La trattativa Stato-Mafia: dalla fine del Maxiprocesso a via D’Amelio (parte 1)

Nel suo libro È Stato la Mafia (Chiarelettere, 2014), Marco Travaglio scrive: “Io so ma non ho le prove, diceva Pier Paolo Pasolini a proposito della strage di Piazza Fontana. Noi, a proposito della trattativa Stato-Mafia siamo più fortunati: abbiamo le prove. Ma quasi tutti fanno finta di non sentire”. Posta la retorica accattivante, la situazione è un po’ più complicata. Parlare di tale argomento impone, infatti, delle precisazioni che riportano alla questione dell’effettiva esistenza di accordi tra lo Stato italiano e Cosa Nostra.

Ma di cosa si parla, innanzitutto? Tale trattativa avrebbe condotto ad un patto tra istituzioni italiane e Cosa Nostra per il quale, in cambio di un’attenuazione del contrasto portato avanti dallo Stato italiano con arresti, confische di beni e 41bis (carcere duro), i boss mafiosi avrebbero fermato la strategia stragistico-terrorista che aveva portato agli attentati del 1992 e 1993.

Storicamente  sarebbe possibile affermare, o meno, che una trattativa ci sia stata, ma ciò per via meramente logico-deduttiva. Manca infatti materialmente una prova di valore storico e giuridico che possa confermare inequivocabilmente la tesi di chi vuole lo Stato coinvolto in “tenebrosi sodalizi” con il crimine organizzato. Tant’è che quella della Trattativa è di fatto una “chiave di lettura” dei fatti, che consiste nella ricostruzione storica offerta dalla tesi accusatoria dei magistrati che hanno condotto l’inchiesta del processo, celebrato a Palermo e tutt’ora in corso, in cui troviamo imputati uomini d’onore e delle istituzioni con l’accusa di “attentato a corpo politico dello Stato”.

Gli imputati sono, nello specifico, i mafiosi Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Antonino Cinà, Salvatore Riina, i carabinieri Giuseppe De Donno, Mario Mori, Antonio Subranni, e Massimo Ciancimino. Era inizialmente imputato anche il boss Bernardo Provenzano, ma la sua posizione è stata poi stralciata per motivi di salute. Nella lista sarebbe incluso anche Calogero Mannino, l’ex ministro della Dc, che però ha optato per il rito abbreviato e per il quale è ancora in corso un parallelo processo d’appello. È infine imputato anche il ministro Nicola Mancino per il reato di falsa testimonianza.

Il processo parte da fatti storicamente accertati, quali l’incontro tra Massimo Ciancimino e il capitano Giuseppe De Donno; gli incontri tra Vito Ciancimino, il generale Mario Mori e De Donno; la mancata perquisizione del covo di Totò Riina dopo la cattura; il mancato arresto di Provenzano a Mezzojuso; ed altri ancora. Fatti, questi, che i Pm vogliono intrinsecamente connessi, e dunque riletti, analizzati e interpretati secondo l’ottica della Trattativa.

Parlare di trattativa Stato-Mafia significa dunque, in ultima analisi, narrare anche la versione storica fornita dalla ricostruzione processuale accusatoria; significa raccontare vicende storiche degli anni 1992-94 secondo una ben precisa interpretazione dei fatti, dai quali deriverebbero gravissime responsabilità morali (più o meno legittime) e penali (e di ciò se ne occuperà la Corte) nei confronti di chi vi ha preso parte.

La situazione si complica ulteriormente se affrontiamo la questione da un punto di giuridico. Per la giustizia italiana, infatti, una trattativa c’è stata e non c’è stata. Ci riferiamo nello specifico a due diverse sentenze che esprimono pareri discordanti in merito: la prima, del 2011, prodotta dalla Corte d’assise di Firenze in merito alle stragi del 1993, per la quale una trattativa c’è stata, impostata su un “do ut des”; e la seconda, in primo grado, dal Tribunale di Palermo in merito al processo sulla mancata cattura del boss Bernardo Provenzano, che vede imputati il generale dei Carabinieri Mario Mori e il capitano Mauro Obinu, la quale invece non ritiene sufficientemente provata la tesi della Trattativa dietro l’inadempienza dei due Carabinieri (e poi assolti con formula poiché il fatto non costituisce reato).

Posta tale lunga premessa, quelli che verranno ora raccontati sono i principali e più noti eventi della vicenda. Per ulteriori dettagli e particolarismi si rimanda ai testi segnalati in Fonti e riferimenti.

I fatti prendono le mosse da quello che fu l’esito del Maxiprocesso, iniziato nel 1986 e conclusosi il 30 gennaio 1992 con la lettura della sentenza di Cassazione, che confermò le condanne comminate ai mafiosi, boss e soldati, nei processi di primo e secondo grado (appello).

Il boss Totò Riina temeva fortemente tale esito, e fu così che nel dicembre del ’91 elaborò una lista di morituri, nella quale comparivano uomini politici sui quali la mafia aveva fatto affidamento per cercare di cambiare le sorti del Maxiprocesso. Tra le persone da eliminare in caso di conferma delle condanne vi erano Giulio Andreotti e Salvo Lima, ex governatore della Sicilia e uomo di punta della Democrazia Cristiana siciliana.

