Salvini, Trump e l’evangelismo nazionale

Acconciatura da bravo ragazzo, look da testimone di Geova e vangelo in mano. La trasformazione di Salvini in predicatore evangelico è ormai completa. Se solo qualche anno fa un leader politico si fosse permesso di arringare le masse a suon di Vangelo e rosario sarebbe stato scacciato a pietrate seduta stante. Ma oggi i tempi sono cambiati: l’italiano medio è alla ricerca disperata di un mos maiorum che lo guidi nella tempesta della globalizzazione. Questo Salvini lo sa perfettamente, ed in virtù di tale consapevolezza ha rivoluzionato se stesso e la Lega Nord. Il leghismo è diventato una nuova religione civile, un nazionalismo evangelico che punta a “rigenerare” la società civile e politica italiana.

Il dualismo vangelo-costituzione messo in campo da Salvini sembra una plateale contraddizione, dato che l’Italia è (in teoria) uno Stato laico, immune alle influenze della Chiesa. In realtà la contraddizione è solo apparente. Dato per scontato che l’Italia è una nazione cattolica, il Vangelo è un semplice strumento della rigenerazione morale e civile, perfettamente compatibile con la Costituzione del Paese. In più questo paradigma è cosa nota, una riproposizione in salsa nostrana della religione civile più famosa del mondo: quella degli Stati Uniti d’America.

La religione civile negli Stati Uniti consiste nella piena fusione tra politica e religione, come testimonia il giuramento sulla Bibbia (e non sulla costituzione) del presidente americano. La parola di Dio in America non è un semplice accessorio della società, ma è ciò che le dà sostanza e unità. Sin dai primi coloni sbarcati sulle coste del Massachusetts l’America non è mai stata concepita come un semplice continente da colonizzare, ma come il punto di partenza per costruire la Nuova Gerusalemme, una Terra Promessa in cui realizzare la volontà di Dio. La base di pensiero di un’impostazione simile era la religione puritana, cugina del calvinismo, che con il dogma della predestinazione e della democrazia plasmò quella che è oggi la società americana. 

Il 45° presidente degli USA Donald Trump giura sulla Bibbia

Uno dei dogmi del calvinismo, reso celebre da Max Weber, era il Beruf, cioè la vocazione del credente. Si tratta di una concezione mutuata dalla predestinazione luterana, secondo la quale il destino dell’uomo è deciso solo da Dio. Il calvinismo implementò questo concetto, riconoscendo nel successo mondano un “certificato di santità”, la prova provata dell’ingresso nel Paradiso. In un sistema di pensiero del genere la democrazia non era un optional, ma una scelta necessaria. Infatti a differenza del Luteranesimo, che riconosceva come necessaria l’autorità temporale, il calvinismo si fondava sull’instaurazione di una comunità di santi autogovernata e obbediente unicamente a Dio.

Democrazia ed etica del lavoro sono due costanti che si ritrovano in tutta la storia degli Stati Uniti. L’exporting democracy, la globalizzazione e la “cocacolizzazione” sono le manifestazioni più eclatanti del Beruf a stelle e strisce, la prova provata che gli americani sono il popolo eletto da Dio. Si tratta di una vera e propria teocrazia democraticacapace di asservire il mondo al proprio verbo e resistere a qualsiasi opposizione. Il capitalismo si è fatto religione e l’America è il Cristo, figlio della divinità e contemporaneamente divinità stessa. 

Il Cristo mortale è però un Cristo fallibile. L’America ha spesso deviato da quella che è la sua missione, isolandosi dal mondo sia commercialmente che politicamente. Esempio di questa tendenza regressiva oggi è Donald Trump, che conciliando il razzismo endogeno nella società statunitense al timore di un crollo dell’economia nazionale ha svelato un elemento nascosto della teocrazia americana: la democrazia dei bianchi. 

Il gabinetto di governo di Donald Trump: 17 bianchi e un solo afroamericano

È cosa risaputa che ogni nazionalismo ha bisogno di un capro espiatorio: i nazisti e gli ebrei, i comunisti e i capitalisti. Persino i comuni, con i loro odi atavici per i vicini, sono dei nazionalismi in miniatura. La storia degli USA è storia di un confine mobile, spostato a seconda l’esigenza fino a comprendere il nemico di turno da schiacciare: gli indiani durante la conquista dell’ovest, gli afroamericani, i comunisti e via dicendo. Per affermare la propria grandezza la democrazia dei bianchi necessita di un nemico oggettivo, e il trumpismo non è altro che un hidden racism, implicito nei proclami ed esplicito dei fatti. E come accade per qualsiasi brand americano, anche questo nazionalismo cristiano a buon mercato ha attecchito nel mondo globalizzato, come ad esempio sta accadendo in Italia con Matteo Salvini.

Salvini è il profeta che la società dei mediocri ha più volte invocato, capace di spostare all’indietro le lancette del mondo per salvarla da una realtà troppo complessa. In un Paese come l’Italia, fin troppo sensibile al fascino del nazionalismo, un capo politico che brandisce vangelo e costituzione è un evento dalle conseguenze catastrofiche. Ciò perché da un lato significa porre la dimensione spirituale e temporale, religiosa e politica, sullo stesso piano, normalissimo in una società come quella americana ma assurdo in qualsiasi altra democrazia. Ma dall’altro significa soprattutto dar vita ad una religione nazionale, il cui vertice è occupato dalla figura del capo carismatico, custode semidivino di una missione per definizione giusta.

Un “crociato” leghista alla manifestazione di Bologna del Novembre 2015

Il nazionalismo evangelico della Lega rischia di concretizzarsi in un vero e proprio fascismo. È vero, oggi più che mai tendiamo a scambiare il fascismo con qualsiasi rigurgito nazionalista. Ma per quanto riguarda Salvini il pericolo è reale: il capo carismatico è da un lato colui che si pone a capo di un movimento nazionale di rigenerazione, dall’altro è l’unico che conosce le modalità con cui attuarlo. Non è altro che il Führerprinzip (principio del capo) della Germania nazista: ogni soggetto nella società gerarchica doveva rispondere esclusivamente al suo superiore, risalendo fino al capo supremo, il Führer, depositario di un’assoluta quanto misteriosa verità. Il capo in quanto custode di questo segreto non deve rispondere di niente a nessuno e la folla osannante accetta volentieri il mistero di questa fede perversa.

Ovviamente non possiamo paragonare Salvini a Hitler e Mussolini. Possiamo e dobbiamo però mettere in guardia l’Italia dalle implicazioni letali di un’evangelizzazione della politica. La nostra società è ormai politicamente fiacca, e la stanchezza produce apatia e disinteresse. Ottant’anni un atteggiamento simile produsse una dittatura liberticida guidata da un “uomo della provvidenza”, come l’ebbe a definire lo stesso Papa Pio XI. Oggi, nella più assoluta pigrizia intellettuale e ignavia politica, il rischio è tangibile e il popolo non aspetta nient’altro che una divinità a cui concedersi.

 

Sull’Autore

Molisano bolognese, storico in erba e polemico introverso. Esperto di aria fritta e politica, ama i giri in autobus senza meta e i calzini colorati.

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