Star Wars – The Last Jedi: e allora, cosa manca?

Tra tutte le impressioni o recensioni sull’ultimo Star Wars – The Last Jedi che mi è capitato di leggere, la maggior parte tende ad iniziare con milioni di premesse sull’autore stesso della recensione e la sua biografia. Questo perché da un lato, approcciando a Star Wars, avvertiamo un po’ tutti la necessità di premettere che il nostro giudizio è parziale, soggettivo. Dall’altro perché, per molti di noi, sarebbe proprio impossibile parlare di Star Wars senza prima inserirsi come personaggi all’interno della macro-storia che andiamo a raccontare, quasi si trattasse di un videogioco della serie Knights of The Old Republic, scegliendo sì il nostro aspetto, ma anche la nostra backstory.

Un personaggio che vi suona familiare?

Il mio personaggio però, in questa storia, non è né quello del “fan di vecchia data infuriato”, né quello del “ma sì, largo ai giovani”. Non sono il secondo perché sarebbe davvero riduttivo porsi in questo modo a un colosso cinematografico come Star Wars che, pur nella sua semplicità e nel suo successo tutto sommato fortuito, ha plasmato con una potenza inverosimile l’immaginario di generazioni intere. E nemmeno sono il primo tipo di fan, perché a me di tutti quei dettagli di “plausibilità della trama” che hanno fatto infuriare i fan-fan-veri-fan non importa assolutamente niente.

Se dovessimo infatti dare un giudizio di verosimiglianza a tutto Star Wars tenendo buone solo le parti credibili o plausibili e scartando tutte le forzature, si salverebbe davvero poco. E attenzione, non parlo di forzature all’interno del patto di sospensione dell’incredulità (esplosioni nello spazio, ad esempio, irrealistiche ma accettate nel patto) ma anche di vere e proprie forzature logiche presenti già a partire dal primo A New Hope del ’77: forzature del tipo “abbiamo un tracciatore a bordo? Massì, fa niente, andiamo lo stesso alla nostra base ribelle super-segreta e guidiamo lì l’Impero. Dovremo pur far finire il film con una battaglia campale o no?”

“In loving memory of our princess”? Il lutto per la dipartita di Carrie Fisher non ha certo fermato le orde di memer dall’ironizzare sui momenti più bislacchi del film (e ci mancherebbe altro)

E quindi, Leia-Superman (sarebbe a dire la scena in cui l’amata Principessa riesce ad aver salva la vita in maniera più che rocambolesca)? Per quel che mi riguarda non inficia più di quel tanto la “credibilità” della trama. Di “stramberie della Forza” se ne sono viste tante, una in più non ha ai fini della trama tutto questo peso, e se fosse stata una scelta di Lucas (possibilissima, visto che ha rivisto le sue teorie millemila volte lui stesso) non credo saremmo qui a discuterne (e in più ci ha regalato tanti bei memes, non scordiamolo). L’episodio riempitivo di Canto Bight, tutto sommato inutile alla trama? Su questo mi trovo sostanzialmente d’accordo con le critiche: si poteva sicuramente sviluppare meglio. Mentre l’ondata di odio nei confronti del personaggio di Rose sinceramente non me la spiego con motivazioni di trama quanto con motivazioni politiche: la solita guerra tra Social Justice Warriors e Man Right Activists.

Le tanto odiate battutine-da-film-Marvel invece? Fastidiose, non lo nego, più per il loro posizionamento che per la loro quantità. Ma ignorabili. Luke snaturato? Punti di vista. I personaggi in bianco o nero, polarizzati in maniera semplicistica, risultano oggi sempre meno credibili al pubblico, soprattutto mainstream. Per tenere in piedi una storia servono errori, personaggi che sbaglino (e gli errori la e loro accettazione sono, a ben vedere, tra le tematiche principali del film). E un Luke-santone buono e infallibile non avrebbe avuto più di quel tanto da offrire.

Sia lode e gloria all’internet (?) per aver saputo fondere i due momenti memeticamente più produttivi di TLJ

E infine dunque, il nodo della discordia: Kylo Ren, una fighetta? Sì, ma no. Nel senso: il mondo è andato avanti. Se voi preferite i personaggi ’80-’90, i cattivi monolitici, è legittimo disprezzarlo, per carità. Ma se è da Shinji di Neon Genesis Evangelion in poi che nell’immaginario visuale pop l’inettitudine è stata sdoganata per quanto riguarda i protagonisti, è maturo ormai il tempo perché valga anche per gli antagonisti. Perché, se una volta per gli antagonisti essere “malvagi” era tutto sommato semplice, man mano, con sempre più opere multimediali dedicate alla parte oscura dell’universo (come la stessa trilogia prequel, del resto), si è iniziato a mostrare come non soltanto nei personaggi positivi stia il dissidio identitario. E anzi: essendo l’oscurità data dalla somma di tutti i colori, la quantità di sfumature offerte da un personaggio negativo non sicuro al cento per cento della sua negatività  offrono allo spettatore, così come ai registi, una sorta di romanzo di (de)formazione in cui identificarsi.

