Siria: la violazione del diritto internazionale e il silenzio generale

La situazione in Siria si fa sempre più complicata e, nel silenzio della comunità internazionale, vengono violati i diritti internazionali umanitari e sterminata un’intera popolazione.

Era il dicembre del 2016, quando tutto il mondo si scandalizzò di fronte al massacro compiuto nel corso dell’assedio di Aleppo. Siamo a marzo 2018 e il mondo continua a parlare della Siria includendo la Russia, suo alleato, ma cambiando la location: questa volta ci troviamo nella zona della Ghuta orientale, vicino Damasco, capitale della Siria. Le armi usate prevalentemente sono le stesse di anni fa ovvero i barili bomba (barrle bombs) nonché barili di materiale ferroso pieni di esplosivi, proiettili, ferraglia, chiodi e combustibili vari lanciati da elicotteri che producono effetti devastanti, ma questa volta non possono mancare i raid aerei russi.

Il campo di battaglia spostato nella Ghuta orientale non è casuale: si tratta di una delle zone più agricole della Siria, con una popolazione di circa 400.000 persone. Il regime di Bashar al-Assad ha prima lasciato senza viveri gli abitanti, riducendoli a mangiare erba, poi nel 2013 ha iniziato la politica dello sterminio usando gas sarin, bandito dalle Nazioni Unite nel 1993, che ha provocato la morte di circa 1700 persone e il quasi intervento americano dell’allora presidente Barack Obama.

Al momento il regime di Assad tiene l’intera popolazione di queste terre intrappolata senza via di fuga con continui bombardamenti e presi di mira sono gli ospedali, un grande classico della strategia militare del regime siriano. In soli cinque giorni sia gli aerei di Assad che quelli russi hanno sganciato bombe praticamente, in media, ogni minuto e mezzo sulla popolazione inerme provocando, al momento, più di 500 morti tra cui molti bambini.
Lo stesso quotidiano panarabo Al Araby dichiara:

“È la fine del mondo! Assistiamo sempre alla solita storia. Decine di testimoni rischiano la vita per mostrarci le immagini sconvolgenti dei corpi tra le macerie, le urla delle donne e degli uomini feriti, i bambini terrorizzati in mezzo alle rovine. La stessa scena si ripete, cambia solo la data”. 

Perché questo orrore si sta commettendo proprio in quella zona? Stando alle dichiarazioni dell’agenzia di stampa ufficiale del regime, Sana, in questa regione è partita la rivoluzione contro Assad e al momento pare vi siano infiltrati di forze jihadiste, tra cui Jebhat al Nusra, che proprio alcuni giorni fa ha attaccato la città di Damasco.
Queste sono le parole del Sana:

“Una fonte del commando della polizia a Damasco ha fatto notare che uomini armati si stanno nascondendo a Ghuta e hanno preso di mira con lanci di missili la zona di Bab al Salam, nella città vecchia di Damasco, ferendo alcuni civili e causando alcuni danni”.

Questa dichiarazione giustifica l’intervento armato di Assad e alleati perché non si può permettere in nessun modo che una zona così vicina a Damasco possa essere in mano ai ribelli. In fin dei conti siamo abituati alla follia difensiva di Assad e non possiamo che ricordare Aleppo, Douma e Homs. Queste zone però resistono ancora dopo anni di bombardamenti, quindi quale è l’unica soluzione? Sterminare la popolazione e radere al suolo intere città. Ma tutto questo come può essere fatto? Semplice, violando le regole imposte dal diritto internazionale umanitario.

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, dopo le Convenzioni di Ginevra e i Protocolli aggiuntivi dell’Aja, le Nazioni Unite erano riuscite, nel bene o nel male, a gestire le relazioni internazionali evitando che un capo un capo di Stato sterminasse il suo stesso popolo. Adesso però la comunità internazionale tace e sta a guardare uno sterminio già preparato a tavolino. Stando al giornale di opposizione Enab Baladi, non ci vuole molto a capire che si tratta di una “guerra di sterminio contro la popolazione civile” che passerà, prima o poi, all’assalto terreste.

                                                                                                             Siria: barili bomba.

In fondo la dichiarazione delle Nazioni Unite del 2005 è molto chiara:

“Ogni Stato ha la responsabilità di proteggere la sua popolazione da genocidio, pulizia etnica e crimini contro l’umanità. (…) La comunità internazionale deve essere pronta a incoraggiare e aiutare gli Stati a esercitare questa responsabilità e attraverso le Nazioni Unite ha anche la responsabilità di prendere un’azione collettiva destinata a proteggere queste popolazioni, in conformità con la carta delle Nazioni Unite”. 

Se da un lato quando si parla di Stato Islamico sono tutti pronti a imbracciare questo testo, dall’altro spaventati, forse, dall’influsso della Russia, stanno inermi a guardare lo sterminio giornaliero e organizzato compiuto da un regime spudorato che segue semplicemente le orme di quello che il padre, Hafiz al-Asad, non era riuscito a completare. Si contano circa 13,5 milioni di abitanti che hanno bisogno di assistenza umanitaria tra cui quasi sei milioni di bambini. Aggiungiamo alla conta le circa sei milioni di persone che sono sfollate interne al Paese e cinque milioni di siriani che hanno lasciato il Paese, si può ben capire che la situazione è critica. Servirebbe quanto prima una zona umanitaria sicura per i profughi, ma c’è ancora chi chiude le frontiere per confermare l’ipocrisia e il disinteresse generale.

L’intervento militare della comunità internazionale è fortemente problematico poiché dopo gli avvenimenti di Afghanistan, Iraq e Libia, le “missioni di pace” non sono assolutamente ben viste. Ecco che allora lo sconforto diviene sovrano e fanno malissimo le parole del giornalista siriano Rami Jarrah che afferma: “Noi siriani non vediamo più oggi alcuna soluzione per mettere fine a questa guerra”. O le parole fredde e amareggiate dell’Unicef che, con un comunicato stampa, dichiara: “Non abbiamo più parole per descrivere la sofferenza dei bambini e il nostro sdegno. Quelli che stanno infliggendo queste sofferenze hanno ancora parole per giustificare i loro atti barbarici?”.

La situazione è critica, manca solo che la Turchia mobiliti i reparti delle forze speciali della polizia nel nordovest della Siria per prepararsi a uno scontro contro la milizia curda delle Unità di protezione popolare (Ypg). Troppo tardi.

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