vero era però un altro e un osservatore esterno, che fosse arrivato nella capitale quel giorno stesso, ignaro di tutto, probabilmente non avrebbe creduto ai propri occhi: migliaia di persone, ai lati delle strade, accoglievano festanti il Presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi, in macchina dall’aeroporto alla sede del governo. Una scena che nemmeno l’esponente socialista si sarebbe immaginato di trovare.

Craxi e Barre insieme a Mogadiscio (Credits: Le estenuanti sessioni di onanismo immaginando il Governo Craxi III/Facebook)

Il bireattore Gulfstream partito da Roma atterrò alle 15.30 ora locale (le 14.30 italiane). Si trattava di un viaggio storico, poiché prima di allora nessun nostro Capo del governo era stato in visita nell’ex colonia, nemmeno durante l’Amministrazione fiduciaria italiana della Somalia (AFIS) negli anni ’50. Sicuramente anche per il valore simbolico di quella visita, il numero uno del PSI venne accolto con tutti gli onori, tanto che l’indomani La Repubblica intitolò: “Craxi accolto da re nella Somalia di Barre”. Lo stesso dittatore somalo si fece trovare ai piedi della scaletta, salutando calorosamente l’ospite, nonostante tra i due governi ci fossero già da tempo attriti relativi alla cooperazione militare: “Le armi che ci date – dichiarò Barre in occasione di una sua visita a Roma nel gennaio precedente – sono roba vecchia, di tanto tempo fa, senza pezzi di ricambio, che quando spara spara indietro invece che davanti. Ma cosa volete? Che la Somalia disarmata, umiliata, torni con i sovietici?”. Il riferimento era ovviamente all’iniziale schieramento di Mogadiscio con l’URSS dopo il golpe del ’69, per poi passare sotto l’orbita occidentale nel ’77 a seguito della guerra dell’Ogaden.

L’Italia comunque non lesinava fondi per il Corno d’Africa: nel quadriennio 1981-84 ammontavano infatti a “310 miliardi di lire – scriveva sempre Repubblica (…), altri 150 in arrivo, composti di doni per progetti di sviluppo, di aiuti alimentari e sanitari, di crediti”, tutti diretti a Mogadiscio. Una pioggia di denaro perfettamente in linea con la politica di cooperazione della Prima Repubblica, nella quale i tre maggiori partiti dell’epoca si erano spartiti le aree di influenza in Africa: alla DC l’Etiopia e la Libia, al PCI il Mozambico – che dal ’75 entrò pienamente sotto l’ala dei sovietici – e, appunto, al PSI la Somalia. Gli sforzi finora compiuti per sostenere il regime socialista somalo non erano però abbastanza per quest’ultimo, soprattutto in ambito bellico: Barre chiedeva infatti qualcosa di più dei miseri carri armati M47, risalenti addirittura alla guerra di Corea, che a sua volta l’Italia aveva ricevuto in dono da Washington all’interno del Mutual Defense Assistance Program (MDAP) negli anni ’50. Con l’assenso dell’alleato americano, oltre un centinaio di esemplari vennero regalati al partner africano, ma senza pezzi di ricambio finirono ben presto per diventare inutilizzabili.

Somalia 1985: Incontro ufficiale di Bettino con Siad Barre (Credits: Tutto Craxi/Facebook)

Le richieste si concentravano quindi sui Lion, i carri armati più moderni di cui all’epoca il nostro esercito disponeva: una necessità per la Somalia per far fronte ai T55 che l’URSS aveva fornito al regime etiope di Menghistu. Nonostante, infatti, il conflitto armato per questioni di confine si fosse stagnato già da diversi anni tra i due paesi, le tensioni tra Mogadiscio ed Addis Abeba continuavano, poiché non si era ancora arrivati a una conclusione ufficiale; una situazione non piacevole per l’Italia, che comunque manteneva i rapporti con quest’ultima, per cui affidare deigiocattoli simili a Barre era fuori discussione. Oltre al fatto che le leggi italiane impedivano una decisione simile. Va comunque ricordato che “Siamo nel momento storico nel quale le tesi somale sulla guerra contro l’Etiopia erano state condivise più di quanto avesse mai fatto sinora un governo italiano, se escludiamo la storica guerra d’Etiopia del 1935-36”, come ha scritto Alberto Alpolizzi su L’Italia Coloniale.

