gtag('config', 'UA-57638171-1');

Il mito universale de “La tartaruga rossa”

La tartaruga rossa è un film di animazione di Michaël Dudok De Wit, vincitore del premio speciale per il concorso Un Certain Regard del Festival di Cannes 2016. Si tratta del primo lungometraggio dell’autore, con una produzione internazionale, che ha coinvolto società della Francia, del Belgio e soprattutto lo Studio Ghibli in Giappone.

La realizzazione tecnica del film rivela un’estrema attenzione per i dettagli e un grande rispetto per la professione dell’animatore. La squadra di disegnatori, costantemente supervisionata da De Wit, ha creato l’intero film senza usare il supporto della Computer Grafica, ad eccezione di qualche piccola correzione nell’animazione della tartaruga.

A livello dell’inquadratura sono due gli elementi grafici fondamentali che ricorrono nell’intero film: le linee diagonali, costruite con le ombre, coi rami degli alberi o con le increspature del mare e della sabbia e quella particolare linea dolcemente arcuata, sempre presente nei paesaggi e legata alla figura dell’isola, che si staglia ora contro il cielo, ora contro il mare. È grazie a questi accorgimenti che il film, pure posizionandosi per intenti e realizzazione ben lontano dall’effetto illusionistico della tridimensionalità, acquista profondità e dinamicità.

Per evitare la staticità di una griglia di linee orizzontali e verticali, è necessario inserirne di diagonali. In questo caso, l’ombra dell’uomo.

Passando al livello del montaggio, quindi della concatenazione delle inquadrature, il film mostra una fluidità e una continuità che difficilmente si possono trovare in altri film d’animazione. A garantire queste ultime sono i raccordi tra un’inquadratura e l’altra, costruiti sul movimento dei personaggi, sul bilanciamento delle masse e soprattutto sui giochi di luce, capaci di legare armonicamente inquadrature anche molto diverse tra loro.

Al di là della tecnica e dello stile rimane il contenuto. Il film racconta la vita di un uomo dal momento in cui naufraga su un’isola deserta alla sua morte. Inizialmente l’uomo, il cui nome non è rivelato, prova a costruire una zattera per fuggire dall’isola. I suoi ripetuti tentativi sono boicottati da una misteriosa tartaruga rossa. Quest’ultima si trasforma poi in una donna che, nel corso del tempo, diventa la compagna del protagonista. I due danno anche vita a un figlio, che viene mostrato nei suoi anni di crescita, di esplorazione del suo mondo e che, una volta adulto parte, abbandonando l’isola e i genitori. Infine, ormai vecchio, l’uomo muore e la donna, nuovamente trasformatasi in tartaruga, ritorna nell’oceano.

È evidente che non si tratta di una struttura narrativa tradizionale: tale scelta si rivela chiaramente già dalle coordinate narrative fondamentali, spazio e tempo. L’unica informazione che possiamo ricavare a proposito di questi ultimi è che il film è ambientato in una non meglio specificata isola tropicale e che il tempo della storia abbraccia circa la metà della vita dell’uomo: dalla prima maturità alla vecchiaia.

Nel raccontare numerosi anni in appena 80 minuti di film, De Wit sceglie di concentrarsi su alcuni episodi fondamentali come il naufragio e l’esplorazione dell’isola, l’incontro con la donna/tartaruga, l’amore, la nascita e la partenza del figlio e la morte dell’uomo. L’assenza di informazioni riguardo l’epoca, il luogo preciso e la vita precedente dell’uomo contribuiscono ad allargare il discorso. Il naufrago, dunque, non è un particolare uomo in una particolare collocazione spazio-temporale, ma è un Uomo universale, che affronta tutte le fasi primigenie della vita. L’assenza di dialoghi – quindi di una lingua – dà al film il carattere dell’universalità, eliminando ogni possibile contesto socio-culturale. La forma del film è quella del mito, una narrazione che, attraverso personaggi archetipici si confronta con i grandi temi della vita e ne svela il mistero e la magia. La nascita, lo scontro e la conciliazione con la natura, l’amore, la genitorialità, il distaccamento dai figli e la morte sono presentati allo spettatore in modo primitivo e – proprio per questo – puro.

La tartaruga rossa, dunque, è un film che parla di un’umanità universale. De Wit mostra i grandi misteri della vita e le sue domande primarie su cui l’uomo non ha mai smesso di interrogarsi. L’universalità del contenuto, la grazia del disegno e l’incanto delle sequenze di sogno del naufrago, sempre al limite tra realtà e magia, ne fanno senz’altro uno dei più eccezionali film d’animazione mai creati.

Sull’Autore

Articoli Collegati