Disagio di classe, classe del disagio: intervista a Raffaele Alberto Ventura

Trentenne e laureato in Filosofia: un identikit che solitamente indicherebbe il perfetto disoccupato italiano, ma nel caso di Raffaele Alberto Ventura il discorso è molto diverso. Firma di prestigiose riviste come Linus e Prismo, Ventura è soprattutto celebre per la propria pagina Facebook Eschaton. Definito da qualcuno come “un intellettuale seicentesco che guarda dal di fuori le parti nell’arengo e ha come principale preoccupazione quella di evitare la guerra civile”, ha pubblicato l’anno scorso per minimum fax il suo libro Teoria della classe disagiata, diventato già testo di culto. L’abbiamo incontrato a Udine, in occasione della presentazione del volume.

Raffaele Alberto Ventura, aka Eschaton (Credits: Radio Attiva/Facebook)

Partiamo dalla “classe” presente nel titolo del tuo libro: dopo il 1989 sembrava che le classi sociali fossero magicamente scomparse, da dove arriva allora la classe disagiata?
In origine questa classe non era intesa in senso marxista, perché è un riferimento a Veblen (autore del libro La classe agiata, NdR), e nello stesso tempo la mia definizione riguarda quella classe che fu agiata, in crisi, quindi la borghesia. In realtà torno a una distinzione marxista, però quello che per me era importante era far capire che la condizione di malessere economico e psicologico della classe media andasse studiato come malessere di una classe borghese che non riesce più ad approvvigionarsi delle risorse di cui ha bisogno. La divisione in classi ci ricorda che la ricchezza circola: c’è chi la produce, chi la fa circolare, chi la consuma. A un secondo livello di analisi possiamo porci tutta una serie di domande: dove si produce il valore? Se tu fai circolare ricchezza, non aggiungi valore: ad esempio l’Apple, il valore di un iPhone è dato per lo più dal contributo simbolico del brand fatto in occidente, mentre il telefono è assemblato in Cina. Dov’è prodotto concretamente il valore? È una domanda molto complessa perché ambisce a chiarire quale sarebbe la redistribuzione equa di quel profitto e spesso ha risposte ideologiche, perché la teoria del valore è una teoria dei rapporti di forza che stanno dietro alla sua costruzione.

Quindi la classe disagiata è vittima di uno schema Ponzi, dove non si crea realmente nuovo valore ma ci sono solo investitori che sperano in un guadagno futuro?
Sì, secondo me il modello dello schema di Ponzi è interessante: solitamente se ne parla come una truffa, ma è una metafora per una serie di cose. Ad esempio il sistema speculativo-finanziario, basato sul valorizzare gli attivi sulla base di quello che si può ottenere rivendendoli ad altre persone, assomiglia a quello schema. Il sistema pensionistico è un altro esempio, con il suo limite strutturale. L’esempio che faccio io è quello educativo: quando ormai si è formata una generazione di persone che conoscono benissimo un certo ambito, ma sul mercato non c’è uno sbocco, l’università può essere usata come meccanismo per collocarle. Le prime avvisaglie di questo meccanismo risalgono agli anni ’30, quando si vide che c’era una generazione di persone sovra-formate e una delle soluzioni proposte fu di mandarli a insegnare. Solo che dieci li puoi mandare a insegnare, creando altri cento che a loro volta ne creano altrettanti, che diventano mille, e questo è uno schema Ponzi. Anche le scuole aspirazionali pongono questo problema, a un certo punto questo meccanismo sembra volersi auto-riprodurre: da una parte tendiamo a campare, dall’altra appare evidente che una crescita geometrica di questo tipo ha il limite di trasformare queste competenze in una ricchezza che non è semplicemente un investimento interno a questo meccanismo.

L’etichetta più comune che si attribuisce ai giovani è quella di “fannulloni”, ma tu parli di disagio. Sono due facce della stessa medaglia?
Il problema del termine fannulloni è che è moralistico. È interessante capire come certi bisogni e aspettative sono prodotti ideologicamente, sono costruzioni sociali; allora è ovvio che, nell’ottica di un contadino, un borghese è un fannullone. Sono giudizi interni che una classe può dare sull’altra…

Però spesso sono arrivati da elementi più anziani della stessa classe…
Poi c’è il cambio (generazionale, NdR), con i più anziani che hanno avuto esperienze professionali diverse: il dottore che ha il figlio che studia scienze umane o magari la sua stessa disciplina ravvisa una differenza, legata a un cambio di epoca. Il punto non è dire se è fannullone o no, ma dire che ha delle aspettative diverse, basate su strategie di inserimento professionale diverse, più lunghe, in ambiti professionali diversi… Tutto questo è interessante capirlo alla luce delle sue cause, ossia prendere atto che queste determinazioni sociali esistono e che i figli della classe media faranno di tutto pur di non diventare operai o contadini. Questo li porta a fare degli investimenti e prendere dei rischi. In realtà la narrazione sui fannulloni viene confutata da una controtendenza: ho notato che, in molti casi, i millenials, non trovando gratificazioni nei campi in cui si erano prefissi, spesso accettano offerte molto più basse, accessibili ai loro stessi genitori. In particolare gli italiani non hanno difficoltà ad accettare i lavori umili, ma anche questa strategia è controproducente, perché nella pianificazione a lungo termine della tua vita c’è una via di mezzo tra fare il lavapiatti e lavorare all’ONU; quello che è doloroso da vedere è che qualcuno si ritrova a studiare un sacco per finire ad accettare qualcosa che avrebbe potuto evitare se non avesse fatto scelte irrazionali.

