Ghouta – Distopia Siria: fuoco cessato e acqua perduta

Qualche settimana fa ho avuto per la prima volta accesso a un account Netflix. Nella foga da ultimi giorni di accesso ho quindi tentato di trovare film in arabo all’interno del catalogo francese, vuoi per fare qualcosa di utile, vuoi per mettere alla prova la lingua che studio, vuoi per pura curiosità. Dopo aver tentato con mia somma noia (e fatica) di guardare degli episodi di Peppa Pig in arabo sottotitolato (giuro), mi sono infine imbattuto in un film distopico di produzione emiratina: The Worthy al-Mukhtarun (ovvero”l’eletto”). Non mi soffermerò particolarmente sulla trama, il film è sostanzialmente uno slasher in cui i personaggi uno dopo l’altro fanno una brutta fine (tranne appunto “l’eletto”). Tuttavia il mondo in cui la striminzita trama si svolge ha attirato particolarmente la mia attenzione.

In due parole: distopia araba. Ali Faisal Moustafa, il regista, immagina uno scenario tra Siria, Libano e Iraq dove “le bandiere nere” hanno vinto e a questo aggiunge una dimensione che fino a quel momento io stesso avevo preso scarsamente in considerazione: l’acqua. L’acqua, in questo futuro arabo post-apocalittico à la Kenshiro, è infetta: uccide. Le uniche risorse disponibili sono custodite gelosamente dai sopravvissuti – è il caso dei protagonisti del film – all’interno di una vecchia fabbrica di eliche a motore abbandonata.
Ecco, comunque, qui volevo arrivare: l’acqua.

Scene da The Worthy, Siria

                  Due dei protagonisti di al-Mukhtarun (The Worthy) alle prese con una cisterna di acqua potabile.

Questo scenario, dipinto come remoto nel 2016 (praticamente l’altro ieri), non lo è più così tanto. Sono notizia di questi giorni gli ennesimi bombardamenti (iniziati domenica 18 febbraio) da parte dell’esercito del Presidente siriano Assad nei confronti di quella che le testate internazionali chiamano “East Ghouta”: bombardamenti che per l’ennesima volta hanno scosso un minimo più del solito l’opinione pubblica occidentale, soprattutto francese, britannica e americana (e a margine italiana).  Ci si è dunque così resi conto del massacro di civili che sta avvenendo, non per la prima volta, in Siria, il caso del “discusso” attacco con il gas sarin del 21 agosto 2013 ne è un esempio, sempre nella Ghouta, che per poco non produsse l’ingresso in guerra dell’America di Obama.

All’incirca come accadde nel 2013, quest’ultimo massacro è stato giustificato dal regime siriano col fatto che in questo cosiddetto “quartiere” di Damasco sarebbero a oggi asserragliate milizie ribelli che avrebbero nei giorni scorsi lanciato colpi di mortaio contro la Damasco controllata da Assad e dal suo esercito, con il supporto di russi, iraniani ed Hezbollah, il partito sciita libanese. È invece notizia dell’ultim’ora che le numerose pressioni – tra le quali una lettera congiunta di Macron e Merkel indirizzata allo stesso Putin – abbiano condotto la Federazione Russa a concedere il proprio voto a una risoluzione ONU, passata quindi all’unanimità, per il cessate il fuoco. All’interno del quale però Russia e Assad hanno ottenuto che non siano inclusi eventuali attacchi a Isis, al-Qaeda, al-Nusra e altri gruppi terroristi, alcuni dei quali sono appunto asserragliati proprio a Eastern Ghouta.

Eastern Ghouta e Aleppo, La Guerra Civile Siriana

Posizionamento delle fazioni all’interno di Damasco e Ghouta con in verde le forze lealiste di Assad, in rosso i ribelli e in arancione l’Isis. Da notare inoltre il paragone tra le dimensioni delle due località.

Ok, ma cos’è Eastern Ghouta o al-Ghouta al-Sharqiyya? Perchè la chiamiamo così?
Eastern ok, è qualcosa che è a est di Damasco, la capitale della Siria (di cui non inseriremo cartine a video perchè il risiko siriano è in costante evoluzione). Ma Ghouta? Al-Ghouta (dove “gh” si pronuncia all’incirca come la r francese) in arabo vuol dire “oasi”. Al-Ghouta al-Sharqiyya è stata difatti sin dal medioevo l’oasi di Damasco ed è rimasta florida e fiorente, in vegetazione spontanea e agricoltura, fino alla fine del vecchio millennio.

