#AgendaSetting: elezioni, la disintermediazione dei populisti

Ben ritrovati ad Agenda Setting, la rubrica che segue sonnecchiando la campagna elettorale andata in scena finora, fumosa e grigia nei contenuti quanto tagliente nei botta e risposta. Un focus di maggior interesse è rappresentato dalla sempre nuova modalità di utilizzo dei social network, ormai mezzo ufficiale della propaganda elettorale.

È sempre sui social che s’è plasmato l’universo composto da un elettorato attivo che clicca like su partiti che non vota, come il caso di Salvini e la Lega, potente esempio di disintermediazione da giornali e tv: Salvini rilascia interviste ai giornali, parla alla televisione ma la vera fetta più appetibile di audience la trova sul web, coi suoi più di 2 milioni e mezzo di follower (sommando FB a Twitter). L’operazione è simile a quella dei pentastellati, ma Salvini si supera poiché non solo crea la rete, ma genera il suo stesso algoritmo, e lo fa con “Vinci Salvini”. Clicca sul post del “capitano”, metti mi piace e condividi, più sei veloce più vinci punti e strani premi come usare i social del segretario Lega a scopo promozionale. Ogni contenuto postato diventerà virale toccando milioni di account, una pubblicità a basso costo ma ad altissima efficienza.

Numeri social dei principali soggetti politici italiani – fonte: Repubblica

Un meraviglioso, e legale, trucco. Da verificare però quanto del largo seguito sia dovuto all’affezione del proprio elettorato e quanto a eventuali bot. Matteo Salvini è già stato accusato diverse volte, e con prove evidenti, del fatto che alcuni dei suoi post verrebbero condivisi così tante volte e in così poco tempo da rivelare il chiaro utilizzo di un computer. In ogni caso nell’ampio contesto di fake news e bot generator di cui pullula il web non stupisce che anche importanti forze politiche dedichino una parte del budjet ad automatizzare il proprio consenso. I prodromi di quello che è e sarà un importante tema per il futuro: la democrazia digitale in campagna elettorale.

Restando nell’ambito delle realtà politiche definite “populiste”, e che invece noi definiremo le maggiormente disintermediate, spicca l’approccio molto più ruvido del Movimento 5 Stelle. Il riferimento è all’ultimo atto della faida tra giornalisti e pentastellati che vede questi ultimi, capitanati da Luigi Di Maio, presentare una lista di giornalisti all’ODG presieduto da Enzo Iacopino con richiamo all’ordine per quelle firme che hanno scritto del caso Romeo a Roma coinvolgendo anche la sindaca Raggi (che nel corso delle indagini è stata ritenuta estranea ad ogni capo di accusa).

La lista è stata subito bollata alla stregua di un atto squadrista mosso da fini intimidatori, in effetti questo richiamo continuo all’ordine e alla par condicio portato dal Movimento, culminato da questa lettera di richiamo, rappresenta lo stile diverso che ha da sempre distinto il rapporto dei 5 stelle coi media: non basta scavalcare o aggirare la vecchia stampa, è necessario che il quarto potere cessi di essere tale.

Intanto è proprio il vetusto giornalismo ad avere le capacità di essere mattatore in questo frangente; lo ha fatto ponendo il focus sulla questione “rimborsopoli” interna al Movimento (le Iene), lo ha fatto ancora meglio in Campania con l’inchiesta Bloody Money che ha scoperto l’ennesimo scandalo rifiuti (fanpage.it). Perché per quanto disintermediati l’informazione passa ancora dai “vecchi media”, e per i reclami sulla par condicio rivolgersi all’AGCOM.

 

 

 

 

 

Sull’Autore

Napoletano, emigrato a Roma. Scrittore per passione, giornalista per devozione. Nella valigia di cartone gli opendata, i tweet di Gasparri e altre cose più o meno serie. Articolista per Mangiatori di Cervello, vincitore dell'Amazon Scholarship 2016, autore del blog CrocifissoInvano.

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