Sono tornato: appunti e disappunti

Negli ultimi mesi parlare – e straparlare – di fascismo è stata sicuramente la moda dell’opinione pubblica. Un po’ come, dopo l’eliminazione della Nazionale dai mondiali, ci siamo sentiti tutti allenatori, CT e plausibili dirigenti (“sicuramente migliori di questi quattro cretini!”), dopo i battibecchi per il ddl Fiano e, in misura molto maggiore, dopo l’efferato episodio di Macerata, si sono moltiplicati sulla rete e sulle principali emittenti televisive gli storici e politologi del fascismo, con esiti più o meno infelici.

Sono tornato è dunque un film capitato a fagiolo: la sua uscita a ridosso delle elezioni politiche e in questo preciso momento non può passare inosservata. Remake del quasi omonimo film tedesco Lui è tornato – non a caso la regia è affidata a Luca Miniero, che ricordiamo per il popolarissimo Benvenuti al Sud, anch’esso rielaborazione di una commedia francese, Giù al nord – il film comincia con una scena surreale: Mussolini compare inspiegabilmente in un parco pubblico del centro di Roma e scopre di aver compiuto una sorta di “salto temporale” di ben 70 anni.

Una scena del film, in cui Mussolini vaga per Roma disorientato

Chi, come me, ha visto Lui è tornato restando stupito dalla bruciante genialità dell’idea e dalla straordinaria creatività con cui è portata avanti, non può non aver avuto il desiderio di trovare un approccio simile nel caso italiano. Ma, pensando un po’ più “storicamente”, Mussolini e Hitler sono assimilabili solo guardandoli da molto – molto – lontano.

Il film italiano – oltre a caricarsi dunque delle aspettative dovute al corrispettivo tedesco – avrebbe dovuto reggere il confronto anche del “personaggio”. Avrebbe dovuto rendere la mimica, i discorsi, la visione politica in maniera non banalmente uguale e sicuramente non si sarebbe mai potuto accontentare di una semplice ripetizione delle battute o delle scene del predecessore.

Mussolini si concede ad un selfie con delle curiose turiste

Dopo la visione, però, devo confessare di non essere uscito dalla sala completamente soddisfatto. Certo, un magnifico Massimo Popolizio ha saputo rendere parecchi aspetti di un personaggio difficilissimo da non stereotipare, banalizzare o formalizzare e chiaramente si intravede il tentativo della regia di creare una linea autentica e ben distinta per scindere il Führer dal Duce. Ma parecchie sono le ombre di questa pellicola.

In primis c’è il difficile rapporto con il modello tedesco. Numerose scene e scenette sono ripetute esattamente – anche nei dialoghi e nelle battute – senza lasciare il minimo spazio all’immaginazione. Certo, è perdonabile. Ma la sceneggiatura in generale non è riuscita a rinunciare all’originale e non se ne è neppure staccata del tutto, sebbene il messaggio del film fosse intenzionalmente diverso. Tutto il lungometraggio, infatti, sembra muoversi su più binari che vanno in direzioni diverse, con risultati altalenanti e spesso non limpidi.

Faccio un esempio: nel finale assistiamo ad una velocizzazione degli eventi, ma è sullo stesso finale che si propongono le uniche scene veramente originali! E, sempre a proposito del finale: come è stato difficile capirlo al primo colpo! Consiglio caldamente a chi come me è rimasto stupito dal finale “inconcludente” di guardare alcune video-interviste agli autori e agli attori.

Scambiato per un attore, Mussolini è ospite di diversi talk show televisivi e oggetto di discussione tra gli Youtubers più famosi d’Italia

Miniero è chiaro: la sua opera vuole sottolineare una situazione politica, sociale, culturale diversa da quella tedesca; il suo Mussolini ha un atteggiamento diverso da Hitler perché diversi sono i popoli tedesco e italiano e diverso è l’humus che ha permesso ai dittatori di raggiungere il potere. Entrambi sono estasiati dalle (per loro) nuove tecnologie della comunicazione e ne intravedono un sicuro mezzo di potere, ma diverso è il tipo di feedback che ricevono dal loro pubblico e diverso è il messaggio rivolto agli spettatori.

Hitler, infatti, comunica – e comunicava – tramite messaggi profetici, metafisici, quasi divinatori alla coscienza e al popolo tedesco: non a caso in Lui è tornato è autore di un libro che ricalca il vecchio Mein Kampf e di un film su se stesso. Mussolini, al contrario, scimmiotta, simula, enfatizza, in una parola: recita.