In questo scenario entra in scena anche il “sotto-proletariato” straniero, che arriva in Italia per svolgere dei lavori umili, magari “accettabili” per gli italiani, ma a salari inferiori. Che ripercussioni ci saranno sul sul lungo periodo?
Lo vediamo già adesso, le tensioni già ci sono. Innanzitutto non li chiamerei sotto-proletari ma proprio proletari e, spesso, sono “proletarizzati” perché una parte dell’immigrazione viene da una specie di classe media emergente: una delle spiegazioni in controtendenza dell’immigrazione dall’Africa – e che a me pare convincente, rispetto anche alla mia teoria della classe disagiata – è che non stiamo parlando di una crisi dell’economia africana ma, anzi, della sua espansione relativa, con risorse che vengono investite nell’immigrazione. La classe media emergente locale non trova sbocchi e viene qua. A questa forse manca una coscienza di classe e sarebbe interessante capirne le dinamiche.

Il conflitto di fondo lo si vede nelle elezioni ma bisognerebbe capire se è reale o fantasmatico: nel momento in cui un partito come la Lega mette in conflitto il lavoratore immigrato e quello italiano, bisogna capire se effettivamente il primo stia rubando un posto a un italiano; in molti casi stiamo parlando di un elettorato piccolo-borghese che non è in concorrenza diretta, che vive questa minaccia con un’associazione di idee che non trova riscontro.

È possibile che un italiano farebbe certi lavori, se fossero pagati una certa cifra, è per questo che in alcuni paesi esistono leggi sui salari minimi – in Italia meno… Non lo so, il tema esula dal tema della classe disagiata che analizzo. Ho conosciuto persone che hanno fatto Filosofia con me e hanno cercato posti in grandi aziende che non possono permettersi di fare una corsa al ribasso: questo è un percorso interessante, se uno abbandona certi giudizi di classe non è nemmeno un lavoro svilente… Non ho l’impressione che questo tema sia il grosso del problema, comunque credo che queste frizioni siano in parte inevitabili.

Guardando più a Est, dove la Cina sta raggiungendo ritmi di vita sempre più alti, pensi che il cambiamento sia proporzionale al declino delle aspettative qui in Occidente?
No, perché sfortunatamente il problema dell’innovazione tecnologica e dell’evoluzione del capitalismo è che ciò che si distrugge non viene mai ricreato. È chiaro che, se tu hai un progresso nell’economia di scala e un aumento della produttività del lavoro, vuol dire che sostanzialmente ci sono meno persone che lavorano. La scommessa del capitalismo è che la distruzione di quegli ambiti ne crei di nuovi; non credo però che siano vasi comunicanti e oltretutto ciò che sta accadendo non è questo. La Cina è ancora in fase di transizione, ci sono ancora salari molto bassi e condizioni di lavoro precarie, probabilmente anche per ragioni storico-culturali relative a una cultura sindacale diversa e alla presenza dello Stato molto più forte. Sono numeri difficilmente quantificabili, non sarei particolarmente ottimista su questo perché, a ogni giro della ruota schumpeteriana, non si ritrova mai quello che si è distrutto.

Nell’Unione Sovietica si poteva parlare di classe disagiata? In fondo, non esisteva la borghesia oltre la cortina di ferro…
Puoi parlare di burocrazia e lavoratori della macchina produttiva, hai la stessa struttura di circolazione del capitale. Nel libro faccio l’esempio dei poeti perseguitati dal regime sovietico, ad esempio Brodskij: lui è pura classe disagiata, viene perseguitato perché c’era una legge contro il parassitismo sociale e quindi viene giudicato “improduttivo”. È un qualcuno cresciuto aspirando a fare il poeta e poi è stato sottoposto a processo, dove il giudice gli chiede “chi ha deciso che tu fossi poeta?”. La mia impressione è un po’ economicista ma è provata da Brodskij, che non è un pericolo politico bensì sociale ed economico, perché mette in crisi la teoria del valore: c’è un numero preciso di poeti, stabilito dall’associazione dei poeti e scrittori sovietici, perché troppi sarebbero eccessivi.

Sulla questione della borghesia in seno al comunismo, un libro molto interessante e che non credo sia stato pubblicato in italiano è Changer de révolution di Jacques Ellul (pubblicato nel 1982, NdR), il cui sottotitolo è “L’ineluttabile proletariato”: la teoria di questo critico della società industriale è che la differenza tra capitalismo e comunismo è superficiale, quello che conta è il meccanismo della società industriale. Quest’ultima ha la “tendenza negativa” della produzione di proletariato, con una polarizzazione tra chi possiede i mezzi di produzione o li amministra, come nell’URSS, e chi non può essere in questa amministrazione.

