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Una Libia italiana

Quando il governo italiano di Giolitti dichiarò guerra all’Impero Ottomano in quel lontano 1911, con il pretesto di tutelare i propri connazionali in Libia, gli italiani si divisero. In particolare fu la sinistra dell’epoca ad assumere due opposti atteggiamenti: da una parte i contrari all’intervento militare, tra cui spiccava l’allora socialista e direttore dell’Avanti, Benito Mussolini; dall’altra coloro che vedevano in quest’impresa coloniale l’occasione per il nostro Paese di ergersi a potenza: tra questi c’era Giovanni Pascoli, le cui parole “la grande proletaria si è mossa” sono passate alla Storia.

1916, Tripolitania, Martino Mario Moreno, a dorso di dromedario, in missione come funzionario del Ministero italiano delle Colonie (Immaginario Diplomatico 1861-1961/Flickr)

Quello “scatolone di sabbia” – come verrà poi definita la frazione di Africa conquistata – all’epoca si trovava in una situazione di profonda instabilità, comune a molti altri territori che si trovavano sotto il dominio musulmano e che Roma sfruttò a proprio vantaggio, per ritagliarsi il proprio “posto al sole”. Oggi, ad oltre un secolo di distanza, il panorama politico locale è praticamente identico, a partire dalla suddivisione territoriale: un unico Stato non c’è più, tornando alla precedente divisione in Cirenaica, Tripolitania e Fezzan. E qualcuno propone il nostro ritorno, andando a costituire una presenza italiana sulla sponda Sud del Mediterraneo.

Il soggetto in questione è il Vice-presidente di CasaPound, Simone Di Stefano, che dagli studi di La7 ha fatto la seguente affermazione: Sulle coste libiche noi dobbiamo intervenire militarmente per prenderne un pezzo e metterla sotto sovranità italiana, per avere un’enclave per gestire il flusso degli immigrati. Vedere chi ha diritto di asilo…” e, alla domanda della conduttrice se volesse una nuova colonia in Libia, la risposta è stata: “Ce l’hanno anche gli spagnoli e così fanno nei respingimenti dell’immigrazione”. Anche il giornalista Andrea Purgatori, presente in studio, mostra la propria perplessità e Di Stefano prosegue: “Certo che ci dobbiamo riprendere un pezzo di Libia. (…) Tempo fa era più facile farlo, quando la Libia era completamente nel caos. (…) Ben venga utilizzare i nostri militari per difendere le nostre aziende che sono lì per lavorare per l’Italia”.

Che quel Paese sia centrale negli interessi italiani non è un mistero, né dovrebbe indignare la cosa: la nostra ex colonia è ricchissima di petrolio, motivo per cui vi opera l’ENI fin dal 1959 e nemmeno la guerra civile scoppiata nel 2011 ha scoraggiato la compagnia creata da Enrico Mattei. Di Stefano dice però una cosa non secondaria: “Noi andiamo a prendere il petrolio libico perché i libici non sanno estrarlo (…). Quindi meglio l’impresa di Stato italiana a prendere il petrolio libico che la Total francese”. Si delinea praticamente lo stesso scenario che si aveva nel ’51 in Iran, all’indomani della nazionalizzazione dell’Anglo-Iranian Oil Company (AIOC) da parte del governo nazionalista di Mossadeq: una mossa per sottrarsi allo strapotere britannico, che però costrinse a bloccare l’estrazione di greggio per mancanza di personale locale capace di dirigere i lavori. Spoiler di come sono andate le cose: Mossadeq verrà ucciso nel corso dell’operazione Ajax, progettata dalla CIA nel ’53, e gli USA prenderanno il posto del Regno Unito nel Paese.

Il tema centrale nell’intervento del volto di CPI è comunque un altro: l’immigrazione. L’idea sarebbe, quindi, quella di sbarcare sulle coste libiche con le nostre forze armate, stabilendo il controllo su una porzione di Paese. Non serve nemmeno un grande sforzo mentale per capire che si sta parlando di colonialismo, ma evitiamo di urlare subito al revisionismo storico: basta spostare lo sguardo di qualche migliaio di chilometri a Ovest, lungo il Maghreb, per notare che uno Stato europeo fa già la stessa cosa con le enclave spagnole Ceuta e Melilla in Marocco. Laggiù si vive una delle frontiere odierne più “calde”, con ondate di decine e decine di africani che quotidianamente tentano di scavalcare le recinzioni o arrivare via gommone in Europa, in un braccio di mare tra i più pericolosi in assoluto.