Io intravedo d’altronde, in alcuni aspetti di Star Wars tutto, una sfumatura meta-cinematografica, più marcata in quest’ultima trilogia. Nella trilogia classica, Lucas non aveva ancora iniziato a dare una dimensione “d’autore” al suo lavoro e, se c’era identificazione da parte sua, era probabilmente nel suo quasi eponimo Luke e nel suo dramma edipico.

O in alternativa…

L’identificazione da parte del regista interviene invece prepotentemente nella trilogia prequel, dove Lucas sembra identificarsi in tutto e per tutto con una figura: Sheev Palpatine, il futuro imperatore, vero e proprio regista che dietro le fila tesse il plot che porterà il giovane Anakin al lato oscuro. Ma ora l’imperatore è morto, e Lucas si è ritirato dalle scene.

Questa è forse la vera intuizione di questo nuovo Star Wars “made in Rian Johnson (& JJ)”: Lucas (Luke?) si è ritirato, le grandi glorie non ci sono più. Quelle che sono rimaste non sono che il riflesso (l’ologramma?) di quello che erano un tempo e sono –ormai è palese– destinate ad abbandonarci. In questo scenario il personaggio di Kylo Ren, come quello di Rey, si innesta conscio della sua imperfezione: un po’ rassegnato al suo essere cosplay, a provare ad essere “come” il suo predecessore ma senza essere “all’altezza”, mai.

Però. Però, Star Wars – The Last Jedi a me non è ugualmente piaciuto. Non mi è piaciuto perché tutta la storia finora imbastita manca di peso sostanziale. Le dinamiche interne della galassia sono state riproposte né più né meno come erano al termine della trilogia classica, cambiando i nomi a Impero e Ribelli e appioppandogli quelli di Primo Ordine e Resistenza, scambiando i ruoli in una maniera talmente caotica che non si capisce più per quale motivo i personaggi combattano.

Non è Kylo Ren il problema, non sono le battutine, quanto il fatto che le scelte di buona parte dei personaggi siano spesso giustificate da un “perché sì” mai veramente motivato. Il contesto, che giustificherebbe queste scelte, dov’è? C’è stato un pallido tentativo, in quest’ultimo Star Wars, di ritrovare un minimo di sense of wonder e di creazione di mondi (la specialità di Lucas) andati perduti in The Force Awakens. Tentativo tradottosi in due modi: nuovi animali (Thala-syren in testa), e qualche nuovo mondo esteticamente valido (il contesto dickensiano di Canto Bight e il contrasto bianco-rosso di Crayt, una delle colonne portanti del film). Ma il resto? Stiamo parlando di un universo enorme, potenzialmente espandibile (e già espanso) all’infinito.

E gli altri mondi, che fine hanno fatto? Che scelte hanno fatto? Chi sta con chi, e perché? Chi governa cosa? In una parola, dov’è finita la politica?

Ecco non è proprio quello che intendo ma almeno “Luigi Di Maio che facesse cose” ci proveresse, proverebbi, ha provato

Il problema principale di questo film però è che in Lucas Films sembra ancora troppo radicata l’idea che l’errore fatto nella trilogia prequel sia stato proprio quello di dare troppo spazio alla politica, ai mondi e al contesto. Forse per questo ora si è scelto di rinnegare l’upgrade estetico e ambientale ma anche contenutistico fornito da Lucas, limitandosi a una riproposizione dell’estetica e delle dinamiche da favola (bella per carità, ma con tutti i limiti della favola) della trilogia originale.

Scordando però, che se a Star Wars togli la politica, il mondo e il contesto, quello che ti rimane alla fine è una bella fiaba in cui si combattono tra di loro dei tizi in costume, brandendo dei trinciapollo laser che, se mai davvero riusciremo a inventare, finiremo a usare per tagliare il tacchino il giorno del Ringraziamento.

Sull’Autore

Nasco a Como nel '92, parto per Bologna a studiare Lingue nel 2011 e, con la testa almeno, non la lascio più. Al momento vivo a Parigi, dove perfeziono lo studio dei dialetti arabi orientali. Seguo particolarmente le vicende politiche francesi, maghrebine e mediorientali. Ascolto di tutto, mangio di tutto, leggo di tutto, vedo di tutto. Sono un bulimico della narrazione.

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