Mi sa che il 4 marzo annullo la scheda

La libertà non è star sopra a un albero

Non è neanche il volo di un moscone

La libertà non è uno spazio libero

Libertà è partecipazione

Questo mantra ha risuonato nella mia testa per anni, dal momento in cui, ormai qualche anno fa, votai per la prima volta, presentandomi al seggio con la maglia oversize di Che Guevara (debitamente nascosta sotto la giacca: non volevo rogne, ma sapere che lui era comunque lì, in barba ai regolamenti, mi faceva sentire bene). Da allora non ho mai saltato un voto, non ho mai avuto dubbi su chi votare, la politica mi è sempre interessata fino ad un certo punto, non oltre, e da brava millennial mi sono informata prevalentemente su Internet e sui social. Non ho mai concepito una vita politica che non prevedesse il dare il mio voto a qualcuno. La penso così, perciò voterò quel partito che rispecchia al 100% le mie idee, perché se dovessi andare io al governo farei esattamente quello che si propone di fare lui. Semplice, chiaro, cristallino.

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Poi però sono successe due cose. Uno: il nostro Paese ha dovuto passare un lungo periodo di stallo tra governi tecnici, polemiche per le non elezioni, riforme che hanno avvelenato la gente. Tutto ciò mentre i partiti, apparentemente in secondo piano, lavoravano per il dopo, per quando sarebbe tornato il loro momento e sarebbero stati chiamati a rimediare al disastro del governo Monti, Letta, Renzi e Gentiloni. Questa eterna staffetta tra governi di larghe intese e per la maggior parte invisi al popolo ha contribuito a creare una palude a livello governativo, e d’altro canto ha consentito il lancio di realtà locali decisamente meno nebulose: la presa del potere del MoVimento 5 Stelle a Roma, ad esempio, o la ramificazione della Lega anche nel Mezzogiorno, o la diatriba, attualissima, tra ritorno del fascismo e comunismo violento da centro sociale, che ultimamente insanguinano le cronache e dominano il panorama politico.

Due, la mia personale coscienza politica, chiamata a crescere e rafforzarsi, si è invece involuta, finendo per essere denutrita e ridotta all’osso da quelle idee e quei personaggi che avrebbero invece dovuto nutrirla e rafforzarla. Com’è difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore.

La soluzione quale può essere? Appurato che è controproducente stracciarsi le vesti per la mancanza di figure politiche di una certa rilevanza, e che guardare al passato può solo far nascere una nausea inarrestabile per il nostro presente, si può scegliere di turarsi il naso e votare il meno peggio, di astenersi, risparmiandosi l’inalazione di qualsiasi genere di miasma elettorale, o di andare a votare per il puro gusto di rompere il c**** agli scrutatori, annullando la scheda. Analizziamo un po’ queste possibilità.

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Mi turo il naso e scelgo il meno peggio

Questo “partito” di indecisi, che fino al 3 marzo faranno “amblumblone” davanti ai manifesti elettorali, secondo le stime del Corriere della Sera si aggira intorno al 35% degli elettori. Quasi una percentuale da maggioranza assoluta, quindi, per questo gruppo di elettori che rappresenta la posta in gioco più importante per ogni partito o coalizione. Far decidere un indeciso è sicuramente la sfida più ambita di qualsiasi leader, e riuscire a rosicchiare anche solo una percentuale minuscola di quel 35% è una manna dal cielo per quei partiti (tutti), che da sondaggio non hanno la maggioranza assoluta. Sta alla coscienza politica di ognuno scegliere cosa fare, nell’intimo spazio della cabina elettorale; i criteri con cui scegliere il “meno peggio” sono estremamente soggettivi, e vanno dalla cultura personale alle esperienze di vita, al contesto familiare, all’ambito lavorativo ecc.

Scegliere sulla base del criterio di maggioranza (“so che quel partito andrà forte quindi mi accodo e lo voto”), o sulla base di un proprio orientamento politico personale, può fare la differenza tra lo sfondamento della soglia del 40% e la cosiddetta “dispersione di voti”. E se proprio non sapete chi votare, potete sempre avvicinarvi alla risoluzione dell’enigma con questo test che sta spopolando sui social in questi giorni. Non risolverà l’arcano (le risposte saranno sempre e comunque due, sia per i partiti più vicini che per quelli più lontani), ma può aiutare a fare chiarezza o, alla meno peggio, a sfoltire la lista di amici su Facebook, in caso lo pubblicaste.