Mussolini in Libia (Italia Patria UNITA/Facebook)

Pensare di instaurare un qualcosa di simile sulle coste libiche appare però molto difficile: sia per motivi storici, in quanto il ritorno italiano sarebbe inevitabilmente percepito dalla popolazione come un ritorno dell’ex potenza coloniale, mentre le due città spagnole sono rimaste tali dal 1497 (Melilla) e 1668 (Ceuta); sia perché quello descritto da Di Stefano è più simile a un protettorato che a un semplice avamposto per gestire il flusso migratorio. “Nei programmi politici, soltanto noi parliamo di un’Africa sovrana, libera, indipendente che magari, mano nella mano dell’Europa, torna ad essere…”: le parole dell’ex candidato sindaco di Roma, interrotte dagli altri ospiti, riportano alla mente i mandati, ossia i territori affidati dall’allora Società delle Nazioni alla fine delle Grande Guerra alle varie potenze, per avviarli alla propria “democratizzazione”. In pratica si trattava comunque di colonie.

Al di là delle proposte nostalgiche dell’impero italico, andrebbe analizzata una frase in particolare: “La sovranità vale per i popoli che sono in grado di gestirsela, chi non è in grado va accompagnato in un percorso (…) che li porti verso una sovranità vera e piena”. Forse i fatti che stanno sconvolgendo il Medio Oriente e il Nord Africa dovrebbero mostrare come gli stati della zona si siano retti per decenni su precari equilibri interni. Perché dalla fine della Prima Guerra Mondiale le potenze mandatarie hanno preferito perseguire propri interessi nazionali (strategici ed economici), piuttosto che creare classi dirigenti locali e orientarsi verso  processi di state-building.

Ad un’analisi oggettiva della questione, l’intervento di Di Stefano non appare così campato in aria. Probabilmente si sarebbe creato meno sdegno se, al posto di enclave fosse stato usato un termine come hotspot, chiesti da tutti gli attori internazionali direttamente in Libia. Strutture simili per regolare il flusso migratorio, però, non posso prescindere da una presenza militare: ciò significa che sarebbe auspicabile un intervento italiano, magari sotto mandato delle Nazioni Unite, per evitare che ad occuparsene siano altri Paesi interessati alla zona. In primis la Francia, l’artefice della caduta di Gheddafi e che negli ultimi mesi ha dimostrato ritrovato interesse alla questione, soprattutto dopo i passi in avanti fatti da Roma con i governi di al-Sarraj e Haftar.

Tripoli. Migranti africani subsahariani già respinti dall’Europa, nel centro di detenzione di Tariq al-Sikka (UNSMIL Photos/Flickr)

Bisogna quindi invadere la Libia? Bisognerebbe innanzitutto aiutarla a uscire dal caos ed evitare che questo destabilizzi gli stati confinanti. Tenendo comunque presente che alcune delle linee indicate nel video sopracitato – Africa ed Europa mano nella mano, per capirci – non sono altro che un imperialismo più o meno mascherato. La situazione nel sud del Mediterraneo è arrivata a un punto, però, dove non c’è più la possibilità di far finta che essa volgerà per il meglio da sola: gli attuali hotspot sono carceri disumane, gestiti dagli stessi scafisti che aprono e chiudono i rubinetti dell’immigrazione a loro piacimento. Diventa allora essenziale agire in prima persona, per evitare che laggiù vadano altri a gestire la situazione, intascando benefici e lasciando a noi le rogne.

Sull’Autore

Nato in Friuli nel 1995, vivo e studio a Gorizia, dove seguo il corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università di Trieste. La passione per il giornalismo nasce al liceo, subito dopo quella per il calcio mi porta a diventare arbitro. Collaboro anche con Sconfinare e Messaggero Veneto, per MdC sono il Caporedattore della sezione Società e Diritti. Su Effe Radio co-conduco "La Repubblica delle Banane".

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