Poi c’è sempre il problema della tendenza della caduta tendenziale del saggio di profitto: le macchine possono produrre sempre più merci ma hanno difficoltà a produrre profitto e, senza questo, tu non hai gli anticipi necessari per finanziare quella macchina produttiva.

Discostandoci dalla tua analisi economica, uno dei temi che salta più all’occhio nel tuo libro è quello relativo ai meme e alla memetica. Perché affascinano così tanto?
Io ne ho parlato perché mi sono ricordato del dibattito di qualche anno fa, lanciato da Wu Ming e ispirato alle teorie di Carlo Formenti, sul fatto che i contenuti creati su Facebook debbano essere remunerati. Nel frattempo si sono sviluppati i meme e il paradosso su cui volevo attirare l’attenzione è il fatto che, in realtà, i contenuti che produciamo sui social network sono un modo di consumare e la distinzione sul fatto se stiamo consumando un servizio o producendo un bene è molto arbitraria e ideologica. Io penso che noi consumiamo, più che produrre, delle opportunità di comunicare e posizionarci per creare una visibilità con la quale costruire una carriera – l’ho visto io con l’attività di scrittura -. I meme rappresentano questa specie di produzione, anche molto ricca, ma che non è in grado di produrre reddito. Allo stesso tempo è un’arte in cui ci possiamo specchiare, parla delle nostre contraddizioni anche meglio del cinema e della letteratura: è un paradosso tra l’economico e il culturale. I meme sono una moneta, in uno scambio simbolico, che crea comunità.

Arriveremo a usare i meme per fare propaganda “a nostra insaputa”, con l’utilizzo di immagini politiche, senza capirne appieno la portata?
C’è sempre un contenuto politico nei meme: c’è stato il caso di Bispensiero che, nella sua operazione di grande rullo compressore di tutte le contraddizioni della sinistra, ha finito per diventare indistinguibile da una pagina di satira di destra, giocando su questa ambiguità e venendo recuperato dalla destra. Logo Comune sembrava quasi un Bispensiero politicamente corretto, nel tempo è riuscito a creare una sua cifra stilistica molto forte, però è politico perché ridicolizza il mondo dei talk show e il modo con cui questi stanno costruendo la reputazione del Movimento 5 Stelle. Per me è una pagina delicatamente critica dei 5 stelle. Karbopapero tende ad avere più una dimensione nostalgica di un momento magico, l’inconscio della Vaporwave italiana, che è l’immaginario Mediaset anni ’80: un’Italia già in crisi, ma che continua a sorseggiare il Negroni al bar guardando il Gabibbo in tv. Non è propaganda a nostra insaputa, tutto è politico, e poi ci sono le pagine dei meme-gentisti: a furia di parodizzare il gentismo, sono finite ad alimentare un meccanismo dove il finto gentismo -come ne Il pendolo di Focault di Eco- diventa vero e qualcuno li prende ad esempio, come Renzi, dicendo “guardate cosa fanno i grillini”. C’è una responsabilità importante del memer.

Un dettaglio mi ha incuriosito leggendo il tuo libro: citando la “democratizzazione della guerra”, scrivi che dal 2010 c’è sempre più produzione di armi ma il prezzo diminuisce. Non è un controsenso dato che, secondo il modello domanda-offerta, se c’è tanta produzione c’è altrettanta domanda? Quindi il prezzo dovrebbe aumentare…
Non credo sia una contraddizione… Se tu aumenti la scala di produzione, puoi diminuire il prezzo. Questi numeri non dicono che è aumentata l’offerta, non che c’è un’offerta pre-esistente che fa abbassare il prezzo, ma che si vendono più armi. Non devi vederla come “c’è tanta domanda, perché il prezzo non cala?” – piuttosto, forse, il fatto che se ne vendano tante è dovuto alla diminuzione del prezzo. È un mercato che non conosco, però ti faccio un esempio: nel ’45, quando hanno iniziato a vendere moltissimi televisori, il loro prezzo diminuiva ma se ne vendevano sempre di più. Quando c’è un investimento in un certo settore e progressi tecnologici, a livello di costi di produzione puoi diminuire il prezzo e inoltre ti conviene diminuirlo, per trovare nuovi compratori. Sono anche strategie commerciali, è la questione dell’elasticità della domanda: puoi decidere che questa è anelastica, quindi decidi che il prezzo rimane fisso, perché se lo aumenti o riduci non cambia nulla; viceversa, se è elastica, puoi aumentare o meno.

Sull’Autore

Nato in Friuli nel 1995, vivo e studio a Gorizia, dove seguo il corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università di Trieste. La passione per il giornalismo nasce al liceo, subito dopo quella per il calcio mi porta a diventare arbitro. Collaboro anche con Sconfinare e Messaggero Veneto, per MdC sono il Caporedattore della sezione Società e Diritti. Su Effe Radio co-conduco "La Repubblica delle Banane".

Articoli Collegati