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Mi astengo

Il partito degli indecisi può generare a sua volta elettori più o meno convinti che si esprimono con un voto oppure astenuti. Il “partito” dell’astensione cresce di anno in anno, di elezione in elezione; di quel 35% di indecisi almeno la metà non andrà effettivamente alle urne, secondo le stime di Linkiesta. L’astensionismo può essere interpretato in moltissimi modi: effettivo smarrimento e confusione di fronte all’offerta politica, impossibilità di operare effettivamente una scelta e di non voler disperdere il voto su partiti destinati a rimanere ai margini, oppure plateale disinteresse per la vita politica del proprio Paese. Si può interpretarlo in vari modi, ma condannarlo è troppo semplice, ci spiega Giovanni Fontana. C’è una buona fetta di italiani che, pur desiderando esercitare il proprio diritto di voto, sceglie di non darlo a nessuno e di rimanere a casa, sperando che il messaggio che arriva alla classe politica li porti ad operare una seria autocritica su se stessi. Questa schizofrenia elettorale, che non vota per protesta pur volendo votare, può a sua volta manifestarsi con le medesime intenzioni in maniera molto diversa, nell’ultimo punto che andiamo ad analizzare.

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Mi sa che annullo la scheda

Un voto contro tutto è comunque un voto? Di sicuro l’annullamento della scheda è un processo a cui si arriva dopo una serie di dolorose autoanalisi, e che non lascia indifferente chi lo sceglie. Si tratta di una sorta di aborto politico, di soppressione dei propri ideali in nome di un rigurgito acido che sale dallo stomaco e che porta ad imbrattare la scheda elettorale. Si presuppone che chi decide di presentarsi al seggio con la sola intenzione di annullare il proprio voto non sia un abituale astenuto, ma sia invece una persona che ha sempre esercitato e che, per i motivi più disparati, non vuole più farlo. Esiste poca “letteratura” sul tema: comprensibilmente, si tende a voler dare voce a chi si impegna ad essere propositivo, piuttosto che a coloro che non si esprimono (scheda bianca) o esprimono più o meno chiaramente il proprio dissenso (scheda nulla). Tralasciando coloro che annullano la scheda per sbadataggine e non conformità alle regole, chi lo fa consapevolmente sa che il suo non voto non cambierà le cose, ma spera comunque di lanciare un messaggio.

Viviamo ormai nel mondo dell’informazione a 360°, in cui la differenza tra verità e bufale è sempre più sottile, in cui la campagna elettorale viene fatta a colpi di slogan, di promesse e di sparate, in cui vediamo Renzi andare in bicicletta, Grasso promettere di frequentare gratis l’università, in cui si parla di reddito di cittadinanza, di flat tax e di abolizione della riforma Fornero come se bastasse avere la bacchetta magica per cambiare le cose. Abbiamo molte informazioni e poche certezze (una su tutte, probabilmente si tornerà al voto molto presto). Un’orgia di parole, proclami e chiamate alle armi ci sta travolgendo, si richiede la partecipazione ma pare che nessuno abbia più bisogno di noi. In un ambiente come quello in cui siamo immersi, anche le parole di Gaber possono suonare ormai distanti, fuori dal tempo, perché riferite ad un momento storico in cui la partecipazione era vista come un dovere, come un affare di tutti. Parafrasando le sue parole, la libertà è trovare il proprio spazio libero anche nel dissenso, anche nell’urlare platealmente NO, anche nella non partecipazione, che presuppone comunque un’urgenza di uscire, di mettersi in coda, di chiudersi nel privato del seggio per lanciare un messaggio sicuramente di difficile interpretazione, ma che con il suo silenzio sicuramente sovrasta il baccano di questa campagna elettorale.

Sull’Autore

Laureata in Istituzioni di Regia, vivo a Venezia. Per vivere gestisco i soldi della gente, scrivo, ballo e mi occupo di pubbliche relazioni pur mantenendo alta la mia misantropia. Preferisco un'ora di bingewatching ad un'ora d'amore e quando ho bisogno di stare da sola vado a ballare.

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