Salvo Lima fu la prima vittima eccellente sulla quale si riversò la vendetta mafiosa. Ritenuto responsabile da Cosa Nostra di non essere riuscito a cambiare le sorti del Maxiprocesso, fu freddato a Mondello il 12 marzo 1992 dai proiettili di una calibro 38.

Intanto l’allora Ministro del Mezzogiorno Calogero Mannino, che sapeva essere un altro inserito nella lista nera, si affidò “privatamente” al maresciallo dei Carabinieri Giuliano Guazzelli, suo amico di lunga data e in diretto contatto con il comandante del Reparto Operativo Speciale (Ros) dei Carabinieri, Antonio Subranni. Guazzelli sarà poi ucciso il 4 aprile a colpi di mitra. Racconterà poi il pentito Giovanni Brusca che in seguito Riina revocherà la “condanna a morte” di Mannino.

A morire tragicamente saranno poi Giovanni Falcone, il 23 maggio, e Paolo Borsellino, il 19 luglio. I principali fatti della Trattativa, che attendono ancora conferma, sarebbero avvenuti proprio tra le stragi dei due magistrati siciliani.

Massimo Ciancimino

Secondo Massimo Ciancimino, pochi giorni dopo l’attentato a Falcone, egli sarebbe stato raggiunto dal capitano del Ros Giuseppe De Donno, il quale avrebbe chiesto a Massimo di intercedere presso suo padre, Vito Ciancimino, per un incontro. Ex sindaco di Palermo e da lunghissimo tempo in contatto con gli ambienti mafiosi, nonché strettissimo del defunto boss Bernardo Provenzano, Vito Ciancimino avrebbe dovuto fare da ambasciatore tra i Carabinieri e Riina (così dice l’accusa) per “trattare” le condizioni dello stop alle stragi.

Sempre stando all’accusa, Paolo Borsellino sarebbe venuto a sapere ciò e, oppostosi fermamente, sarebbe stato brutalmente eliminato anche per “togliere di mezzo” un ostacolo alla trattativa; sulla strage di Via D’Amelio è attualmente in corso il processo Borsellino quater a Caltanissetta.

Gli incontri con Ciancimino vengono notificati tramite De Donno a Liliana Ferraro, allora direttrice degli Affari penali al ministero di Grazia e Giustizia, e allo stesso ministro Claudio Martelli. I due, inoltre, pregarono De Donno che di ciò ne fosse informato anche Borsellino; e Martelli, poi, afferma anche di aver chiesto personalmente alla Ferraro se Borsellino fosse a conoscenza della vicenda, ricevendo da questa risposta affermativa. Effettivamente, Borsellino incontrò Mori e De Donno il 25 giugno 1992, dai quali si suppone che fosse stato informato dei fatti.

Mario Mori

Mori negherà parzialmente le circostanze, affermando che, al colloquio che ebbe con Borsellino a fine giugno, si parlò soltanto di un’inchiesta su mafia e appalti. E affermerà anche che il primo incontro con Ciancimino risale al 5 agosto 1992, cioè dopo la strage di Via D’Amelio, giustificando il contatto con l’ex sindaco con la volontà di raccogliere informazioni utili alla cattura di mafiosi latitanti, e non già per “trattare” con la mafia.

La questione qui è estremamente delicata, poiché qualora avesse ragione Massimo Ciancimino, e con lui l’accusa, sulla corretta datazione degli incontri (a suo dire, avvenuti prima della strage di via D’Amelio), l’ipotesi che Borsellino fosse stato ucciso in quanto “ostacolo” alla trattativa diventa estremamente plausibile, oltre a sconfessare la testimonianza dei carabinieri imputati.

Copia del “papello” presentata in aula

A supporto della ricostruzione accusatoria arriva anche la testimonianza del pentito Giovanni Brusca, il quale riferisce di un incontro con Riina, avvenuto a fine giugno, che lo informò di aver consegnato un “papello” con tutte le richieste di Cosa Nostra che lo Stato avrebbe dovuto realizzare per far cessare le stragi, facendo intendere dunque che già prima della morte di Borsellino si stava in qualche modo trattando. Massimo Ciancimino ha fornito una fotocopia del papello come prova durante il processo. Se ciò sarà sufficiente, lo sapremo solo dopo la sentenza.

Quel che è certo è che di lì a poco, il 19 luglio, l’altro simbolo della lotta alla mafia, Paolo Borsellino, ci avrebbe lasciati insieme a cinque membri della scorta, dilaniati dall’esplosione di un quintale di tritolo piazzato dentro un’autobomba davanti l’ingresso della casa della madre del magistrato, in via Mariano D’Amelio.

(continua)

 

Fonti e riferimenti
Torrealta M., La trattativa, BUR Rizzoli 2010
Travaglio M., È Stato la Mafia, Chiarelettere, 2014
Dossier “La Trattativa”, da Antimafia Duemila 

Sull’Autore

Trapanese d'origine, studio all'Università di Bologna dal 2014. Laureato in Lettere Moderne, attualmente studio Scienze Storiche. Sono appassionato di storia e fatti relativi a Cosa Nostra, di cui vi racconterò nei miei articoli.

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