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Tra Delrio e Di Battista: c’è vita oltre (la) Propaganda?

E così ci siamo di nuovo. Dopo aver seguito le elezioni francesi a distanza e con il filtro di uno schermo, mi ritrovo un’altra volta nella stessa condizione, ribaltata: ora sono all’estero. Solo che la questione, a questo giro, mi riguarda particolarmente, dato che votare in Italia un po’ mi tocca. E se in Italia la campagna elettorale –inusitatamente imbarazzante come prima, più di prima– non è iniziata che ai primi di gennaio, per me, che in tutto quello che è intrattenimento politico becero ci sguazzo, era già bella che iniziata nel dicembre 2017, quando passavo i miei venerdì pre-esame trangugiando puntate di Propaganda Live, il nuovo programma di Diego Bianchi & soci su La7.

Mi è capitato così di imbattermi in due servizi particolari all’interno di due puntate specifiche: uno del primo dicembre, un’intervista di 40 minuti circa ad Alessandro Di Battista, esponente più che noto del Movimento Cinque Stelle, fresco di rinuncia (già anticipata) alla ricandidatura in Parlamento. Un’intervista-chiacchierata presentata sotto l’hashtag #casadibattista. L’altro servizio è del 9 dicembre 2017, la settimana successiva: uno scambio di battute della durata di 35 minuti su una panchina del Lungo Secchia, nei pressi di Reggio Emilia, tra Diego Bianchi e Graziano Delrio, ex sindaco di Reggio Emilia, Ministro dei trasporti e delle infrastrutture del Governo Renzi, prima, e Gentiloni poi. Intervista, questa, presentata sotto l’hashtag #sottocasadelrio, con tutto quel che di goliardo-melodico può riportare alla mente.

Punto comune di queste due interviste è appunto il contesto: la casa (o quasi). Casa come informalità. Nel primo caso, Diego è invitato in tutto e per tutto a cena a casa Di Battista, il contesto è completamente rilassato e l’immedesimazione è forte: Bianchi filma i mobili di casa, i libri, mentre il politico ribatte al suo ospite che lo punzecchia. Si nota la presenza, tra i libri, di biografie importanti di uomini politici tutt’altro che trasversali come Lenin o Breznev (“Breznev l’ha letto solo lui”, ironizza un ospite in sala, mentre Diego interrompe il video e ribatte “manco Breznev l’ha letta”). La serata prosegue con varie domande sulla storia dell’esponente Cinque Stelle, che racconta su richiesta di Diego-Zoro episodi del suo passato. Inevitabili le domande sulla sua scelta di non ricandidarsi alle prossime elezioni e, soprattutto, sulle scelte del suo partito-non-partito, cui Diego rinfaccia spesso le tirate di gomito all’elettorato di destra. Questo perché Diego è di sinistra e non ne fa mistero, e perché questa è un’intervista, ma anche no, e allo stesso tempo non è una chiacchierata, ma anche sì.

A un certo punto, l’atmosfera rilassata, il vino, le chiacchiere tra romani da Bar San Calisto a Trastevere, danno a Zoro la confidenza per un: “ecco un’altra cosa che hai detto l’altro giorno, che per me è una stronzata”. Il riferimento è alle affermazioni di Di Battista sull’antifascismo, da lui ricondotto anche in questa occasione a categorie storiche ormai retrò, ridotto a una distrazione di massa da altre battaglie più importanti. Diego contrappone però a questa visione la realtà dei vari movimenti orgogliosamente fascisti ritornati in auge e i fatti di Ostia e di Como.

La discussione prosegue con Di Battista a presentare i Cinque Stelle come argine alla xenofobia e Zoro a rimproverare loro di aver soffiato spesso nella stessa direzione di forze xenofobe, e a rinfacciar loro il ruolo di Di Maio e dei Cinque Stelle nella questione ONG-“taxi del mare” o il defilarsi nelle battaglie parlamentari per i diritti civili tra cui il Per-Brevità-Chiamato-Ius-Soli (che a ben vedere era uno Ius Culturae temperato) e le unioni civili. La constatazione scoraggiata di Diego che emerge è appunto questa: “Dibba”, un ragazzo con una casa con riferimenti culturali tutto sommato da “giovane benestante di sinistra” (sic), impegnato – non da ieri – nella da lui pluricitata “cooperazione internazionale” e con valori tutto sommato affini a quelli di Diego, si ritrova a difendere le scelte politiche del proprio movimento anche quando queste vanno in direzione completamente diversa.

Ed è questo uno scontro, un cozzare di convinzioni, che ridurre a un “idealisti contro disillusi” o alla sola “crisi della sinistra”, generica e generalizzata, sarebbe riduttivo. Come lo sarebbe nel caso di Graziano Delrio, durante la sua intervista “come due anziani ai giardini” sul Lungo Secchia. Se da un lato infatti si mostra relativamente realista e critica in maniera relativamente onesta  la direzione assunta dal proprio stesso partito nei confronti del tema del Per-Brevità-Chiamato-Ius-Soli, approcciato “con troppi calcoli anche da noi”, dall’altro lato l’adesione al partito, con tutti gli obblighi che ne conseguono, lo riporta all’ordine per quanto riguarda la sua indubbia fedeltà al renzismo – a meno di tagli di cui non sono a conoscenza: “questa è la tua opinione, ma la storia che io vedo di Matteo e del PD è un’altra”. Senza specificare però quale.

D’altronde i temi approcciati in questa intervista –actualité oblige– sono per certi versi speculari a quelli dell’intervista casalinga a Di Battista: fascismo-antifascismo, diritti disattesi, battaglie parlamentari, sinistra. Forse sono questi, del resto, i temi più cari allo stesso Zoro. Ma in questa intervista emerge forse anche una risposta involontaria alle problematiche espresse nella stessa e nell’intervista all’esponente Cinque Stelle. “I senatori dovrebbero votare secondo coscienza e non secondo indicazioni di partito” afferma a un certo punto Delrio. Discorso da lui diretto contro le scelte dei pentastellati nell’ambito dei diritti, che però chiama in causa tutto il sistema verticistico dei partiti e movimenti italiani per come sono (non) strutturati.

Ciò che sembra emergere da queste specifiche interviste è che, nell’atto di adesione a un partito, vi è una sorta (ma neanche poi così sorta, almeno nel caso del M5S) di contratto, di patto simil-religioso di adesione totale in tutto e per tutto alla Linea. Questa fantomatica Linea è vista come entità assoluta e incontestabile, in quanto emanazione non tanto del leader del partito (è evidente che ormai figure come Grillo o Di Maio, Renzi, lo stesso Berlusconi, Salvini, non abbiano più fino in fondo il controllo degli animali imbizzarriti che tentano di cavalcare) quanto di un sistema di pensiero condiviso dalla Base e dall’Apparato dei partiti con un unico comune obiettivo: convincere gli altri, gli elettori, di avere ragione. Sempre e a qualunque costo. Ascoltare le necessità altrui ed essere aperti alle opinioni sembra ormai non essere decisamente più il ruolo della politica, o quantomeno, non in Italia. Quello sembra piuttosto essere un compito ormai delegato agli amministratori dei gruppi Facebook e ai centralinisti dei call center.

Sull’Autore

Nasco a Como nel '92, parto per Bologna a studiare Lingue nel 2011 e, con la testa almeno, non la lascio più. Al momento vivo a Parigi, dove perfeziono lo studio dei dialetti arabi orientali. Seguo particolarmente le vicende politiche francesi, maghrebine e mediorientali. Ascolto di tutto, mangio di tutto, leggo di tutto, vedo di tutto. Sono un bulimico della narrazione.

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