Sotto alla “Oasi Orientale” è infatti presente una falda acquifera, che fino agli anni ‘70 ha rifornito principalmente il territorio dell’oasi, mentre il fabbisogno idrico del centro di Damasco era invece sopperito dall’acqua prelevata dal fiume Barrada (nome che deriva dalla radice semitica per “freddo”). L’acqua di questo fiume “freddo” (e senza sbocco sul mare) non era però, già dal 2008, sufficiente a soddisfare i bisogni della popolazione di Damasco, passata tra il 1955 e il 2010 da 410 mila a 4 milioni di abitanti: dunque la città ha iniziato ad attingere maggiormente dalla sorgente sotterranea della sua “oasi orientale”. [Questo dato, come quelli che seguiranno, sono stati ricavati da delle registrazioni di un corso di Geografia del Maghreb e del Medio Oriente tenuto dalla prof.ssa Catherine Verdoire presso l’INALCO di Parigi]

È stato del resto calcolato, nel 2008, che il fabbisogno idrico di Damasco fosse di 400 miliardi di metri cubi di acqua all’anno, la stessa capacità complessiva del fiume Barida, Ghouta raggiunge invece a malapena i 300 miliardi. Poco a poco il fatto di prelevare l’acqua per il fabbisogno interno della città ha fatto sì che l’oasi non avesse più acqua a sufficienza per l’agricoltura e che quella poca rimasta fosse per di più inquinata, di conseguenza i terreni hanno iniziato a essere venduti e trasformati in lotti residenziali. Così, quella cui oggi assistiamo non è certo solo una guerra per l’acqua, come quella immaginata dal regista Mostafa, ma è a ogni modo una guerra civile in cui il ruolo svolto dall’acqua nel modellare i territori e i rapporti di forza non è certo da sottostimare.

Ed è questa inoltre una guerra non più tra una città e la sua campagna (la Ghouta non è del resto ormai più un’oasi), quanto piuttosto una guerra tra quelle che potrebbero essere considerate due vere e proprie città concorrenti, prima della guerra la popolazione della Ghouta al-Sharqiyya era  infatti arrivata anch’essa a quota 4 milioni, all’incirca come Damasco. Tuttavia l’esacerbarsi della guerra e il fatto che la città sia diventata un bastione ribelle in cui sono confluite più o meno tutte le fazioni, tra cui anche quelle jihadiste o qaediste, hanno fatto sì che al momento siano presenti al suo interno “soltanto” 400 mila abitanti circa.

Bologna Guerra

                                              Una remota località del Medio Oriente dopo i bombardamenti.

Mi permetto però di virgolettare quel “soltanto” poiché, se 4 milioni di persone era sì un numero superiore alla quantità di abitanti stessa di una città come Milano, quel soltanto “400 mila” è addirittura maggiore alla quantità di persone residenti (380 mila) nella città di Bologna. Ecco, in questo momento questa Bologna d’Oriente, completamente reale, in un mondo tutt’altro che di fantascienza, è assediata. E se il cessate il fuoco deciso dall’ONU è forse un passo verso l’ingresso in città di aiuti umanitari, una vera e propria pacificazione è ancora molto lontana, il regime di Assad sembra del resto deciso a voler lasciare macerie di ogni possibile resistenza.

Ecco però, forse conviene pensare un istante a queste dinamiche, nel momento in cui ci approcciamo a realtà che ci sembrano tanto distanti da noi e a mondi apocalittici che nella nostra fantasia sembrano tanto impossibili a realizzarsi. Non sono domani. Non sono dall’altra parte del mondo, sono al di là del mare. Sono ora. E il mondo in cui questo sta avvenendo, il mare al di là del quale questo assedio avviene, è il nostro.

Sull’Autore

Nasco a Como nel '92, parto per Bologna a studiare Lingue nel 2011 e, con la testa almeno, non la lascio più. Al momento vivo a Parigi, dove perfeziono lo studio dei dialetti arabi orientali. Seguo particolarmente le vicende politiche francesi, maghrebine e mediorientali. Ascolto di tutto, mangio di tutto, leggo di tutto, vedo di tutto. Sono un bulimico della narrazione.

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