Tutto ciò non interruppe però le relazioni italo-somale, anzi. Come riportava su Repubblica Pietro Veronese, infatti: “Gli accordi sottoscritti a Mogadiscio domenica elencano progetti per un ammontare totale di 550 miliardi. Centocinquanta di questi miliardi verranno erogati per il ‘programma ponte’ 1985-86 della Cooperazione allo sviluppo del ministero degli Esteri. La parte del leone spetta all’intervento straordinario del ‘Fondo aiuti internazionali’ (Fai), nuova denominazione del sottosegretariato di Francesco Forte istituito nella primavera scorsa. Forte ha da spendere 1.900 miliardi entro l’86 e alla Somalia ne ha destinati 400, oltre il 20 per cento del totale”. Si trattava del più costoso programma di cooperazione mai sottoscritto dal nostro paese, che Margherita Boniver, responsabile dei rapporti internazionali del PSI, commentò così: “Finalmente si esce dalle ambiguità e dalle incertezze che hanno caratterizzato la nostra politica nei confronti del Corno d’ Africa (…) una politica improntata ad una equidistanza tra Somalia ed Etiopia che nulla o poco aveva sortito”.

Carro armato dell’AMISOM in Somalia nel maggio 2012 (Credits: AU-UN IST PHOTO / STUART PRICE via AMISOM Public Information/Flickr)

Quelle centinaia di miliardi furono una boccata di ossigeno per il governo di Barre, indebitato fino al collo tanto da chiedere più volte la rinegoziazione del proprio debito. L’ammontare definitivo degli aiuti, alla fine del decennio, sarà comunque molto più oneroso: secondo la Corte dei Conti italiana, infatti, “dal 1981 al 1990 – scrive ancora Alpozzi – furono versati alla Somalia 1.506 miliardi di lire, serviti per costruire opere mai finite. Di questi fondi il 49% andò per la costruzione di grandi infrastrutture, il 21% alla realizzazione per investimenti produttivi concentrati per industrie e aziende agricole moderne e un 15% per investimenti socio-comunitari, a beneficio diretto della popolazione”. L’arrivo degli anni ’90 segnò poi la fine di questa emorragia di denaro: in Somalia scoppiò la guerra civile, con la caduta di Barre e in Italia Tangentopoli decise il destino di Craxi e dei partiti che, fino ad allora, erano stati protagonisti della cooperazione internazionale.

Di quel venerdì di settembre oggi non rimane nulla, o quasi. La politica estera terzomondista di Craxi praticamente eclissò con lui per diverso tempo, sostituita dall’interventismo militare nella stessa Somalia, e probabilmente la puzza di problemi in quella zona del Continente Nero si respirava già da tempo a Roma: nel 1989, infatti, l’allora Presidente della Repubblica Cossiga decise di aggiungere all’ultimo minuto l’ex colonia nel suo viaggio in Africa. Il fatto che non si fosse pensato prima a quella meta fa pensare e Repubblica così commentava: “Non ha una buona immagine, Siad Barre. Cossiga era stato evidentemente consigliato a restarne lontano. Così non sarà”. Lo stesso esponente democristiano sarà l’ultimo Capo di stato italiano a visitare Mogadiscio, probabilmente ancora per molto tempo.

Sull’Autore

Nato in Friuli nel 1995, vivo e studio a Gorizia, dove seguo il corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università di Trieste. La passione per il giornalismo nasce al liceo, subito dopo quella per il calcio mi porta a diventare arbitro. Collaboro anche con Sconfinare e Messaggero Veneto.

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