Miniero rende Mussolini ben più vicino allo spettatore di quanto non lo sia stato nella pellicola tedesca il Führer, fino a farlo diventare un protagonista qualunque: un uomo all’antica, sì, ma dotato dell’immarcescibile fascino dell’uomo forte e con il carisma sfacciato che gli è proprio. Un uomo che si diverte a fare scherzi e cantare canzoni, impiegabile ma che non disprezza le gioie tutte umane dell’amore – e dispensa persino consigli amorosi al suo inesperto aiutante. In una parola: Mussolini, per Miniero, è un padre.

“Gli Italiani hanno bisogno di un padre”

Ed è proprio sulla questione del paternalismo sempre tanto amato dagli Italiani che il film fornisce un’inquietante rivelazione: sono cambiati i governi, ma noi siamo sempre “lo stesso popolo di analfabeti” che trascura pericolosamente le dinamiche della politica e quelle di ogni tipo di discorso civico – in questo senso si leggono le interviste che compaiono quasi incidentalmente nel film.

L’unica possibile riscossa, per gli autori, è rappresentata dal monologo appassionato – anche se troppo retorico e un po’ stucchevole – della vecchina che, tremendamente scossa alla vista del Duce, riacquisisce il senno e condanna inderogabilmente il fascismo politico e storico.

Ma è un semplice episodio: Mussolini non demorde e persevera nei suoi piani fino ad una sorta di “assolvimento” finale, dove, sul carro con il personaggio spregiudicato che lo ha lanciato – non approfondito dal film quanto merita – si esibisce in una sorta di sfilata tragicomica per le vie di Roma, ricevendo i saluti divertiti o infastiditi dei passanti.

Ariella Reggio, nei panni di nonna Lea, è la prima a rendersi conto di avere davanti a sé il “vero” Duce

Sono tornato è a tutti gli effetti una commedia nera (battutona). Il forte grido all’impegno civico e alla riflessione storica e politica non abbandona mai la pellicola, seppure la regia risulti un po’ singhiozzante e troppo legata alle facezie del predecessore tedesco. Sebbene divertentissimo, la centralità del messaggio, forte in sé, non arriva immediatamente e ciò permea il tutto e specialmente il finale di un senso di leggera insoddisfazione, di un non-detto o di un detto-non-chiaramente.

Insomma: Sono tornato ha tutte le carte in regola per essere un capolavoro, ma non riesce a essere più di un capolavoro mancato.

Concludo con due riflessioni. Anzitutto, colpisce la differenza tra il “trattamento” subito da Hitler in Germania e quello avuto da Mussolini in ItaliaHitler è chiaramente un incubo per i Tedeschi. L’odio e il ribrezzo per il nazismo sono arrivati al punto di una damnatio memoriae, con la controindicazione di generare un sotterraneo fascino verso il politico “maledetto” e innominabile, mitizzato ed esorcizzato, e – non a caso – forse mai neanche morto. Lui è tornato si inseriva qui, in questo piccolo vuoto, e spingeva i Tedeschi a mandare giù l’amara medicina responsabilmente, perché l’identità di un popolo è fatta anche di eventi drammatici.

La questione italiana è diversa. L’atteggiamento nei confronti del fascismo ha oscillato per anni e, in parte, oscilla tutt’ora, tra i due poli opposti dell’ironica condanna ad un regime quasi folkloristico e teatrale – quindi sempre poco responsabile – e l’ostracismo più dissennato e sconsiderato che ha impedito per decenni che la cultura potesse esprimersi in giudizi sul fascismo che non fossero una condanna stereotipata e storiograficamente molto debole. Solo la pochezza di certe riflessioni “critiche” ha permesso la sottovalutazione dell’archetipo mussoliniano. Sono tornato vuole denunciare proprio questo, mettendo in guardia la società civile non da un (im)possibile ritorno del fascismo in senso stretto, ma dai mille pericoli di una demagogia pressante e vuota, talvolta persino apprezzata.

La seconda riflessione, invece è chiara, categorica, imperativa per tutti: Frank Matano è davvero un attore drammatico.

Sull’Autore

Sono il classico studente fuori-sede meridionale laureando in Storia presso la (S)Alma Mater di Bologna. Vent'anni di acume, cinismo, volgarità, schiettezza, presunzione, patriottismo e "trogloditismo". Ma ho anche dei difetti.

Articoli Collegati